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Il Fatto

Il primo anno del futuro (dopo il peggiore di sempre)

La rivista settimanale più famosa al mondo, il Time, ha dedicato all’anno appena trascorso un’analisi approfondita firmata da Stephanie Zacharek al termine della quale si domandava se il 2020 fosse l’anno peggiore di sempre. La considerazione verteva sul fatto che la maggior parte delle persone oggi in vita non ha mai visto niente del genere, giustificando, così, tale definizione.

Al contrario, il magazine italiano d’informazione dal mondo, Internazionale, ha indagato su quanto gli effetti del COVID-19 si fossero ripercossi su ogni settore, chiedendosi, dunque, se i dodici mesi scorsi non fossero da considerarsi il primo anno del futuro siccome, mai come prima, temi quali diseguaglianze economiche e sociali, l’emergenza climatica, il funzionamento dei nostri sistemi governativi e logistici, le nostre città, il metodo di lavoro e la mobilità delle persone sono diventati centrali in ogni dibattito.

Il coronavirus è stato, sì, un distruttore di destini ma, al contempo, ha contribuito a crearne degli altri, a indirizzare lo sguardo del mondo verso tematiche affrontate – fino allo scoppio della pandemia – soltanto marginalmente e che, a partire dal 2021, non potranno essere tenute fuori da alcuna agenda di governo, in particolar modo per quanto riguarda i Paesi liberal-democratici.

Il sollievo di poter parlare dello scorso anno declinando i verbi al passato non deve assolutamente distrarre da tutte le criticità messe in luce e, dunque, dalle sfide che gli Stati mondiali dovranno dimostrare di saper affrontare nel corso delle stagioni a venire. Partendo da Washington, dove il nuovo inquilino della Casa Bianca, Joe Biden si insedierà a giorni, passando per un’Europa da ridisegnare per poter continuare a parlare – in coscienza – di Unione, fino ai confini della nostra Italia con la gestione dei fondi del Recovery Fund, il 2021 sembra prendere le sembianze di un ultimo appello.

Il destino degli Stati Uniti d’America ha spesso influenzato la direzione del mondo intero, in particolar modo, nel corso degli ultimi quattro anni, la presidenza di Donald Trump ha segnato un solco profondissimo di diseguaglianze e una drammatica recessione sul tema dei diritti civili. Così, l’Europa sovranista ha colto l’occasione di spiegare le vele e lasciarsi spingere dal vento vero soffiato dal licenziatore newyorkese, con i vari Johnson, Orbán, Le Pen, fino a Salvini, che hanno visto l’ascesa dell’ormai ex Presidente come il via libera alle loro istanze di rabbia e divisione.

L’ex vice di Obama, Joe Biden, sarà quindi chiamato a ripristinare fiducia e solidarietà, cambiando sia verso l’applicazione di nuove norme inclusive e democratiche, sia nella comunicazione. L’entusiasmo di un’America nuova, libera dalle sopraffazioni che denuncia il movimento Black Lives Matter, inclusiva rispetto al diritto alla salute e favorevole verso le minoranze presenti sui territori e di nuovo protagonista nel programma alla lotta alla crisi climatica, avrà l’onere di fare da traino a un’Europa fiaccata e messa in seria discussione dalla pandemia quanto dal recente addio di Londra.

E se, da New York a Los Angeles, il COVID ha fatto da spartiacque politico tra chi sosteneva l’ancora indomito Trump e chi, invece, sperava nel consolidamento della democrazia promesso da Biden – con il dibattito sull’esistenza del virus prima e dell’utilizzo dei mezzi di prevenzione e accesso ai vaccini poi a tenere banco –, in Europa la situazione non solo non è più florida, anzi, la gestione dell’uscita dall’emergenza sanitaria sarà la vera sfida per la tenuta dell’Unione così come oggi la conosciamo.

Non è un segreto che attorno all’approvvigionamento da parte dei singoli Stati del vaccino contro il coronavirus e alla gestione dei fondi messi a disposizione da Bruxelles per la ripartenza si giocherà la credibilità del sistema comunitario. L’anno 2020 si è chiuso con le immagini del personale sanitario che riceveva le prime dosi del farmaco, ma è proprio l’accesso ai vaccini, i criteri di distribuzione e il contratto stipulato tra i tavoli del governo e Big Pharma che fa discutere.

L’Unione Europea – al contrario di come tenta di dimostrare – è uscita con le ossa rotte e la schiena piegata in avanti dal lungo negoziato condotto con la Gran Bretagna, terminato in un (finto) accordo che ha dato ragione a Johnson di festeggiare la vittoria in quel di Downing Street. Il palazzo ha ceduto a Sua Maestà praticamente su ogni punto nevralgico – dai dazi sui mercati chiave alla questione delle acque per i pescatori –, gli unici a pagare la scellerata scelta di Londra saranno – manco a dirlo – le fasce più deboli della popolazione immigrata, gli studenti e i giovani. Pertanto, una campagna chiara e onesta sull’accesso al vaccino si dimostrerà fondamentale per la tenuta del tavolo comunitario.

Come già abbiamo scritto di recente, l’UE, nel corso dell’anno, avrà il compito di garantire l’accesso gratuito all’intera popolazione continentale e, al contempo, limitare i profitti generati dalle imprese farmaceutiche, rendendo pubblico il contratto d’acquisto. La pandemia è stata già un grosso affare per pochi ed è escluso che un governo democratico, composto dalle principali capitali europee, possa consentire una speculazione che avrà luogo sulla salute delle persone.

Ecco, quindi, dove entra in gioco il nostro Paese, l’Italia, che in quanto ad affari loschi e spartizioni poco chiare di soldi e poltrone non ha nulla più da imparare. Le vergognose istanze portate avanti dai frugali in quel di Bruxelles nel tentativo di impedire a Roma di accedere a fondi con tasso agevolato ed equa ripartizione del debito tra gli Stati appartenenti alla UE stanno, purtroppo, trovando fondamento a causa dell’opportunismo politico che non ha tardato a mostrarsi. Anche di fronte alle gravi conseguenze economiche a cui la pandemia ha costretto il Paese, i partiti della maggioranza – e gli avvoltoi delle opposizioni – hanno trovato il modo di dimostrare la propria inconsistenza in termini di valori e dignità, capaci di innescare una crisi governativa nel bel mezzo della discussione sui progetti legati ai fondi del Recovery Fund con il solo intento di accedere a una fetta di quella è, a tutti gli effetti, una torta grossa e fin troppo appetibile.

Dovesse il Parlamento dimostrarsi capace di guardare esclusivamente al ritorno dei propri occupanti, anziché a piani di sviluppo che rilancino l’economia e incoraggino le forze giovani del Paese – escluse completamente dall’agenda di governo durante l’emergenza COVID-19 –, nessun Conte Ter avrà diritto di essere proposto al Quirinale e qualsiasi altra soluzione si dimostrerebbe francamente imbarazzante per la credibilità di tutte le forze in campo, nessuna esclusa.

Non sappiamo affermare se il 2020 sia stato l’anno peggiore di sempre. Quel che è certo, la nostra linea non può che convergere con quella dei colleghi di Internazionale e guardare, dunque, ai prossimi mesi come i primi del futuro, l’incipit del mondo che sarà. Scriverne le pagine giuste sarà compito della politica quanto della responsabilità di ogni singolo cittadino. Delegare non deve bastare più, chiedere conto è un diritto, partecipare al domani un dovere.

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