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“I believe her”: tutto quello che Florence + The Machine hanno insegnato

Sarah Brandi di Sarah Brandi
30 Giugno 2021
in Appuntamenti
Tempo di lettura: 3 minuti
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Lo scorso 17 marzo, l’Unipol di Bologna ha ospitato sul suo palco una delle artiste più famose del panorama europeo: la talentuosa ed eterea Florence Welch, che insieme ai suoi Machine è tornata in Italia per regalare ai numerosi presenti una delle notti più emozionanti e catartiche della loro vita.

La serata è stata inaugurata verso le 21:15 quando, dopo l’esibizione del gruppo di apertura, le luci dell’arena si sono fatte più soffuse. Un’atmosfera magica, quasi mistica, ha cominciato ad aleggiare e si è concretizzata nel momento in cui la voce potente di Florence è risuonata nell’auditorium illuminato da un’immensità di luci colorate. La cantante ha aperto il concerto con June, hit prologo di High as Hope, il suo ultimo album. Ha poi proseguito l’esibizione con il singolo Hunger, seguito da Between Two Lungs e Only if for a Night, due pezzi meno recenti ma particolarmente amati dai fan. La scaletta del concerto ha contato in tutto 17 brani, ognuno dei quali è stato eseguito alla perfezione dai Machine e dalla loro interprete: non una nota sbagliata, non un’esitazione, non una sbavatura si sono potute cogliere durante le due ore di spettacolo. La voce di Florence è stata chiara, sicura, vigorosa, diversa da quella che dolcemente, lievemente, quasi timidamente, ha sussurrato il suo amore per l’Italia e ha ringraziato continuamente chi aveva scelto di prendere parte al live.

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La performance è risultata perfetta non solo tecnicamente, ma anche emotivamente. La cantante ha intervallato le parti musicate con pochi, ma intensi momenti parlati, durante i quali ha dialogato con il pubblico ed è sembrata quasi voler far conoscere ai suoi ammiratori quella che è la vera Florence. Tra battute sulla rigidezza inglese e accenni alla sua storia personale, la performer non è sfuggita a un soffuso ma fermo riferimento alla Brexit, a cui si è rivelata essere sfavorevole, affermando che gli inglesi sono inglesi, ma anche europei. Con dolcezza e impalpabilità, la poetessa dalla chioma ramata è riuscita, attraverso le sue affermazioni e i suoi gesti, a smuovere chiunque fosse presente in quel luogo, che da semplice auditorium si è trasfigurato in una sorta di tempio, una costruzione sacra in cui una profetessa ha recitato amorevolmente ai suoi adepti il proprio credo.

Florence, infatti, ha introdotto ogni canzone con poche e significative parole: con semplici frasi ha fatto comprendere agli spettatori come la genesi dei testi dei suoi pezzi siano le esperienze personali, le stesse che le hanno insegnato l’importanza della pace e dell’amore universale, quello che è possibile provare per qualsiasi creatura vivente su questa Terra. Un sentimento che ha esortato a esperire durante South London Forever, invitando gli astanti prima a tenersi per mano e poi ad abbracciare uno sconosciuto. La sacerdotessa britannica è riuscita a convincere con i propri versi che siamo tutti parte di questo universo e che bisogna vivere il momento, senza cercare di immortalarlo, come siamo abituati ormai a fare attraverso foto o video. Mentre le note di Dogs Days Are Over si diffondevano nell’aria, Welch, ha infatti chiesto al pubblico di fare qualcosa di strano: mettere via lo smartphone, alzare le braccia e saltare il più in alto possibile cantando a squarciagola. Durante Cosmic Love, ha invitato, invece, a trasformare quegli stessi telefoni in un cielo stellato.

Sul palco bolognese, Florence è sembrata una figura sovrannaturale, capace di leggere l’anima di tutti quelli che stavano ad ascoltarla, di comprendere i loro dolori e curarli con le sue movenze, con i suoi arrangiamenti, con i suoi versi, quasi la sua musica avesse avuto un potere salvifico e lei fosse stata un’empatica dea consolatrice.

Quello di Florence + The Machine nel capoluogo emiliano non è stato un semplice concerto, ma qualcosa di più: un momento di catarsi e di comunione assoluta per i presenti, un istante di puro amore trasfigurato in musica, che ha trovato il suo epilogo nei coriandoli dorati scesi dal cielo come stelle cadenti e nel grido liberatorio che sempre è stata e sempre sarà Shake It Out.

 

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