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Cultura

Genere, corpo ed etica performativa nel pensiero di Judith Butler

A che punto sono le riflessioni sull’identità di genere, sul corpo e la sessualità nel mondo contemporaneo? E quali sono, più in generale, le loro ripercussioni sui comportamenti e sull’azione politica a favore dei diritti e della libertà individuale e collettiva? Un contributo teorico decisivo su queste tematiche, negli ultimi decenni, è stato fornito dall’opera di Judith Butler (Cleveland, Ohio, 1956), docente a Berkeley, presso il Dipartimento di Letteratura comparata della University of California, dove dirige il programma di teoria critica. La filosofia post-strutturalista e la teoria femminista riviste dalla studiosa americana si basano sull’affermazione che non soltanto il genere ma anche il sesso siano costruzioni sociali, generate attraverso il discorso individuale e comunitario.

Nel suo fondamentale saggio del 1990, intitolato Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity – in italiano: Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità (Laterza, 2017) – la filosofa statunitense critica l’essenzialismo di genere che ha attribuito caratteristiche universali e innate a donne e a uomini e, in particolare, ha legato l’idea della femminilità alla biologia e alle caratteristiche psicologiche come l’empatia e le capacità nei comportamenti di sostegno e di cura. Ma la critica viene estesa anche alle alternative all’essenzialismo prodotte dalle teorie femministe precedenti – portate avanti, per esempio, da Simone de Beauvoir e dal femminismo storico degli anni che vanno dalla metà del XX secolo – che pure operavano una distinzione tra il sesso biologico e il genere costruito socialmente.

Judith Butler afferma, invece, che il genere si costruisce eseguendolo e, iniziando dalla critica alla concettualizzazione freudiana della normalità che modella l’identità personale, l’autrice sviluppa il tema della performatività di genere. In altre parole, la ripetizione nel tempo degli atti e dei gesti corporei che si riscontrano nei comportamenti delle categorie sessuali costituiscono il costrutto culturale basico del soggetto sessuato. Il genere, il sesso e la sessualità sono performativi e perfino il desiderio non è una scelta, ma una conseguenza delle norme che fanno parte di quella disciplina societaria, di cui parlava Foucault, che ha creato e sostiene anche la dualità sessuale.

La distinzione femminista sesso/genere, insomma, non basta a contrastare l’asimmetria di genere. È la ripetizione, l’iteratività – come avrebbe detto il filosofo Jacques Derrida – a rendere naturale la costruzione del soggetto sessuato, ci ripete la Butler in Corpi che contano. I limiti discorsivi del “Sesso” (Feltrinelli, 1996). Le strategie del femminismo vanno ripensate, quindi, perché il potere sociale e politico produce la censura, che è costitutiva del linguaggio dettato dal potere stesso e rende difficile se non impossibile un autentico discorso di opposizione.

Nella raccolta di saggi Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014), la Butler ritorna e approfondisce, inoltre, il tema della performatività di genere: il fare e il disfare di cui parla non si riferisce soltanto al soggetto nell’atto della performance, ma indica la processualità insita nel recitare o meno il ruolo assegnato, in una maniera a volte più consapevole e critica. La filosofa statunitense, in effetti, ha prodotto studi importanti per la riflessione femminista e la teoria queer. Con quest’ultimo termine si indica, in generale, ciò che si pone in maniera eccentrica, per le definizioni e le pratiche sessuali e sociali, rispetto a quelle imposte dal codice culturale egemone. L’uso del termine per definire i soggetti il cui orientamento sessuale e quello di genere differiscono da quello eterosessuale (o cisgender) – e si riferiscono invece alle persone gay, lesbiche, bisessuali, pansessuali, transessuali, transgender e/o intersessuali – ha avuto alterna fortuna. Di recente, il termine queer è stato riconosciuto, tuttavia, dalla comunità LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender) e lo vediamo inserito nell’acronimo comunitario (LGBTQ).

La riflessione butleriana analizza i cambiamenti che possono avvenire nell’intelligibilità del soggetto oltre che del genere e, nell’opera Critica della violenza etica (Feltrinelli, 2006), approda ad un’etica performativa fondata sull’opacità del soggetto rispetto a se stesso. La studiosa riprende le riflessioni di pensatori come Friedrich Nietzsche, Michel Foucault, Theodor Adorno e Adriana Cavarero e teorizza sulla formazione sociale del soggetto che non è pienamente responsabile delle sue azioni. Da questa consapevolezza, comunque, si può costruire un’etica nella quale il sé responsabile riconosca i suoi limiti e quelli degli altri nella comunità cui appartiene e li rispetti, infine, perché fanno parte della sua umanità.

L’opera di Judith Butler è complessa e affascinante, sia per le teorie che “decostruiscono” le gabbie linguistiche e sociali della cultura patriarcale sia per l’azione politica a cui rimandano le sue elaborazioni tematiche. L’attivismo della studiosa per i diritti degli omosessuali, per il movimento femminista e contro la guerra è noto da tempo, perché l’emancipazione possibile accade – come segnalato ne La vita psichica del potere. Teorie del soggetto (Mimesis, 2013) – quando il mondo psichico interno e quello sociale esterno sono in connessione e ciò è vissuto in maniera consapevole dal soggetto che la produce.

butlerCi piace segnalare, quindi, Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo (Meltemi, 2017), dove la Butler riflette sul distacco del potere dalla soggezione alla legge, nell’America e nel mondo, “giustificato” dal pericolo del terrorismo dopo l’11 settembre. Più recenti sono, invece, i saggi L’ alleanza dei corpi. Note per una teoria performativa dell’azione collettiva (Nottetempo, 2017), in cui la filosofa parla delle manifestazioni pubbliche, da Zuccotti Square a Gezi Park ad Atene, contro le pratiche politiche dettate dalle logiche neoliberiste, e La forza della nonviolenza (Nottetempo, 2020), in cui descrive le dinamiche psicologiche e sociali che producono la violenza e, al contempo, le menzogne e le strumentalizzazioni del potere.

La “nonviolenza” proposta dalla pensatrice americana, invece, parte dal sovvertimento delle forme dell’aggressività presenti nel sé e nei legami sociali: la forza in grado di contrastare la violenza nell’azione politica. Il radicale vincolo etico-politico che rifiuta la distruttività è il risultato di un pensiero che muove da una nuova elaborazione delle nozioni di soggetto e identità, al di là del binarismo sessuale prodotto dalle regole sociali, per giungere a una riconsiderazione dell’intersoggettività, dell’interdipendenza e dell’autodeterminazione, nella difficile lotta per l’uguaglianza e la giustizia nella vita societaria.

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