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Il Fatto

Povertà educativa e crisi economica: Save the Children lancia l’allarme

Web. Emergenza. Crisi. Sono queste, forse, le tre parole che saprebbero meglio descrivere gli anni dal 2008 a oggi. Poco più di un decennio che ha visto il mondo cambiare e riscrivere le nostre abitudini. Dall’avvento dei social network al crollo dell’economia, fino al cambiamento climatico sempre più imminente, il dibattito pubblico, le prime pagine dei quotidiani, persino le nostre confidenze, hanno ruotato con frequenza progressivamente maggiore intorno ai tre macroargomenti, finendo quasi con lo svuotarli di senso. Come se web fosse la nostra unica dimensione, emergenza la normalità e crisi una condizione imprescindibile per la precarietà di tasche ed emozioni.

Ma intorno a queste tre parole ruota anche Riscriviamo il futuro, la nuova campagna di Save the Children, che lancia un allarme inequivocabile: stiamo dimenticando i bambini. Presi dalla nostra pandemia, infatti, stiamo pensando e mettendo in pratica misure che poco o nulla hanno a che fare con la tutela dei minori, primi tra le vittime di questo periodo già passato alla storia. Come noi, invece, anche i più piccoli hanno dovuto drasticamente mutare le proprie giornate, riscrivendo la scaletta della routine quotidiana secondo direttive per loro incomprensibili e pericolose. Niente più nonni, niente più scuola, niente più parco giochi o gelato con gli amichetti. Insomma, un’altra vita.

In particolare, si legge nell’appello lanciato dalla nota organizzazione, l’emergenza coronavirus rischia di pesare fortemente sul futuro di bambini e adolescenti, improvvisamente schiacciati tra povertà materiale e contrazione delle opportunità educative. Agire subito è dunque fondamentale e per nulla procrastinabile. A sostegno della propria tesi, Save the Children diffonde i dati dell’indagine inedita realizzata dall’istituto di ricerca 40 dB su un campione di oltre mille minori tra gli 8 e i 17 anni e i loro genitori. Famiglie di cui il 39.9% è in condizioni di fragilità socio-economica anche – ma non solo – a causa della pandemia.

Di questi, quasi un genitore su sette (14.8%) ha perso il lavoro definitivamente, più della metà in via temporanea, e sei su dieci hanno subito la riduzione momentanea dello stipendio. Genitori che, nel 44% dei casi, sono preoccupati di non poter tornare al lavoro o di cercarne uno perché non saprebbero a chi lasciare i figli lontani da scuola. Basti pensare che asili nido e servizi per la prima infanzia in province come Crotone, Caserta o Reggio Calabria presentano una copertura inferiore al 2% su una media nazionale del 13.5% e una media comunitaria del 33%. anche Treviso, Belluno, Sondrio, Lodi e la città metropolitana di Venezia si attestano su dati decisamente più bassi.

Come se non bastasse, dei quasi 10 milioni di lavoratori rimasti a casa in questi mesi, 3.7 milioni vivono in famiglie monoreddito, di cui la metà con figli a carico. Di conseguenza, la percentuale dei minori attualmente certificati in condizioni di povertà assoluta è passata dal 12 al 20%. Numeri allarmanti le cui ripercussioni si stanno già riflettendo sull’intera collettività. Gli aiuti economici statali sono, infatti, quasi raddoppiati: dal 18.6% al 32.3%, con il 44.7% delle famiglie intervistate che ha dovuto ridurre le spese alimentari e il 41.3% il consumo di carne e pesce, sacrificando persino la propria salute con la rinuncia all’acquisto di medicinali o al ricorso a cure mediche necessarie (21.5%). Inoltre, una famiglia su cinque ha dovuto richiedere prestiti economici ad amici e parenti, mentre il 15.5% si è affidato ad aiuti alimentari, a cui prima sopperivano le mense scolastiche praticamente gratuite per tutti i nuclei coinvolti. Anche bollette (32.7%), mutui e affitti (26.3%) sono stati procrastinati. Ma a quando? Difficile, a oggi, fare una previsione fiduciosa.

Strettamente legata alla povertà economica vi è poi la povertà educativa, ossia l’impossibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni. Come denuncia Save the Children, infatti, sono molti i minori a subire i divari sociali e territoriali acuiti dalla didattica a distanza. Un bambino su cinque sta riscontrando problemi nel fare i compiti, mentre quasi uno su dieci, tra gli 8 e gli 11 anni, non segue le lezioni online o lo fa meno di una volta a settimana.

