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Ancora sangue: a Napoli c’è bisogno di più Parthenope

Milena Dobellini di Milena Dobellini
12 Novembre 2024
in Margini
Tempo di lettura: 3 minuti
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All’alba del 9 novembre, a Napoli, in via dei Tribunali è morto un ragazzo di 18 anni, Arcangelo Correra. Il terzo in dieci giorni o poco più. Un colpo di pistola in fronte, forse un gioco finito male. Le pistole diventate ’a pazziella mmano ê creature.

Avremmo bisogno di più Parthenope. Sì, esatto, anche se poi non è Parthenope in sé. Ché la perfezione non esiste, lo spettatore è emotivo, può commuoversi, elevarsi, esaltarsi, ma anche irritarsi, annoiarsi, appesantirsi. Allora perché c’è bisogno di più Parthenope? Perché c’è bisogno di giochi seri e di giocare con serietà.

Avremmo bisogno di più Parthenope. Per capire qualcosa di più sul desiderio e sulla sua assenza. Sul fascino e sul suo inganno. Sarebbe necessario smetterla. Smettere di guardare la realtà per com’è e quindi per come non è. Smettere di pretendere e restituire immediatezza. Smettere di correre senza aspettare e di aspettare senza correre. Smettere di fare del mondo una briciola e di una briciola il mondo. Smettere di pensare la vita in un solo verso, in un solo senso, in un solo pensiero che non ne ammette nessun altro. Dovremmo smetterla di pretendere di avere la verità in tasca, o di non averla.

Sì, ci vorrebbero più Parthenope. Per inchiodare decine, centinaia di persone in un cinema, a Napoli e altrove. Che poi inchiodarle significherebbe schiodarle. Dalle certezze per il tentativo vano di soffocare le incertezze, dall’onnipotenza del parlare senza ascoltare nessuno. Dall’ascoltare senza la pretesa né la richiesta che quell’ascolto possa dare frutti o non darli. Perché magari Parthenope scuote o non scuote per nulla, va ugualmente bene così, quindi è importantissimo vedere altro, leggere altro, cambiare film, spettacolo teatrale, libro.

E, allora, forse per i ragazzi il biglietto del cinema, come quello per il teatro, come quello dell’entrata ai musei, come quello dei concerti dovrebbe essere gratuito. E a sostenerli dovrebbe esserci lo Stato. Per togliere ’a pazziella mmano ê creature o per dargliene una diversa. Perché tutti abbiamo bisogno di giocare. Per scoprire che ci sono pallottole e proiettili per cui non si muore ma, anzi, grazie ai quali si può vivere meglio, o comunque diversamente. Disarmare significa anche questo. Prevenire la violenza con opportunità e possibilità evolutive. Perché se essere sperduti è un fatto esistenziale che tocca a tutti vivere, prima o poi, nessun ragazzo deve mai essere perduto irrimediabilmente.

E se le carezze mancano, e se le case crollano, sì in qualche modo ci si deve proteggere o difendere. O scegliere di non proteggersi e non difendersi, senza però morire. Con nuove possibilità di vita. Per scoprire che forse vivere può essere una truffa e un mistero. E non per questo deve morire la truffa stessa con tutti i truffatori. E che la verità può esistere o non esistere. Ma è un diritto avere l’occasione di cercarla o non cercarla.

Le pistole non possono essere un gioco. Perché si muore. E non si può giocare più. E la vita è un gioco serio. Perché non può essere tutto previsto. E tutti fermi a guardare. Perché nessun ragazzo deve trovarsi a chiedere, a Napoli e fuori Napoli, “ma quale amore?” senza mai averlo assaggiato, con tutta la sua precarietà e tutto il suo potenziale fallimento.

Ognuno dovrebbe guardare Parthenope. Senza per forza vedere il film o quel film. Senza la presunzione o la richiesta ambiziosa di vedere Napoli o di non vederla. Per scoprire che Parthenope può cambiare e cambiarci, cambiarci e cambiare, essere ferita a morte e ferire a morte. Ma anche rimarginare e rimarginarsi. O forse non è così. Per scoprire che Parthenope gli è piaciuto. O forse non è così.

Prec.

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