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Après le déluge, le Temps, una mostra targata duepernove

Elisabetta Crisafulli di Elisabetta Crisafulli
22 Luglio 2021
in Appuntamenti
Tempo di lettura: 3 minuti
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L’arte che dimentica i vuoti, i ricordi, l’oblio e il Tempo è morta prima di nascere.

Il diluvio. Un evento che sconvolge l’equilibrio di un luogo, senza però spazzarlo via o cancellarlo del tutto. Il diluvio che lascia tracce, memorie, reliquie. Modifica i manufatti sui quali si scatena e li restituisce mutati a chi sa osservare con occhi che mettano tra parentesi, per un attimo, il concetto di catastrofe.

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La mostra Après le déluge, le Temps… del duo artistico duepernove, attualmente allestita nel Museo D’Arte Contemporanea della città di Caserta (MAC3), si compone di una serie di opere, tra cui quelle commissionate per il 50° anniversario dell’alluvione che nel novembre del 1966 colpì la città di Firenze, già in mostra nel capoluogo toscano lo scorso novembre, in occasione della ricorrenza.

Le opere sono realizzate quasi esclusivamente su carta di riso giapponese – con eccezioni eseguite invece su lastre di cera o su tela – il cui carattere di diafana fragilità viene accentuato dalla scelta di supportarle tramite soli spilli, che le sorreggono sulle pareti, quando non canonicamente incorniciate.

Duepernove, avviato nel 2014, è il progetto di collaborazione e co-creazione artistica tra Francesco Capasso e Annamaria Natale che i due protagonisti definiscono l’incontro di due mondi estetici e poetici differenti, un rapporto dialettico che si traduce nella libera operatività dei linguaggi visivi.

Dopo l’assaggio indiziale di alcune tele nella sala antistante, al MAC3 si entra nell’unica, grande stanza dove la mostra è stata allestita. La sensazione che si prova è di essere di fronte al contenuto di un attico ritrovato dopo il cataclisma, un punto familiare e fisso che appare ora estraneo e piacevolmente nuovo, a un tempo conservato e ricostruito. Un ambiente in cui la disposizione eterogenea con la quale le opere sono state organizzate elicita un senso di curiosità estrema, ancestrale, simile a quella di esploratori in una città fantasma, non paurosamente spettrale bensì lattiginosa e ovattata.

Osservarla è come guardare da un vetro appannato dal flusso calcareo dell’acqua sotto il quale esso è rimasto a lungo sommerso, l’impatto visivo è come se si fossero mescolati assieme gesso, carta, latte in polvere, cera e fuliggine pura e poi si fosse marinato il tutto in acqua di fiume.

I colori sbiaditi, sabbiosi e tenui ma presenti, dialogano piacevolmente con il bianco e nero assoluto che ricorre in più settori dell’esposizione, fosco come il negativo di un ricordo confortevole che ora ci appare annebbiato, ma non per questo meno bello. La presenza umana all’interno della mostra è marginale e si estrinseca soprattutto attraverso figure distanti e sfuggevoli come ombre oppure frammentate, talvolta come da bruciature, dalle quali esse emergono episodicamente riconoscibili – o che semplicemente pensiamo di riconoscere – scomposte o messe assieme, a seconda della visione spontanea del visitatore.

La figura, quasi sempre femminile, è presentata spesso come in antropometrie fuligginose, tra la completezza realistica di alcuni dettagli quasi fotografici e la semplificazione concettuale, astrattista fino al vero e proprio vuoto, che trova posto in alcune opere esposte, provenienti da progetti differenti del duo.

Come ci spiega lo stesso Francesco Capasso, tra questi ultimi vi sono cicli che riflettono sulla figura dell’artista Jeanne Hébuterne, compagna di Amedeo Modigliani, nonché su quella edenica di Eva, sul concetto più ampio di Caduta e catabasi greca.

Un giudizio unico e ultimo non è possibile dato che, come l’acqua, le opere di duepernove restano plastiche e dinamiche di nuove interpretazioni, di nuove storie, di ricordi e associazioni affini rispettivamente a Proust e Baudelaire. Una “memoria ad anteriori”, come la definisce Capasso, che sottolinea come la ricerca alla base dei lavori del duo si avvicini a quella compiuta da un detective che, cercando instancabilmente riporta – o porta, per la prima volta – alla luce immagini e dettagli nascosti, dimenticati, insoluti. Allo stesso modo l’impressione definitiva – la parola fine – sfugge, ugualmente come acqua, che si ritira dopo un’inondazione, un diluvio che lascia dietro sé silenzio, sospensione, frammenti, attimi e, finalmente, Tempo.

Nelle parole dello scrittore Giuseppe Montesano, con il quale duepernove collabora: “Il ricordo non riguarda il passato ma il futuro. L’oblio non è una distruzione ma un’occasione. I vuoti non sono le impronte del niente ma le tracce del tutto. Il Tempo non dorme nel calendario ma sogna l’attimo che nasce.”

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