Gli ultimi dati ISTAT ben fotografano le difficoltà: più di 4 minori su 10 vivono in abitazioni sovraffollate o non hanno spazi riservati allo studio, addirittura il 12.3% non ha un computer o un tablet da cui connettersi. Nel Mezzogiorno perfino il 20%. È al Sud, infatti, che si concentrano le percentuali più alte di studenti con maggiore svantaggio socio-economico e culturale, con le province di Taranto, Napoli, Barletta-Andria-Trani che superano il 30%. Il Centro-Nord, comunque, non è messo meglio con numeri elevati in zone come Prato (28%) e Vercelli (24.4%).

Tra chi può usufruire degli strumenti necessari, invece, il 57% è costretto a condividerlo con gli altri componenti della famiglia. Magari fratelli impegnati con altrettante lezioni o genitori alle prese con lo smart working. Solo il 30% di coloro che stanno sperimentando la didattica a distanza, inoltre, presenta le competenze idonee all’uso del web. E qui – continua Save the Children – si annida la preoccupazione di quanti, nel 39.9% dei casi, credono che il rendimento scolastico dei figli sia peggiorato, come confermano anche i ragazzi (1 su 5). Sono in tanti, dunque, che chiedono un aiuto più consistente degli insegnanti (72.4%) e un accesso più semplice alla DAD (71.5%). Gli studenti stessi denunciano, in particolare tra quelli che vivono in contesti di privazione (22.4%), di aver bisogno di un ulteriore supporto poiché in difficoltà nell’affrontare le varie materie. Una paura che accompagna mamme e papà (60.3%), convinti che, una volta rientrati tra i banchi scolastici, i propri ragazzi necessiteranno di maggiore attenzione dopo le carenze accumulate in questi mesi.

La scarsa chiarezza da parte delle istituzioni competenti ha certamente generato confusione al punto che, nonostante le tardive rassicurazioni in merito, taluni credono ancora nella possibilità di perdere l’anno o, peggio, il prossimo abbandono degli studi. D’altro canto, la dispersione scolastica in Italia non è affatto una novità: a livello nazionale il fenomeno riguarda il 13.7% dei ragazzi con circa 70 province su 107 che non raggiungono il target europeo. Ancora una volta a guidare la triste classifica è il Meridione con Caltanissetta (27.1%) e Brindisi (26%) che si attestano prime della classe. A seguire, il sud della Sardegna (25.7%) e le province di Imperia (22.2%) e Arezzo (22%).

Sono dunque molte le famiglie che chiedono la riapertura delle scuole, magari per tutto il giorno, e l’incremento di attività extrascolastiche che possano coinvolgere i ragazzi, a oggi sempre più chiusi nell’apatia frutto di un isolamento che da protezione individuale rischia di diventare disagio e rifiuto. La metà degli intervistati dichiara, infatti, di preferire il web alla vita sociale più classica, sia in termini di svago che di conoscenza dell’altro. Una statistica affatto rassicurante, in un mondo che si spinge sempre più nel virtuale e nella solitudine, finendo con il rinnegare il reale.

La povertà dei bambini – si legge nel manifesto di Save the Children – non è quella degli adulti in miniatura: non colpisce solo il presente, ma pregiudica il futuro, con danni spesso irrecuperabili. Riscriviamo il futuro mira allora, oltre a un intervento programmatico che intende raggiungere 100mila tra bambini e adolescenti in 30 città di Italia, a chiedere a Parlamento e istituzioni locali di agire per aiutare le famiglie e i loro figli con un piano straordinario per l’infanzia e l’istituzione di una unità di missione che ne garantisca l’attuazione. Affinché i nuovi invisibili non spariscano dai radar e restino al centro del dibattito.

La pandemia ci ha brutalmente ricordato quanto le nostre vite siano costantemente appese a un filo, figlie dell’imprevedibilità e di una logica, illogica, senza pietà. Noi adulti ne abbiamo sofferto molto, ancora oggi e a lungo ne avvertiremo il peso nei nostri più elementari gesti. I più piccoli, anche quelli che sembrano averla presa bene – e qui gli psicologi lanciano l’allarme – rischiano di non saperlo esprimere a parole, di non capirlo fino in fondo, di restarne impantanati. Così come li ha lasciati una fase 2 che a loro non ha pensato di dover prestare attenzione. Come fossero affare di famiglia e non di Stato ma la famiglia – e lo Stato lo ha sottolineato con quel congiunti con cui ha invaso la nostra privacy – è il cuore dello Stato stesso.

La scuola non è un parcheggio, un passatempo, un luogo fisico dove lasciare i nostri figli mentre andiamo al lavoro o a fare la spesa. La scuola è lo spazio di crescita e formazione dell’individuo, la seconda società a cui questi approccia man mano che diventa grande e impara a conoscere il mondo. Se il mondo finisce in uno schermo o, peggio, nel nulla di chi quello schermo non può permetterselo, abbiamo fallito. Tutti. Istituzioni e cittadini. Abbiamo condannato la comunità alla morte certa. E, invece, in un pianeta che certezze non ha, i bambini sono l’unica speranza.

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