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Il Fatto

Green pass obbligatorio sul lavoro: bisogna evitare discriminazioni

L’Italia è il primo Paese europeo – e uno tra i primissimi al mondo – a introdurre l’obbligo del green pass per tutte le categorie di lavoratori. Dal prossimo 15 ottobre, per continuare a svolgere la propria professione sarà dunque necessario disporre della certificazione verde rilasciata in seguito alla vaccinazione contro il Covid-19 o all’esito negativo del tampone naso-faringeo (valido per 48 ore dal prelievo).

Il drastico provvedimento, approvato da Mario Draghi, coinvolge l’intera forza lavoro italiana, circa 25.5 milioni di persone (stime INPS 2019), che si tratti di dipendenti o autonomi. Una misura fortemente restrittiva, quella voluta dal Premier, che solleva più di qualche dubbio e scatena le immancabili polemiche che accompagnano – ormai dall’inizio della pandemia da coronavirus – ogni azione messa in campo dal governo vigente.

Innanzitutto, suona piuttosto distorta la scelta di affidare una così ampia estensione dell’obbligo di green pass all’ennesimo DPCM, opzione legittimata dallo stato di emergenza prolungato, lo scorso luglio, fino a dicembre. A chi obietterà con la straordinarietà della situazione, non possiamo non ricordare che uno dei capisaldi della crociata che portò alla destituzione di Giuseppe Conte fondava proprio sull’eccessivo ricorso, da parte del leader pentastellato, alla misura emergenziale per l’imposizione delle restrizioni, pratica adoperata pedissequamente dal suo successore senza, però, lo stesso ostracismo delle forze politiche e con l’aggravante di poter disporre dei vaccini come strumento di offensiva alla pandemia.

Certo, la maggioranza allargata a tutti i partiti – a esclusione della sola Fratelli d’Italia che si è opposta al decreto – ha consentito una rapida approvazione del provvedimento altrimenti di difficile applicazione. Anche Matteo Salvini, in lotta contro tutti e persino contro se stesso, schiavo dei sondaggi a cui affida ogni riga della sua comunicazione, ha fatto marcia indietro rispetto alla guerra promessa a Draghi e al green pass appena qualche giorno prima. L’esito positivo della campagna di vaccinazione – giunta ormai a coprire l’80% della popolazione – ha messo in moto i ragionieri vicini al leader leghista che ne hanno saputo dedurre una sostanziale approvazione anche dell’elettorato più estremo.

A quanto sopra, segue la solita nuvola di incertezza circa chi  – e attraverso quali modalità – sarà tenuto al controllo, con le responsabilità di eventuali infrazioni a carico dei datori di lavoro. I dubbi sulla nuova applicazione del green pass, quindi, fanno da prologo alla mancata introduzione di un esplicito obbligo vaccinale, strumento che garantirebbe – quello sì – l’obiettivo di mettere in sicurezza le aziende e la loro produzione senza, però, cadere nelle discriminazioni che rischiano di insorgere con l’estensione del certificato a tutte le categorie di lavoratori, pena la sospensione e la revoca dello stipendio.

Persino la Cina – finita in queste ore al centro di un feroce dibattito sui metodi adoperati per tenere in sicurezza il Paese, come nel caso dei bambini chiusi in tute bianche, con lo zainetto ancora in spalla, messi in quarantena ospedaliera lontani dalle famiglie per un focolaio scoppiato nella loro scuola – non ha previsto obblighi sul lavoro come quello che scatterà in Italia a partire dal 15 ottobre. Certo, in questo caso la risposta è nella premessa e, dunque, nella situazione appena descritta, che tra i confini della nostra penisola non potrebbe (per fortuna) mai accadere alla stessa maniera, ma siamo sicuri che questo rigido provvedimento sia la strada giusta per contrastare l’onda sempre più aggressiva dei cosiddetti no vax?

La limitazione della libertà giustificata dalla tutela dalla salute pubblica è la tesi sposata da tutte le forze politiche del Parlamento, ed è ciò che preoccupa maggiormente chi scrive. Come già dichiarato in un precedente articolo sull’argomento, non sono le misure di contenimento del virus a spaventare o a dare chissà quale noia. Ciò che desta preoccupazione è la ridondanza con cui questa generazione politica sta facendo ricorso a esse, oggi per giustificare la lotta alla crisi sanitaria e – ovviamente spero di sbagliarmi – domani per sedare movimentazioni di conquista sociale proprio sul tema del lavoro, dove da anni l’agenda è dettata da Confindustria e non più dalle classi operaie.

Come già si chiedeva, perché prima di limitare l’accesso ai mezzi di trasporto non si è lavorato sull’ipotesi di potenziare il sistema raddoppiando le corse, in modo da garantire la capienza richiesta del 50%? Perché prima di obbligare al green pass chiunque metterà piede in un scuola non si sono impiegate risorse nell’edilizia scolastica al fine di allargare gli spazi, arieggiarli opportunamente e, dunque, metterli in sicurezza, evitando la DAD a tanti studenti che neppure avrebbero potuto disporne? Perché prima di mettere in discussione il lavoro non si è adoperato un sistema di sostegno alle aziende (soprattutto le piccole imprese) affinché potessero sostenere i nuovi ritmi di produzione senza gravare sui dipendenti e le loro tutele?

Nessuna teoria del complotto – per carità –, tantomeno alcuna mano tesa a chi adopera questi temi per mettere in crisi il tessuto politico e sociale del Paese, che li si voglia chiamare no vax, fascisti o, semplicemente, teste di c****, ma una critica costruttiva che volga a chiedere conto di provvedimenti che dovranno, via via, allentarsi con il diramarsi dell’emergenza, lavorando poi su un’equità già miraggio prima del Covid. È tempo di ricostruire. Ora. Aspettare la fine del tunnel potrebbe lasciarci intrappolati al buio ancora più a lungo.

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