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Si scrive sardine, si legge populismo (almeno per ora)

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
13 Dicembre 2019
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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È vero, non riusciamo a non muoverci controcorrente anche in questo caso che il flusso sembra scorrere nella nostra stessa direzione. Dev’essere come nella favola della rana e lo scorpione, è la mia natura. Siamo anguille, non sardine, e non a caso. Ci perdonerà Mattia Santori, ideatore del movimento che sta riscuotendo successo in ogni piazza d’Italia e che si appresta a invadere San Giovanni a Roma il prossimo sabato, ma questa moda del non essere né l’uno né l’altro, né di destra né di sinistra, è – secondo noi – la ricetta perfetta per l’antipolitica e, quindi, per l’inconsistenza. 

Possibile mai che la parola sinistra faccia tanta paura ai sondaggisti che già proiettano le sardine nella sfida alla Lega candidandole al ruolo di antagoniste assolute, convincendo dunque il giovane emiliano a bandirla accuratamente dai suoi raduni per timore di perdere presto consensi? Qual è la solidità di questo movimento e di questo ragazzo se non sono in grado di spiegare alla gente che le battaglie di cui si fanno portavoce sono quelle del socialismo e che il socialismo niente ha a che fare con quello che, invece, lo ha fino a ora rappresentato in Italia, dal PD a Renzi?

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In quale altra maniera si traducono istanze che parlano di lavoro, ambiente, antifascismo e tutela della Costituzione, se con con la parola sinistra? Stiamo parlando di storia d’Italia e d’Europa, non di partiti che della falce e martello se ne sono fatti portatori fino a che il rosso consegnava voti e che, invece, cantano Bella Ciao come filastrocca per avvinazzarsi in allegra compagnia, svuotandola – così facendo – di tutto il suo forte e rivoluzionario messaggio. E, allora, perché strappar via le bandiere da mano ai manifestanti e trovare in gruppi come Potere al Popolo un nuovo nemico anziché un potenziale alleato? Giù la maschera, caro Mattia. 

Di pesci lessi che hanno fatto della lotta ai partiti e alla casta il proprio mantra ne abbiamo già accolti abbastanza e le referenze che sono in grado di offrire parlano chiaro: incompetenza, voltagabbana e arrivismo. Non si chiamavano sardine, ma dicevano le stesse cose che oggi professa il movimento ittico più popolare del Paese, riempivano piazze e annunciavano – al pari di come usa fare Santori in tv – mai con la vecchia politica, per poi finire a braccetto prima con una fazione e poi pure con l’altra, ritrovandosi succube di entrambe.

È vero, a criticar tutto, alla fine, non si critica niente. Questa, infatti, non vuol essere (ancora) un’accusa, ma un ammonimento per come è stata condotta sinora la macchina, per l’incapacità – o meglio – la scientifica rinuncia a imboccare una strada. Tanto per non accanirci sempre e solamente sui pentastellati – che in autonomia hanno già messo in pratica ogni strategia atta a rendersi inoffensivi –, la formula adoperata dalle sardine ricorda anche l’operato PD nei confronti delle leggi Ius Soli e Ius Culturae, lasciate a prendere polvere sui banchi delle Camere perché l’elettorato non avrebbe capito, perché l’Italia oggi è troppo incazzata con gli immigrati e mostrarsi umani, chi se ne frega se pettina la propria dignità, quel che è certo è che fa perdere voti ed è quella – in fondo – l’unica religione a cui rivolgere le preghiere.

Chi scrive ha già posto recentemente queste stesse domande a Santori, ma non può fare a meno di ripresentarle: cosa vuol dire essere unicamente anti-Salvini? Che fine fanno le migliaia di sagome di pesciolini cartonati una volta lasciate le piazze? I voti – fatta la pace dell’Emilia-Romagna dove ne beneficerà il candidato PD Stefano Bonaccini – chi andranno a ingrassare? 

Si può sfuggire ai simboli, ma non alla gente e alle risposte di cui, prima o poi, chiede conto. L’entusiasmo e, soprattutto, l’insoddisfazione può portare in dote una cieca adesione, pure su numeri impressionanti. Poi, però, il mutismo delle sardine di cui oggi il movimento si lustra orgoglioso potrebbe diventare l’ennesimo, insopportabile silenzio di fronte alle soluzioni che nessuno è in grado di offrire. Stato compreso.

Perché, allora, rifiutare una collocazione? Chi sono le sardine e chi deciderà cosa saranno? Come si dialogherà con la base e chi ne determinerà la composizione? Quali saranno i canali di comunicazione delle istanze che ciascun aderente vorrà proporre? Il movimento ha il dovere di assicurarsi che la partecipazione vada allargata, anziché stretta a un manipolo di decisioni prese da chi per primo ha creato un evento su Facebook o ha pensato bene di mandare affanculo i parlamentari dal palco di un teatro. Nessuna piattaforma virtuale sostituirà mai la bellezza e la concretezza delle assemblee. È un film già visto, pure di recente, e ha la squallida etichetta del populismo.

È vero, non riusciamo a non muoverci controcorrente anche in questo caso che il flusso sembra scorrere nella nostra stessa direzione. Noi, al contrario delle Sardine, sappiamo in quale verso nuotare. Dev’essere come nella favola della rana e lo scorpione, ricordate? È la mia natura. Siamo anguille, non sardine, e non a caso.

Prec.

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