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Il Fatto

Fuga dal coronavirus: l’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa

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Questi i titoli principali dell’ultimo weekend. Un insieme di notizie in bella mostra, eppure tutte in parte già note per il susseguirsi di servizi radio-televisivi e salotti con la partecipazione dei soliti nomi, di esponenti rispettabili della comunità scientifica ma, anche, dei tanti virologi, pochi doc e troppi improvvisati.

Un virus, quello che ci troviamo a fronteggiare, la cui origine apparentemente cinese pare abbia assunto una paternità europea nella perfetta e forte Germania già tristemente genitrice di quel batterio letale che fece milioni di morti. Ma se questa è un’altra storia, quella che viviamo oggi – non solo nel nostro Paese – comincia ad avere risvolti più che preoccupanti.

I primi necessari provvedimenti del governo, chiaramente legati alle valutazioni degli organismi preposti alla salvaguardia della salute pubblica, non solo hanno cominciato inevitabilmente a modificare le abitudini di famiglie, lavoratori, mamme e giovani, ma hanno evidenziato soprattutto un virus molto contagioso che in società fragili come le nostre può determinare il crollo delle attività ormai interconnesse a livello mondiale. Un virus che è stato in tutte le epoche il più pericoloso ma anche il più comprensibile: la paura.

Tralasciando gli aspetti strettamente scientifici, relativamente ai quali sarebbe anche ora che si tacesse tutti dando voce unicamente agli organismi preposti alla salute dei cittadini, l’effetto paura in questo momento storico ha tempi molto stretti di sviluppo e in pochi giorni ha già cominciato a creare allarmismo tra gli investitori, gli artigiani, i commercianti, insomma in tutta la catena dei processi lavorativi.

«Non mi arriva materiale dalla Cina e se permane questa situazione per altri dieci giorni dovrò fermare la mia attività»: non è la solita scontata dichiarazione che il bravo cronista raccoglie per il servizio giornalistico televisivo, è il più che realistico sfogo di alcuni miei conoscenti e amici veneti e lombardi che rispecchia la tragica realtà di migliaia di piccoli e grandi imprenditori in tutto il Paese, è la preoccupazione diffusa di famiglie e lavoratori che vedono in pericolo il loro presente e futuro. È, anche, la drammatica situazione del settore turistico trovatosi di punto in bianco con piazze e strade deserte o del settore aereo internazionale e crocieristico in piena crisi. E, così, a catena, bar, ristoranti, luoghi di ritrovo con tanti lavoratori a rischio oltre la già ordinaria precarietà.

È la situazione della meravigliosa isola d’Ischia con i suoi innumerevoli alberghi chiusi per almeno un mese e una prospettiva tutta da verificare man mano che la situazione si evolverà, sorte che interessa anche le altre due nostre perle di Procida e Capri. A tal proposito, mi ha particolarmente colpito un collegamento nel corso di una trasmissione pomeridiana sulla rete nazionale nel quale è stato ripetuto più volte che gli isolani che nei giorni scorsi hanno espresso comprensibile preoccupazione per la presenza di molti turisti provenienti dal Nord Italia – tra i quali è stata poi accertata la presenza di una signora affetta dal coronavirus – non sono razzisti ma semplicemente preoccupati. Un termine assolutamente nuovo nel vocabolario di una terra che vive di turismo e accoglie migliaia di persone da ogni parte del Paese e del mondo in tutti i mesi dell’anno.

Pochi giorni, insomma, per piombare in una crisi che potenzialmente potrebbe tramutarsi in tragedia se quel virus della paura si propagasse ulteriormente, tenuto conto che la sua evoluzione naturale avrebbe un effetto domino molto difficile da gestire. Ma il timore, il bombardamento continuo di queste notizie supportate anche dalle immagini che ne enfatizzano gli aspetti reali, l’osservanza di quei consigli ripetuti più volte che ascoltiamo con fare distratto ma con un’attenzione silenziosa per non trasmetterla ai nostri cari, agli anziani, ai bambini, ai disabili, ai più fragili, rappresentano comunque un processo rapido di un vero e proprio cambiamento di stile di vita che c’è da augurarsi non si rifletta anche su una maggiore limitazione delle libertà individuali.

