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COVID-19, Prof. de Simone: «La crisi in Lombardia ha nomi e cognomi»

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano, Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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Stando ai dati ufficiali – sempre che rispecchino la realtà – il bilancio di morte nel mondo a causa della pandemia è di oltre 145mila vite umane, di cui 22mila soltanto in Italia, la metà nella sola Lombardia. Circa 7mila, invece, sono i decessi nelle case di cura per anziani, come dichiarato dal Prof. Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, e 131 i medici scomparsi. Intanto, è ancora in atto il lockdown che da più parti si chiede di far cessare quanto prima.

Il nostro giornale in questo periodo ha ospitato testimonianze di connazionali residenti all’estero e da alcune settimane ha voluto interpellare autorevoli esponenti della sanità per meglio comprendere alcuni aspetti del nemico invisibile che sta stravolgendo le nostre vite. In modo particolare, tenevamo a sentire il parere del Prof. Giovanni de Simone, ordinario di Medicina Interna presso il Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate dell’Università Federico II di Napoli, Presidente del Council on Hypertension dell’European Society of Cardiology e attento osservatore delle dinamiche politiche, in merito a quanto sta accadendo in alcuni territori del Nord Italia e, anche, per chiedergli qualche consiglio relativo ai soggetti con patologie cardiache.

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La diffusione del virus sta causando nel mondo migliaia di vittime ma il nostro Paese sta pagando un prezzo molto alto: siamo ufficialmente oltre i 20mila decessi. Su più fronti si dice che ci sarà tempo per individuare le responsabilità. A Suo parere, cosa non ha funzionato in particolare in talune zone del Settentrione dove la percentuale dei contagi e di decessi è considerevolmente più alta?

«Come segnalato da più parti, la capacità di diffusione di questo virus è molto elevata, di tipo esponenziale. L’European Center for Disease Prevention and Control ha dato un R0 massimo di 3.2, cioè ogni individuo ne contagia 3.2, ognuno dei quali ne contagerà 3.2 e così via. Un contenimento drastico va attuato in tempi rapidissimi, altrimenti in pochi giorni l’epidemia non diventa più contenibile, malgrado le misure. È quello che è successo in Lombardia. Incompetenza, il profitto sopra tutto, cinismo hanno dominato la scena. La sanità lombarda è stata devastata dalle giunte di destra che hanno lentamente depauperato le strutture pubbliche a vantaggio di quelle private, che hanno sottratto risorse, in modo spesso incontrollato e a volte fraudolento. Non c’è dubbio che molte strutture private rappresentino eccellenze sul piano degli interventi di elezione, ma non sono adatte a far fronte all’emergenza, semplicemente perché l’emergenza è meno profittevole, richiedendo un impiego di risorse umane e materiali molto elevato.

Ma, più in generale, la Lombardia ha privilegiato gli aspetti economici rispetto a quelli di tutela dei cittadini. È del 28 febbraio uno scandaloso video di Confindustria in cui si inneggiava alla produttività bergamasca per nulla compromessa dall’esplosione dell’epidemia. Un video reso tanto più scandaloso dal maldestro tentativo di attribuire al governo una sottovalutazione della situazione che è, invece, tutta responsabilità della Regione. La azioni di contenimento della Lombardia, messe in essere con grande e colpevole ritardo, sono state implementate quasi esclusivamente con l’occhio rivolto alla necessità elettoralistica di mettere in difficoltà l’esecutivo, costantemente contraddicendo le sue direttive.

Aver reso l’epidemia incontrollabile, come era largamente prevedibile, ha messo al tappeto la sanità pubblica lombarda, saturandone le sue possibilità e causando un numero di vittime ampiamente superiore a quello dichiarato. Un atteggiamento anarchico, spesso ulteriormente peggiorato da veri e propri isterismi (l’obbligo delle mascherine per strada, l’aumento incontrollato e privo di strategia del numero dei tamponi), che ha avuto e sta avendo ricadute gravi su tutto il territorio nazionale specie per quanto riguarda la comprensione dell’andamento della curva epidemica».

Intanto, la magistratura si è attivata per far luce sulle stragi in molti istituti per anziani. Quali, a Suo parere, le ragioni di un vero e proprio massacro ai danni di una fascia così debole e già tanto provata?

«Senza voler fare dietrologie da film di fantascienza, e cioè dando per scontata una certa buonafede, dovuta a ignoranza e improntitudine, questa tragedia (massacro, lo ha chiamato Ranieri Guerra) è il portato logico dell’incompetenza con cui si è gestita la situazione. Tutta la sanità regionale è basata quasi esclusivamente, salvando la pace di pochi, su nomine di natura politica. Gli attacchi scomposti contro il governo, che provengono dalle regioni governate dalla Lega hanno fatto perdere di vista a molti quali sono i veri livelli di responsabilità.

I sistemi sanitari sono regionali. La responsabilità della mancanza di presidi di protezione personali adeguati ha nomi e cognomi: i direttori generali e i direttori sanitari delle aziende. Com’è possibile che adeguati presidi di protezione personale non siano costantemente disponibili in ospedali di interesse strategico? Che quello che sta succedendo non fosse prevedibile è un’ignobile fandonia. A parte conferenze di persone famose, ma visionarie, come Bill Gates, reperibili sul web e divenute virali, ci sono anche interventi di Barak Obama che metteva in guardia sui rischi che il mondo correva, tempo fa. Negli anni passati, dopo la Spagnola del 1918, avevamo avuto avvisaglie importanti come l’Asiatica, l’influenza di Hong Kong, il tremendo riaffacciarsi del nipotino del ceppo della Spagnola nel 2008, fino alla terribile SARS-CoV1 e alla devastante MERS, epidemie da coronavirus che si sono auto-estinte per loro caratteristiche epidemiologiche e non certo per merito nostro. Che sarebbe successo lo sapevamo.

