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Il Fatto

Dal Muro ai muri: riusciremo a vivere senza un nemico?

La vita senza il Muro pone soprattutto questa domanda: riusciremo a vivere senza un nemico? Peter Schneider, celebre scrittore tedesco, se lo sarebbe chiesto a pochi mesi da quel 9 novembre che avrebbe cambiato la storia. Da allora, sono trascorsi trent’anni e la sua domanda sembra trovare tristemente risposta: no, non ci riusciremo.

La caduta dell’agglomerato di cemento e paura che divideva Berlino e l’Europa tutta sembrava l’inizio di un mondo diverso, la fine di un secolo durato troppo a lungo. Il Novecento aveva portato guerra, disperazione, morte, aveva significato sangue e ideali. Quella notte, però, un sentimento nuovo albergava negli occhi e nelle mani di chi si era aggrappato a una frase, una risposta titubante alla domanda più rivoluzionaria del tempo: Ab wann? Da quando? Ab sofort. Da subito.

Lo scambio di battute era avvenuto poche ore prima tra Riccardo Ehrmann, inviato dell’ANSA, e Günter Schabowski, portavoce della DDR che aveva appena annunciato la possibilità, per gli abitanti di Berlino Est, di viaggiare verso Ovest senza correre alcun pericolo. In cerca di notizie il primo, colto di sorpresa il secondo, nessuno dei due, in fondo, aveva immaginato quanto potente sarebbe stata l’eco delle loro parole, quelle che, di fatto, avrebbero abbattuto il mostro. Per la prima volta, dopo ventotto anni, il Muro si apprestava a diventare un ricordo.

Per la capitale tedesca e per il resto del mondo era impossibile trattenere la felicità. Le immagini in diretta tv erano commoventi, rivendicavano libertà, tutto quel tempo trascorsi lontani. Famiglie intere si ritrovavano nella morsa di un abbraccio negato a lungo, persino gli sconosciuti si stringevano tra loro. Dopo la furia nazista, la squallida spartizione di una nazione e la folle, netta divisione di una città e del suo popolo, una quotidianità normale sembrava possibile anche all’ombra della Porta di Brandeburgo. Finalmente, un domani che non avesse più alcun legame con la guerra, con le dittature, che guardasse davvero al futuro, si mostrava un’opportunità concreta. Abbattere era il verbo. Abbattere era il solo modo per costruire.

Eppure, già quella notte, dentro e fuori Berlino, qualcuno aveva sentito il brivido di un presentimento. La fine della storia, come l’avrebbe definita Francis Fukuyama, politologo statunitense, si sarebbe rivelata, infatti, un processo senza rumore, subdolo e silenzioso, un movimento intestino al di sotto delle macerie di uno scempio diventato souvenir. Oggi, a distanza di trent’anni, quel brivido si è fatto certezza.

Il mondo dopo il 1989 è cresciuto con la convinzione che i confini fossero del tutto superati, il simbolo di un passato che nemmeno la scuola ha il tempo di raccontare. Non si è accorto, però, che quel concetto sarebbe stato valido solo per pochi, che le frontiere non si sarebbero mai aperte, che lui stesso, il mondo, non sarebbe mai stato uno soltanto. Mentre il Muro di Berlino cadeva, molti altri si stavano alzando, altrettanti restavano in piedi. Barriere solide che resistono tutt’oggi delimitando il raggio d’azione di chi deve adattarvi la vita intorno.

Stando a uno studio recente reso noto dalla geografa Elisabeth Vallet attualmente, disseminati in tutto il pianeta, ci sarebbero circa 77 muri, di cui 70 già eretti e 7 in costruzione. Divisori pensati per tenere separati etnie e interi Paesi o per fermare i flussi migratori. Motivi di sicurezza, insomma. Quantificarli resta difficile ma quel che è certo è che alla resa del Berliner Mauer i muri erano appena 16, gli altri sono stati realizzati dopo. In modo particolare in Europa dove, secondo un rapporto del Transnational Institute, i confini si sono intensificati soprattutto negli ultimi cinque anni.

