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Io, vaccinato, non voglio un mondo modello Green Pass

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
3 Agosto 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Tra pochi giorni, il Green Pass sarà obbligatorio per accedere alle attività al chiuso, siano cinema, teatri, palestre e piscine, o anche ristoranti e bar. Il provvedimento varato dall’esecutivo per contenere gli effetti della pandemia da coronavirus, che tiene in scacco il mondo intero da ormai quasi due anni, è stato già largamente contestato da una fetta della popolazione e ancora divide l’opinione pubblica.

La discussione politica circa la certificazione verde non si è fermata e, con tutta probabilità, nelle prossime ore, l’utilizzo del certificato di doppia vaccinazione (o di tampone con esito negativo) verrà esteso anche ai trasporti. Benché recenti sondaggi abbiano registrato il favore di oltre due italiani su tre – e dunque anche di una larga fetta di sostenitori di quelle forze politiche ostili al sistema di tracciamento sanitario come Lega o Fratelli d’Italia – la disposizione governativa disegna il modello di un mondo che non convince chi scrive.

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Al fine di fugare ogni dubbio sulla linea di questo giornale circa vaccini e Green Pass, al sottoscritto preme sottolineare che si è già sottoposto a entrambe le somministrazioni del siero anti-Covid (assolutamente convinto e fiducioso nei riguardi di scienza e medicina) e che, a tal proposito, Mar dei Sargassi ha pubblicato decine e decine di pezzi attraverso i quali offriva il proprio tentativo di sensibilizzare al tema i propri lettori. Ciò premesso, il ruolo del giornalista è porre domande pertinenti, ancor più in un momento storico in cui chiunque sembra avere soltanto risposte. Dunque, da qui la mia riflessione.

Il problema che provo a sollevare nei riguardi del Green Pass non è di tipo teorico (ossia se utile o meno al contenimento del virus), ma pratico, cioè sull’impatto che ha già avuto e che avrà sul nostro agire quotidiano, anche dei vaccinati come me. Ritengo, infatti, che l’applicazione della certificazione verde possa rappresentare un valido compromesso – purché momentaneo e circoscritto al superamento della crisi sanitaria – per accedere a piccoli gesti di vita normale e garantire, al contempo, alle attività produttive di non subire più il dramma delle chiusure. Penso, però, che la schedatura delle persone, a cui da oltre un anno ci siamo sottoposti, potrà avere, a lungo termine, delle preoccupanti ripercussioni sulla libertà dell’individuo. Provo a spiegarmi.

Lockdown prima, autocertificazione, zona rossa poi, altra autocertificazione, infine Green Pass. Non sono le misure di contenimento del virus a spaventarmi, ma il modo in cui queste potrebbero essere utilizzate dai governi da qui in avanti, oggi per fermare una crisi sanitaria, domani per sedare movimentazioni di conquista sociale. Nel giro di pochi mesi abbiamo fatto l’abitudine a muoverci tramite un principio di costante geolocalizzazione, ad accedere a banali servizi (superare i confini del proprio Comune di residenza, andare dal parrucchiere, mangiare una pizza) lasciando i nostri nome, cognome e numero di telefono su un pezzo di carta in mano a perfetti sconosciuti.

Il dubbio che sollevo non è se fosse necessario o meno aderire al tracciamento (certo che sì!) – anche se si è dimostrato un sistema altamente fallimentare a causa dell’inefficienza delle ASL di dar seguito, poi, alle segnalazioni e dunque di procedere agli isolamenti –, ma se riusciremo, un domani prossimo, a distinguere ciò che è necessario per la nostra libertà da ciò che la limiterà per un disegno più grande.

La gestione della pandemia da Covid-19 è stata già affrontata con un regime di tipo poliziesco e autoritario, anche da parte di chi non aveva alcun diritto di vestire i panni dello sceriffo di quartiere, fossero Presidenti di Regione, Sindaci o finanche Consiglieri Comunali improvvisamente chiamati dalla causa della repressione. Cosa ha prodotto tutto ciò sulla nostra socialità, sul nostro modo di guardare a chi ci sta accanto? A questa domanda penso di saper rispondere: ansia.

È bene ricordare che se il virus è stato in moltissimi casi fatale non è stato soltanto a causa della sua aggressività (certamente dimostrata), ma anche dello sfascio a cui gli stessi governi, che oggi ci chiedono di fare rinunce in nome del bene comune, hanno abbandonato un sistema sanitario d’eccellenza con continui tagli al budget, finanziamenti alle strutture private a discapito dei posti letto per le aziende sanitarie pubbliche e l’azzeramento dei diritti, oltre che delle tutele, dei loro dipendenti.

Le teorie del complotto, in questo caso, sono senz’altro fuori luogo e persino pericolose (dato che hanno come effetto l’allontanare le persone dai vaccini e le misure di sicurezza) ma trovano terreno fertile su un passato recente della nostra politica costellato tutt’altro che da glorie. E, allora, perché prima di limitare l’accesso ai mezzi di trasporto non si è pensato di potenziare il sistema raddoppiando le corse, in modo da garantire la capienza richiesta del 50%? Così facendo, la maggior parte dei lavoratori avrebbe potuto recarsi regolarmente in ufficio anche in regime di emergenza, invece si è preferito favorire il passaggio allo spersonalizzante sistema dello smart working. Perché prima di obbligare i docenti alla somministrazione del siero anti-Covid e tenere in DAD gli alunni no vax non si sono impiegate risorse nell’edilizia scolastica al fine di allargare gli spazi, arieggiarli opportunamente e, dunque, metterli in sicurezza?

No, non ho risposte. Sono un opinionista e, come tale, pongo interrogativi innanzitutto a me stesso, poi, a chi di dovere, all’oggetto del mio lavoro. Ho pensato a lungo se e come scrivere questo articolo, soprattutto per paura di finire nel manifesto di qualche sciagurato cospirazionista o qualche no vax ma, da cittadino che ha liberamente scelto di accedere alla campagna vaccinale per contribuire al superamento dell’emergenza sanitaria, voglio esser sicuro che la coscienza collettiva prevarrà sempre sul sentire individuale che mette gli uni contro gli altri e i governi al di sopra di entrambi, che l’agire comune costringerà sempre i potenti alla rappresentanza anziché concedere loro i benefici dell’autarchia dei poliziotti di quartiere.

Per questo motivo un mondo modello Green Pass non mi piace. Per questo motivo, pur accordando fiducia alle misure proposte, non voglio smettere di chiedere conto.

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