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Il Fatto

Fase 2: l’esperimento psicologico e la paura di uscire

Andrà tutto bene: è stato questo il mantra degli ultimi mesi, settimane lunghe una vita in cui il mondo ci è parso muoversi lento, solitario, diverso. Il silenzio, che abbiamo cercato di coprire con canti e applausi, ha dilatato il tempo e ristretto lo spazio, incapace di fermare il primo e di ampliare il secondo, come fossimo in gabbia, lì dove ci siamo sentiti tutti, per la prima volta totalmente in balia di un destino incontrollabile. Controllati, invece, abbiamo imparato a convivere con noi stessi, chiusi tra le pareti delle nostre case, spesso di cartone o troppo strette, spesso grandi quanto il palmo di una mano violenta o vuote come le vite dalle quali abbiamo più volte cercato riparo. Nel lavoro, negli affetti, nei vizi, nelle emozioni negate. I nervi messi a dura prova. I nervi torturati da una pandemia, soprattutto dalla sua imprevedibilità.

In un articolo pubblicato dal World Economic Forum, la psicologa belga Elke Van Hoof parla di lockdown come il più grande esperimento psicologico del mondo. E lo fa, al di là di qualsiasi teoria complottista che una tale dichiarazione può lasciar presagire, analizzando dati apparentemente semplici: al momento della pubblicazione – risalente allo scorso aprile –, le persone coinvolte dal fermi tutti erano circa 2.6 miliardi, un numero enorme che ha permesso di analizzare comportamenti e reazioni conseguenti all’isolamento forzato. Soprattutto, permetterà – adesso che la cosiddetta Fase 2 inizia a prendere forma – di comprendere quanti e quali danni l’#iorestoacasa avrà causato su ciascuno di noi.

Già a fine febbraio, dunque ben prima che le misure di contenimento del contagio fossero applicate in buona parte dei Paesi europei, la rivista scientifica The Lancet pubblicava un’ampia sintesi di studi che documentano l’impatto psicologico che il confinamento può significare. Tra quelli elencati, i sintomi più comuni risultavano sbalzi di umore, insonnia, stress, ansia, irritabilità, rabbia, esaurimento emotivo e depressione. In particolare, il mood basso e la suscettibilità erano i più frequenti. Sintomi riscontrati anche in Cina nelle scorse settimane.

Nello specifico – argomentava la rivista –, in caso di quarantena, intesa come limitazione dei movimenti di persone potenzialmente esposte a una malattia contagiosa, le ragioni erano legate tutte al rischio di infezione, alla paura di ammalarsi o al timore di perdere un proprio caro. Insomma, nulla di diverso da quanto sperimentato nel lockdown in corso, accompagnato dalla terribile sensazione di precarietà professionale ed economica a cui più e meno giovani hanno di colpo sentito di aver lasciato il passo. E sebbene a molti queste avvisaglie possano apparire come superate, gli esperti ci mettono in guardia sul futuro più prossimo: una nuova epidemia è pronta a colpirci se non lavoreremo, tutti e sin da subito, sulla nostra persona e sull’intera collettività.

Nei mesi che verranno, infatti, sono previsti fenomeni di bornout (logoramento) e di assenteismo o, comunque, di perdita della produttività. Fenomeni che, nel 2001, ad esempio, avevano riguardato la zona di Ground Zero o, negli anni a venire, le aree focolaio di Ebola e SARS. A pagarne le conseguenze peggiori, all’epoca, erano stati da una parte le unità militari e i dipendenti delle aziende circostanti, dall’altra il personale ospedaliero. Circa il 10% di quest’ultimo ha riferito, infatti, di sintomi depressivi elevati fino ai tre anni successivi dallo stato di quarantena, spesso segnati da un aumento di consumo di alcol e di ricerca di “evasione”. Un rischio che molti degli operatori sanitari impegnati nella lotta al COVID-19 potrebbero già star correndo. Non a caso, nella sua analisi, la psicologa belga li annovera tra i soggetti più esposti a problemi di salute mentale a lungo termine. Con essi, gli under 30, i bambini, gli anziani e, più in generale, quanti già in condizioni precarie, come disabili, poveri o persone vittime di disturbi legati alla sfera psicologica. Riflessioni non nuove ma che, tuttavia, trovano ancora impreparate istituzioni e società.

