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Il Fatto

Virus: la paura del contagio abbraccia l’uomo forte

È un pensiero pericoloso quello che, silente, si sta facendo spazio nelle nostre menti. Un messaggio che ridefinisce la società e la abbruttisce, ne ridisegna i confini, li annerisce in modo deciso. Se ne parla da giorni ma, in realtà, non se ne discute mai. Le misure di contrasto al diffondersi del virus che ha improvvisamente resettato le nostre vite mutano in continuazione, in un modo così veloce da non riuscire a metabolizzarle, a comprendere quanto – e realmente – siano necessarie, giuste, inevitabili. Le voci che si rincorrono viaggiano spesso in direzioni opposte, talvolta parallele, stonano nel coro delle nostre paure più recondite. Qualcuno gioca a fare lo sceriffo, qualcun altro ci chiede di abituarci a fare la conta dei morti, a pensare al prossimo Natale – per chi ci riesce – con una tavola più corta o con più sedie vuote. Quasi a volerne cogliere il lato positivo: meno piatti da lavare e più spazio sul divano per sbracarsi dopo l’abboffata. Umorismo nero. Britannico. Di cattivo gusto.

Sono giorni surreali, sospesi in un tempo cristallizzato. Non è ieri e non è domani, ma non è nemmeno oggi. Un tempo sempre uguale, scandito dai numeri che compongono il grafico delle nostre speranze. La curva sale, la curva scende, forse si è raggiunto il picco, forse non ancora, dobbiamo aspettare, ci siamo. Al bollettino delle 18 ci affidiamo come alle preghiere in piena notte. Solo che la notte, adesso, ci pare un po’ più lunga, infinita. Così una lucina lontana somiglia a un segnale di speranza nuova, un miracolo, e invece è soltanto il ricordo di un aereo che non passa da tanto, la fiamma flebile di una candela lasciata a consumarsi su un balcone sconosciuto.

Sotto casa, file ordinate di chi attende per un tozzo di pane, sirene che non destano preoccupazione. Non sono le prime oggi, ma non saranno nemmeno le ultime. Uomini in divisa affollano le strade, le pattugliano, ci ispezionano, non bastano, ne vogliamo di più. E, così, ne chiediamo ancora, non sembrano mai a sufficienza, mai quanti, invece, ci appaiono gli incoscienti. Che, a volte, se ne contano davvero, altre sono poveri disgraziati costretti a recarsi a lavoro senza protezione alcuna. L’inquietudine psicotica ce li fa sembrare tutti uguali.

Intanto, il bisogno di controllo, la richiesta dell’uomo forte, la necessità dell’arma crescono, di giorno in giorno, di ora in ora, di positivo in positivo. In Cina ce l’hanno fatta, dicono. Sì, ma in Cina c’è il regime. Ci fosse anche qui… Vacillano. Siamo di fronte alla più pericolosa messa in discussione della democrazia, la convinzione – fallace – che una dittatura sia l’unica forma di (non) governo capace di gestire una situazione di emergenza. Come se alternativa non fosse possibile, come se fossimo inadeguati, nella modernità millantata delle nostre società, a fronteggiare la straordinarietà preoccupante di questi momenti. Ce ne stiamo rischiosamente convincendo.

Abbiamo un nemico invisibile e ne cerchiamo uno bene in vista: può sembrare rassicurante e, invece, è inquietante. Inquietante e surreale, come le nostre vite di adesso, come le piazze, vuote, delle città che non abitiamo, silenziose come le case in cui ci rintaniamo per tutelarci senza difenderci davvero. È la sospensione del diritto al quale chiediamo la sua stessa cancellazione. E ci pare normale, la sola mossa per uscirne vivi. Ma la risposta non può non essere il diritto. Alla vita, alla salute, all’uguaglianza. Il diritto a pretendere un’informazione chiara e onesta, una sanità efficiente e non mutilata, una politica responsabile e assistenziale. Che non lasci indietro nessuno. I malati, i precari, gli anziani, i migranti, i senzatetto. I senza-diritto, appunto.

A condizionarci è l’uso improprio del linguaggio bellico a cui si fa ricorso. Incute paura, ma anche certezza, la certezza della battaglia, l’accettazione del sangue versato, del vince solo chi è più forte. Ma chi è il più forte? È questa la domanda. Siamo in guerra? Contro chi? Nessuna bomba sulle nostre teste, soltanto profonda angoscia. Non lasciamoci ingannare. Dai media alla politica ci ripetono di essere in trincea, siam pronti alla morte, gridiamo dai balconi. E, invece, no, siam pronti alla vita, è quella che dobbiamo tutelare. Se c’è una guerra, non è nelle vie da cui pretendiamo di analizzare il mondo, non lo è non se non ce la portiamo noi, adirati e distratti, inghiottiti dalla nostra bolla di incertezza. Per la prima volta, forse, veramente nudi di fronte alla vulnerabilità di un sistema che, controllati, crediamo di controllare.

La guerra è nei presidi ospedalieri, gli unici luoghi in cui il nemico è tangibile in un modo talmente doloroso da svilire anche il più cinico dei dottori. La guerra è nelle terre lontane dove la esportiamo da sempre. Dove, oggi, a fermarla è il virus che ha fermato anche noi. Non le bandiere della pace che un tempo ci seguivano in corteo, non uno sfogo indignato sui social, non il politico che ce lo aveva promesso. Nessun mondo migliore. Una malattia, un’altra, ha soltanto un nome diverso. La guerra è in una contabilità che ci spersonalizza, che ci distingue, che classifica la fame a seconda della latitudine. In quel processo gravoso che facciamo nostro attribuendoci l’onnipotenza divina a cui velatamente aspiriamo: chi vive, chi muore. Giovane, anziano, disabile, malato. Uomo o donna. Chi ha maggiori possibilità di salvezza. Chi, domani, sarà forza lavoro. Chi può pagare la cifra giusta. È sempre – e ancora – la legge del più forte. La battaglia, allora, non sembra poi tanto campata in aria. Forse, lo è soltanto il nemico.

Come sarà il mondo alla fine di tutto questo? Dovremmo chiedercelo sin da ora. Torneremo liberi o avremo paura? Impareremo qualcosa o l’homo homini lupus sarà il solo ad arrivare al traguardo? E quanto gli sarà costato quel traguardo? Sembra un anno zero questo 2020, qualcosa sta cambiando, tanto è già cambiato. Il punto è capire cosa. E che direzione darvi.

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