Ma possiamo salire di livello. Chi ha messo dove sono i direttori generali delle aziende? I Presidenti di Regione e i loro Assessori. L’aggressione scomposta che il governo subisce da parte di molte Regioni è il tentativo di distogliere l’attenzione dai veri livelli di responsabilità. Un tentativo che ha un fondo di eversione, perché in un momento tragico come questo che stiamo vivendo, in cui dobbiamo seppellire i nostri morti in fosse comuni, in un paese meno avvelenato del nostro bisognerebbe avere il pudore di stringersi intorno alle istituzioni invece di fare indegni show come quelli che siamo costretti a subire ogni sera da parte della giunta lombarda».

A Suo avviso, la gestione della sanità è tempo che torni allo Stato centrale?

«A me pare che le conseguenze della sciagurata revisione del Titolo V della nostra Costituzione siano sotto gli occhi di tutti. Le responsabilità di questo disastro sono precise, benché si tenda a oscurarle, nel tentativo infantile di tenere separati con il coltello i buoni e i cattivi. Sarebbe auspicabile, invece, che la sinistra riconoscesse il disastro che ha provocato nell’accettare quella soluzione e si esprimesse in maniera chiara su questo. La sanità rappresenta un asset strategico che deve essere gestito dal governo e non dalle consorterie affaristiche locali».

Lei è Presidente del Council on Hypertension dell’European Society of Cardiology. Commentando l’allarme della Presidente Barbara Casadei, ha detto: «La pagheremo cara nei prossimi dieci anni con aumento dei casi di scompenso cardiaco». Cosa vuol dire in pratica?

«Nei mesi dell’epidemia da SARS-CoV2, abbiamo avuto un crollo di circa il 50% dei ricoveri ospedalieri per infarto del miocardio. Certo questo non è dovuto al fatto che improvvisamente abbiamo trovato il sistema per ridurre in modo così drammatico l’incidenza di infarto. No. È dovuto al fatto che la gente ha paura di andare in ospedale e se ha dolore in petto preferisce rimanere a casa, praticamente senza terapia, o con terapie inadeguate, come si faceva quarant’anni fa.

Prima dell’avvento delle Unità Coronariche, la mortalità per infarto era alta (30-40%), ma si dimezzò quando i pazienti cominciarono a ricoverarsi in Unità Coronarica. La mortalità è poi crollata quando a metà degli anni Novanta sono cominciate le pratiche di rivascolarizzazione precoce. Grazie al salvataggio del tessuto cardiaco infartuato, mediante rivascolarizzazione precoce, l’incidenza di scompenso cardiaco come esito a distanza dell’infarto si è ridotta drammaticamente. Le persone che scelgono di rimanere a casa o muoiono o diventano il serbatoio di un grande numero di scompensi cardiaci di natura ischemica che noi dovremo curare nei prossimi anni, con pesanti ripercussioni socio-economiche. Io sono cardiologo e quindi sensibile a questo aspetto, che riguarda una patologia estremamente diffusa, ma la riduzione degli accessi ospedalieri riguarda molte altre patologie. In questo senso, pagheremo un prezzo molto alto a questa pandemia, anche quando tutto sarà finito».

Quali consigli sente di poter dare ai soggetti affetti da questa patologia che vivono con preoccupazione giorni tanto difficili?

Sono venute fuori speculazioni sull’uso di alcuni farmaci anti-ipertensivi su riviste prestigiose, che non sarebbero mai state pubblicate in epoche normali. Molti medici e molti pazienti sono rimasti interdetti di fronte a queste notizie, prive di fondamento fisiopatologico e di evidenza clinica, ma enormemente amplificate da media e social.

Il Council on Hypertension dell’European Society of Cardiology è stata la prima organizzazione scientifica a prendere una posizione fermissima su questa fake news, seguita poi da tutte le altre organizzazioni scientifiche. L’approfondimento delle conoscenze ora sta portando a pensare che, anzi, proprio alcuni farmaci che si usano per combattere l’ipertensione possano avere una funzione protettiva in corso di polmonite COVID-19.

I pazienti ipertesi devono quindi continuare la loro terapia tranquillamente e serenamente, sapendo che meglio è controllata la loro pressione meno rischi corrono.

Per quanto riguarda le persone che avvertono sintomi attribuibili a un attacco cardiaco, queste devono immediatamente attivare il medico di famiglia o direttamente il 118. In molte regioni ci sono reti per l’infarto molto efficienti (in Campania ce l’abbiamo e funziona bene) e il posto in Unità Coronariche dotate di Laboratori di Emodinamica che funzionano ventiquattro ore al giorno si trova rapidamente. Arrivare sul tavolo di emodinamica entro un tempo ragionevole dall’insorgenza dei sintomi significa in moltissimi casi guarigione completa. È un delitto nei confronti di se stesso e dei propri cari rinunciare a questa possibilità che, vivaddio, in Italia è ancora aperta a tutti».

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Comments 2

  1. Roberto says:
    6 anni fa

    Molto interessante, condivido l’analisi della situazione lombarda e la necessità di un ripensamento sulla sanità regionale sulla quale la sinistra ha le sue responsabilità senza però dimenticate quelle ben più grandi della destra

    Rispondi
    • Antonio Dalzano says:
      6 anni fa

      “Sarebbe auspicabile che la sinistra riconoscesse il disastro provocato nell’accettare questa soluzione” ecco la responsabilità grave della sinistra, poi che la destra abbia fatto la sua parte non c’è dubbio. Grazie del suo commento

      Rispondi

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