Da decenni, la psicologia del trauma lancia il suo allarme, eppure in pochissimi le danno ascolto. Come se non bastasse, quando si tratta di offrire supporto psicologico, la maggior parte dei Paesi è sempre in ritardo in termine di azione e reazione. Così, ora che il lockdown ha coinvolto una porzione di mondo mai fermatasi tutta insieme, i tempi di elaborazione dello shock pandemico e, dunque, di arginamento rischiano di dilatarsi in modo preoccupante. Per la prima volta, il coronavirus ha palesato, anche ai più scettici, quanto lo stato di salute del singolo sia, nei fatti, una questione sociale da affrontare nell’ottica di una comunità più pronta e compatta. Il rischio, invece, è che senza una giusta riflessione l’altro appaia, sempre di più, come il nemico, colui da cui difendersi e tenersi lontano per la propria salvaguardia e, paradossalmente, anche per la sua.

Mascherine, guanti, forse plexiglass, sicuramente le distanze, hanno già mutato il nostro modo di percepirci e percepire. E, sebbene non saremo migliori come hanno tentato di farci credere in queste lunghe settimane, di sicuro siamo cambiati. Per ognuno di noi, l’altro è diventato pericolo e salvezza in un’interdipendenza che non si è fatta quella collettività che abbiamo tentato di costruire dai nostri balconi – finendo presto per stigmatizzarla –, quanto sospetto e caccia all’untore. Di colpo, i nostri punti di riferimento sono mutati, gli amici diventati estranei per decreto, le città si sono svuotate dei soliti rumori. Senza preavviso, il quotidiano si è riscoperto diverso, tra pareti che prima vivevamo troppo poco e ora decisamente troppo e basta. Impossibile, allora, non sentirsi destabilizzati. Impossibile non aver paura adesso che ci dicono di ricominciare, anche se a piccole dosi.

Non a caso, le persone in difficoltà all’idea di uscire stanno aumentando un po’ ovunque, spaventate dalla concreta possibilità di abbandonare quel perimetro di sicurezza entro il quale hanno imparato a convivere. Alcuni la chiamano sindrome della capanna ed è legata – spiega Laura Guaglio, psicologa e psicoterapeuta – all’idea di sentirsi a disagio in una situazione che prima era percepita come la normalità. Il nostro baricentro sono diventate le case che abitiamo, finendo con il determinare una spirale pericolosa: meno esco, meno avrò voglia di uscire e meno avrò voglia di uscire, meno mi sentirò al sicuro. Un fenomeno per nulla raro e che nel già citato periodo post 11 settembre aveva causato uno stallo emotivo in molti americani. All’epoca, come oggi, la zona comfort si era sgretolata attorno all’io, costretto a ridimensionarsi in una società repentinamente messa in discussione.

Ma se nel 2001 un triage psicologico poteva apparire ancora inattuabile, oggi che il web ha accentuato il nostro sentire, palesandolo, salute mentale e fisica non possono continuare a muoversi separate. Eppure, il timore che i sintomi sopraelencati vengano sottovalutati o ignorati resta forte. Importante, a tal proposito, è l’iniziativa del Ministero della Salute guidato da Roberto Speranza che dal 27 aprile ha attivato un numero verde, l’800-833-833, disponibile dalle 8 alle 24 7 giorni su 7, finalmente riconoscendo l’importanza del ruolo di chi si adopera quotidianamente per il nostro equilibrio, nelle difficoltà di uno Stato che non assiste ma che, anzi, ne ostacola l’impegno. In tema di supporto psicologico, infatti, l’Italia risulta tutt’oggi carente nell’offerta, soprattutto nella promozione. Servizi di ascolto, strutture capaci di accogliere chi è in difficoltà o necessita un confronto sono, infatti, sempre più carenti. In particolare se gratuiti. Come se l’assistenza psicologica fosse un vizio per ricchi e non un diritto inalienabile di ognuno.

Nessuno si salva da solo: a ricordarcelo, poche settimane fa, era stato Papa Francesco in una Piazza San Pietro vuota e inedita. In quei giorni, ci sentivamo particolarmente fragili. L’esperimento sociale stava appena avendo inizio e se, da una parte, l’idea di rinnovamento ci spaventava, dall’altra, ci incoraggiava ad attendere fiduciosi la normalità. Oggi, invece, a poche ore dal surrogato di libertà che ci è stato concesso, ci ritroviamo a fare i conti con una società che è cambiata e che, nei fatti, non è cambiata come avevano promesso, come speravamo e, forse, credevamo. Quell’opportunità – così era stato paventato il COVID – si è rivelata fallimentare. Non tempo sospeso, ma tempo rubato. Tempo che nessuno ci ridarà. Ascoltarsi ora e ascoltarsi subito è l’unico modo per essere. Ancora.

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