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“Sangue rubato”: Antonio Muñoz Molina esplora la paura

C’è un passaggio, in IT di Stephen King, dove Eddie Kaspbrak, membro del club dei perdenti, si imbatte nel male che infesta la cittadina di Derry nei pressi di una vecchia casa abbandonata. Eddie è ipocondriaco e IT, in quell’occasione, prende le sembianze di un lebbroso, con la pelle talmente segnata dalla malattia da presentare deformità e marcescenze evidenti. Il lebbroso fa delle avances molto spinte al ragazzino, che fugge in preda al panico di finire lordato da ogni concepibile germe al solo sfiorarlo. La novella Sangue rubato di Antonio Muñoz Molina – pubblicata da Lindau lo scorso settembre – mi ha richiamato alla mente quello specifico pezzo di IT per ragioni diverse.

Tanto per cominciare perché guarda alla paura attraverso la lente d’osservazione dei bambini, poi perché è in grado, nelle poco più di sessanta pagine di cui si compone il racconto, di evocare un panorama di suggestioni simboliche che, dalla leggenda urbana, si mescolano con la realtà per fondersi in un unicum disturbante che rende impossibile mettere giù il libro fino al concludersi della vicenda. Il parallelo con IT si regge, inoltre, sull’utilizzo che entrambi gli scrittori fanno di una città immaginata. Come Derry, fittizio centro abitato del Maine entro i cui confini King ambienta altri racconti e romanzi, Molina ambienta questa novella e alcuni suoi romanzi nella cittadina immaginaria di Mágina, ispirata al paese andaluso in cui lo scrittore ha trascorso l’infanzia.

Mágina è il ricordo di una Spagna rurale, in cui l’asfalto e le strade a scorrimento veloce non hanno ancora sostituito le strade lastricate, in cui le automobili sono rare e la loro presenza si accompagna sempre a un che di sinistro. Un luogo in cui i bambini giocano alle biglie per strada e si raccontano storie dell’orrore al riparo dal sole rovente prima di cena. Un’epoca diversa, forse, ma non innocente. Come nella Derry di King, a Mágina il male occupa gli angoli bui, il paesaggio desolato della discarica, gli interstizi tra realtà e incubo.

I protagonisti del racconto sono Esteban e suo cugino Bernardo. I due vivono in simbiosi, uniti da un legame fraterno e dalla particolare condizione fisica di Bernardo: reduce dalla poliomielite, il ragazzo si trascina dietro una gamba rachitica sorretta da uno scarpone e da un’impalcatura sferragliante. Esteban è il sostegno fisico e il più fido ascoltatore di suo cugino. Il fatto che Bernardo abbia una gamba praticamente intrappolata in una sorta di vergine di ferro dell’ortopedia del dopoguerra gli attribuisce subito l’aspetto di un personaggio da romanzo gotico e dà immediatamente il passo all’intera narrazione.

La suggestione paurosa dei ragazzini scaturisce, anzitutto, dal terrore concreto della morte attraverso il contatto con un soggetto malato. Nei racconti di Bernardo, che mescolano la leggenda popolare alla realtà osservata al punto da renderne impossibile il discernimento, misteriosi tisici si aggirano per la città nascosti da larghi cappelli neri, alla guida di grosse vetture altrettanto nere, pronti a catturare i bambini incauti e rubar loro il sangue. I racconti si popolano di aghi, rapimenti, strumenti per la trasfusione, bombole d’ossigeno, teste mozzate, cripte sconsacrate. Come tutte le storie di bambini, sono un collage di cose ascoltate, paure vivificate, incubi esorcizzati durante la veglia, leggende metropolitane preesistenti e saggezza popolare tramandata. Sul fondo di ogni fiaba aleggia un monito per i più piccoli: non fidarsi mai degli sconosciuti – quanti genitori si sono raccomandati coi propri figli piccoli di non accettare le caramelle dagli estranei? Estranei che, in questo caso, sono pronti a tutto per sottrarre loro il sangue. I tisici divengono, dunque, figure mitiche come i vampiri: si nutrono della linfa vitale degli innocenti per assicurarsi la sopravvivenza. Come nella simbologia legata ai vampiri, però, anche nel racconto di Molina il sangue non rappresenta solamente la sostanza che ci scorre nelle vene.

I cambiamenti del corpo, si sa, passano attraverso il sangue e la circolazione sanguigna: basti pensare al tumulto che avviene nei corpi adolescenti maschili e femminili, agli ormoni che come lune piene guidano e indirizzano le maree di sangue dentro i nostri organismi. La polio che ha colpito Bernardo, del resto, ne ha intaccato l’apparato circolatorio quindi, se vogliamo, la sua difficoltà di camminare può essere vista come direttamente dipendente dal sangue. La perdita di quest’ultimo è una metafora per un passaggio di stato che, in qualche modo, è anche un po’ morte di quanto eravamo prima. Essere privati del sangue è essere privati della propria innocenza.

Molte sono, in letteratura, le suggestioni che legano la malattia, il sangue, la morte alla dimensione sessuale. Dracula azzannava la giugulare di giovani vergini, in quella che era una neppure troppo sottile allusione al rapporto sessuale completo; anche il lebbroso di IT ha una connotazione marcatissima. Si tratta di demoni che vanno a intaccare la dimensione della purezza, del candore infantile, con immagini dell’ignoto abisso del desiderio adulto. I tisici evocati dalle paure di Bernardo ed Esteban avvicinano e toccano i ragazzini nella penombra di un cinema. L’incubo diventa realtà, la realtà si trasforma in un incubo, in un continuo rovesciamento che non ammette speranza o salvezza.

“Sangue rubato”: Antonio Muñoz Molina esplora la paura
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