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Stephen Hawking: l’astrofisica in lutto, crolla uno dei pilastri della scienza

Il cosmologo, matematico e astrofisico Stephen Hawking è deceduto ieri mattina, all’età di 76 anni, nella sua casa di Cambridge. A diffondere la notizia sono stati i suoi tre figli che, addolorati, conservano pieni di orgoglio e ammirazione il ricordo di uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi.

Da ventiquattro ore, dunque, il mondo piange la scomparsa di colui che ha divulgato la teoria sulla complessa origine dell’universo e che ha studiato minuziosamente la termodinamica dei buchi neri, trattata anche nel suo libro Dal Big Bang ai buchi neri.

Lo scienziato affetto da SLA, diagnosticatagli già da giovanissimo (appena ventunenne), ha affrontato studi e ricerche su una sedia a rotelle progettata appositamente per lui corredata di sintetizzatore vocale, con la quale ha combattuto, senza perdere forza d’animo e ironia, le difficoltà e i travagli della sclerosi degenerante, una malattia dalle inevitabili e devastanti conseguenze.

Un uomo dalle ampie vedute, una cultura fuori dagli schemi, curiosità e sete di conoscenza che hanno permesso all’umanità di comprendere realtà stupefacenti del macrocosmo che circonda il nostro pianeta. Uno studioso che ha giustificato scientificamente l’origine dell’universo, che ha guardato al passato e ha predetto il futuro, esponendosi con fermezza sull’attuale tematica delle intelligenze artificiali (AI), verso cui si è rivolto diffidente.

Tra mille anni circa scompariremo, l’aggressività dell’uomo unita alla tecnologia può causare la fine dell’essere umano sulla Terra. Le nuove intelligence, infatti, ancora oggi destano non pochi dubbi e perplessità, e genereranno altrettanti rischi. A tal proposito, nel 2015, insieme a Elon Musk, Bill Gates, Steve Wozniac e altri 8000 scienziati e ricercatori, il cosmologo ha firmato un documento contenente i pericoli delle intelligenze artificiali per divulgarne la potenza e le rispettive preoccupazioni.

Oltre alle sconfinate galassie, Hawking ha dedicato la sua attenzione e il suo impegno alla tutela del servizio sanitario pubblico. Si è sempre definito ateo e socialista, convinto che l’umanità avrebbe dovuto preoccuparsi degli effetti del capitalismo, anziché dei robot, sottolineando anche la necessità della società moderna di aprirsi a una visione socialista dell’economia: Se le macchine finiranno per produrre tutto quello di cui abbiamo bisogno, il risultato dipenderà da come le cose verranno distribuite. Tutti potranno godere di una vita serena nel tempo libero, se la ricchezza prodotta dalla macchina verrà condivisa, o la maggior parte delle persone si ritroverà miseramente in povertà se la lobby dei proprietari delle macchine si batteranno contro la redistribuzione della ricchezza. Finora, la tendenza sembra essere verso la seconda opzione, con la tecnologia che sta creando crescente disuguaglianza.

Nonostante la sua condizione, l’astrofisico ha affrontato la vita con estrema ironia e leggerezza. Persino i suoi studi hanno avuto un taglio umoristico, così come è riscontrabile nella critica alla meccanica quantistica in cui ha sostenuto che Einstein sbagliò quando disse: “Dio non gioca a dadi”. La considerazione dei buchi neri suggerisce infatti non solo che Dio gioca a dadi, ma che a volte ci confonde gettandoli dove non li si può vedere.

Strane, ironiche ed esemplificative sono, inoltre, alcune coincidenze che ruotano intorno alla vita dello scienziato, nato a trecento anni di distanza dalla morte di Galileo (8 gennaio 1642) e morto il giorno della nascita di Einstein (14 marzo 1879). Oltretutto, il 14/03 si celebra anche la giornata del Pi Greco (3.14), la costante matematica che esprime il rapporto tra la lunghezza della circonferenza e il suo diametro. Una coincidenza che, forse, potrebbe ricollegarsi ai suoi successi. A soli 32 anni, difatti, è diventato membro della Royal Society ottenendo la cattedra di matematica che ha conservato per trent’anni.

Nonostante gli impedimenti e il rischio costante di una morte imminente, ha affrontato il suo percorso  con una forza disarmante, diventando un’icona sia dal punto di vista scientifico che umano. A offrirgli tributi e apparizioni sono state persino alcune tra le serie tv più famose e amate tra i ragazzi, da I Simpson a The Big Bang Theory.

Partendo dai cartoni animati, si è arrivati poi a La Teoria del Tutto, film del 2014 con regia di James Marsh, che ha riadattato cinematograficamente la biografia Travelling to Infinity: My Life With Stephen, scritta dall’ex moglie dell’astrofisico, Jane Wilde Hawking.  La pellicola, che ha permesso al protagonista, Eddie Redmayne, di aggiudicarsi l’Oscar come miglior attore, ha ben rappresentato l’esortazione e l’invito alla speranza e alla vita, che va affrontata nelle sue numerose difficoltà con dedizione e coraggio.

Il mondo intero merita che le grandi menti non vengano sprecate e represse, l’umanità ha bisogno di sapere e di conoscere, anche se ciò comporta sforzi fisici e mentali. La scienza, infine, necessita di certezze, perché, come sostenuto da Hawking, il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza.

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