Intanto, la paralisi del settore aereo cui ho accennato, con la sensibile riduzione degli spostamenti sia interni che internazionali, avrebbe dovuto suggerire al noto ex Ministro e Vicepresidente del Consiglio del precedente esecutivo, oggi semplice parlamentare, di evitare di richiedere al governo una superflua blindatura dei confini, di fatto già naturalmente chiusi a causa di una movimentazione sempre più in caduta per timore di contagi reciproci. Ma, si sa, meglio non perdere le buone abitudini.

L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa, amava ripetere Franklin Roosevelt, l’unico Presidente degli Stati Uniti eletto per ben quattro volte. Mai così attuali sono parse le sue parole: alla paura occorre contrapporre misure politiche di sostegno economico provvisorio e atteggiamenti responsabili innanzitutto individuali – in gran parte disattesi purtroppo anche in ambito sanitario –, evitando del tutto il cattivo giornalismo, quei fogli inutili, le fake news che vanno sempre verificate, l’eccesso di informazione sanitaria non istituzionale ma televisiva, i salotti mattutini e pomeridiani che creano soltanto allarmismo e confusione con i soliti pseudo-esperti e tuttologi che offrono consigli non richiesti e, per questo, il più delle volte dannosi.

La comunità internazionale guarda con rispetto alle misure adottate dal governo, misure che fortunatamente poggiano su un sistema sanitario nazionale che la tanto vituperata Prima Repubblica seppe costruire unitamente alle varie forze politiche e al contributo delle OO.SS., ai sacrifici di tutti i lavoratori di ogni ordine e grado. Un sistema che, in particolare nel recente trentennio, si è sistematicamente cercato di demolire con perdita di posti letto negli ospedali e mancate assunzioni a cui oggi, in sole ventiquattro ore, si cerca di rimediare deliberandone addirittura 20mila. Un piano per ora fallito di favorire una sanità privata più volte al centro di scaldali e inadeguatezze professionali.

Per questo, ora in difficoltà, il Governatore Zaia – tra i promotori del regionalismo differenziato – chiede aiuto allo Stato centrale mentre il suo collega lombardo, Attilio Fontana, accetta il sostegno offerto dalle ONG e da quella zecca rossa di Gino Strada, ieri offeso dalla Lega e oggi gradito nell’interesse dei territori da loro gestiti, con una sanità che ha sperperato milioni di euro riempiendo le tasche dei soliti noti e di quella parte politica che adesso pretende di dare lezione sul cosa e sul come fare.

Come se non bastasse, il decreto firmato sabato non è piaciuto a qualche Presidente di Regione che, con le sue dichiarazioni, sembra aver lasciato le impronte su un documento che ancora in bozza ha varcato la soglia delle agenzie di stampa o, addirittura, della CNN – che in queste ore ha affermato di averlo ricevuto proprio dal Pirellone –, seminando il panico tra quanti in vista dell’immediata creazione di zone rosse sono letteralmente scappati in direzione della stazione ferroviaria di Milano per dirigersi verso Sud, costituendo un potenziale serio pericolo di  contagio. Escludo che almeno questa volta si possa attribuire la responsabilità di fuga di notizie al solito responsabile della comunicazione di Palazzo Chigi, quel Casalino tutto Cinque Stelle, non certo dell’informazione istituzionale, inspiegabilmente balzato agli onori del giornalismo di palazzo.

Ma tra le notizie dell’ultima ora, senza risalto alcuno, tra le righe si legge anche la protesta dei detenuti nei maggiori penitenziari per il provvedimento transitorio di sospensione dei colloqui con i familiari rientrante nelle misure più generali sul tema coronavirus. Un problema piccolo, troppo piccolo per i più, un virus enorme a cui nessun esecutivo ha mai pensato di trovare un vaccino, seppur ben conosciuto, perché non frega proprio ad alcuno.

Fortunatamente, però, tra le notizie citate in apertura anche un barlume di speranza, per il futuro del pianeta, con i nostri giovani finalmente mobilitati per una guerra giusta, per la salvezza del domani, per il bene delle prossime generazioni. Poi, purtroppo, un’altra guerra, quella che invece è l’eterna sconfitta dell’umanità, dove poveri disperati in cerca di un rifugio vengono ammazzati senza pietà dalle solite bestie persino davanti ai loro piccoli, rei soltanto di aver oltrepassato un confine. Bestie piccole o grandi generano paura, certo, ma fanno anche vittime, troppe.

Fuga dal coronavirus: l’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa
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