I motivi sono molteplici: dallo spostamento di massa di numerosi gruppi di persone alla repressione, dai conflitti all’impoverimento, senza dimenticare l’ascesa delle politiche securitarie sulla scia dell’11 settembre, l’instabilità economica e sociale e il collasso finanziario in seguito al 2008. Ma, denuncia lo studio, il vero interesse consisterebbe nel business della costruzione. In termini di estensione, l’Unione Europea ha innalzato l’equivalente di sei muri di Berlino sulla superficie terrestre e di ventinove su quella marittima per un totale di quasi un miliardo di euro. Quello delle frontiere, però, è un mercato globale e coinvolge partner da ogni parte del mondo.

I muri e altre forme meno invadenti di recinzione, d’altro canto, sono ovunque: in Grecia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Russia, Bulgaria, Turchia, Francia, Cipro; ma anche in Africa tra lo Botswana e lo Zimbabwe, in Mozambico, fra il Marocco e il Sahara Occidentale, fra l’Egitto e la Striscia di Gaza, o in Asia come la linea di demarcazione militare coreana che separa il nord dal sud e la barriera fra India e Bangladesh o fra India e Pakistan, per citarne alcuni. Tra i più tristemente noti, poi, vi è certamente quello che separa Israele dalla Palestina, celebre anche come Muro dell’Apartheid, contrario al diritto internazionale secondo una sentenza della Corte dell’AIA. Nemmeno l’America, però, si sottrae a questa logica segregazionista: basti pensare al confine tra Stati Uniti e Messico,  una linea di demarcazione che miete vittime e si fa sempre più netta su volontà dell’attuale amministrazione Trump, o al muro di Lima, in Perù, che dal 1985 separa la zona ricca della città dai quartieri più poveri che alle ville lussuose sostituiscono baraccopoli dove non arrivano nemmeno l’acqua corrente e l’elettricità.

Come se non bastassero quelli fisici, inoltre, altrettanto numerosi sono oggi i cosiddetti muri virtuali, vale a dire tutti quei sistemi di monitoraggio e pattugliamento dei confini coadiuvati dalla tecnologia con radar, droni e telecamere di sorveglianza, ognuno volto a impedire il libero accesso in Europa come negli Stati Uniti. Nulla di troppo diverso, insomma, da ciò che succedeva ieri in quel di Berlino con strumenti meno moderni. Eppure, nonostante la maggior parte di questi confini sia nata dalla violenza umana e significhi sangue, morte, mari che si trasformano in cimiteri, ancora oggi l’attenzione è datata 9 novembre ’89, il giorno in cui dicevano che la dittatura fosse finita. E, invece, il Truman Show stava appena avendo inizio.

La schiacciante vittoria dell’Ovest sull’Est, infatti, non ha significato l’abbattimento dei confini fisici e mentali, bensì il rafforzamento di quei muri che sempre più hanno limitato l’agire comune marcando una netta distanza tra un noi e un loro, tra l’io e l’altro mettendo in crisi la società odierna. Trasformandosi in annessione dei territori dell’ex DDR nell’impero a stelle e strisce, la caduta del Berliner Mauer ha spalancato le porte alla globalizzazione che, se da una parte ha significato una maggiore circolazione di idee e persone, dall’altra si è rivelata imposizione di un pensiero, un’apertura che si è fatta chiusura, necessità di difesa di un’identità ormai compromessa. Quel giorno, venduto come una novella Liberazione, è stato soltanto un atto politico, la messa al bando di un nemico, il comunismo, combattuto perché antagonista del capitalismo e non come, stando alla narrazione, regime dittatoriale.

In quest’ottica, dunque, le immagini di quella notte tornano prepotenti a riempirci gli occhi e, anche, ad assumere un valore e una tenerezza diversi. Le picconate rimbombano di un rumore sordo, la fine della storia si conferma una sliding door, un tuffo all’indietro in un mondo il cui equilibrio si sgretola pietra dopo pietra, minacciato dai cani neri di Ian McEwan, da un’ansia globale che si nutre di palliativi temporanei, di barbari separatori chiamati sovranisti, Lega, Fratelli d’Italia, Vox, Front National, AfD, Brexit. Gli unici, forse, ad aver compreso l’importanza di quella domanda e della sua risposta, l’importanza di quelle parole capaci di demolire un muro e, al contempo, di costruirne molti altri. Oggi come ieri, consapevoli che il sistema mondo non sopravvivrebbe senza un nemico.

Ma se ritorniamo a dare il giusto valore alle cose, riappropriandoci proprio dei loro strumenti, vale a dire le parole, forse una speranza per cambiare e abbattere i muri, fisici e mentali, è ancora possibile. Ab wann? Ab sofort.

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