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“Povere creature!”: perché meritava l’Oscar

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
18 Marzo 2024
in Ciak!
Tempo di lettura: 5 minuti
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Dire che Povere creature! avrebbe meritato l’Oscar è abbastanza scontato ma ha il suo peso. Questo perché Yorgos Lanthimos, che ha diretto il film basandosi sull’omonimo romanzo del 1992 scritto da Alasdair Gray (in Italia per Safarà), non è sicuramente un autore mainstream. Anzi, la sua carriera è scandita da un’escalation di pellicole – neanche troppe, questo è il suo ottavo film – incredibilmente personali, sperimentali e audaci, dallo scandalo di Dogtooth (2009) al massacro psicologico de Il sacrificio del cervo sacro (2017), per poi giungere a La favorita, sua consacrazione agli Oscar 2019 on ben dieci candidature. Però, il potere di Lanthimos va oltre. Un potere che sta nell’essere riuscito ad arrivare al grande pubblico senza snaturare la sua poetica dissacrante e distorta, la stessa per cui Dogtooth, all’epoca (senz’altro in modo più amaro, va ammesso), aveva suscitato tanto scalpore nella cricca degli appassionati di cinema indipendente.

Povere creature! rappresenta, dunque, una summa nel lavoro del folle regista greco, prima vincitore del Leone d’oro a Venezia e di due Golden Globe e ora vincitore di ben quattro Oscar (miglior attrice protagonista, migliore scenografia, migliori costumi e miglior trucco) con undici candidature (miglior film, regista, sceneggiatura non originale, attrice, attore non protagonista, montaggio, fotografia, scenografia, costumi, colonna sonora, trucco e acconciatura). E, nonostante ciò, forse non tutti siamo davvero pronti per questa esperienza. C’è chi l’ha chiamato film femminista, chi esistenzialista. La verità è che Povere creature! spacca. Due ore e venti di durata che scorrono senza sentirle neanche di striscio, per uno spettacolo visivo ed emozionale in perfetto stile Lanthimos (quindi fuori di testa ma in senso buono).

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Protagonista di questa grottesca commedia drammatica è Emma Stone, reduce già da La favorita e, che ve lo dico a fare, qui nel ruolo forse più splendido e complesso della sua intera carriera. Impersona Bella Baxter, giovane donna “appena nata”, frutto di un esperimento scientifico del dott. Godwin Baxter, interpretato (e chi sennò) da Willem Dafoe. Bella è curiosa di assaporare il mondo al di fuori delle mura domestiche e non appena ne avrà occasione – la conoscenza del losco avvocato Duncan Wedderburn – non perderà tempo e intraprenderà un viaggio verso esperienze uniche e una diretta conoscenza della vita.

Ciò che rende Povere creature! uno dei film più iconici degli ultimi tempi e degno avversario di Oppenheimer per l’Oscar a miglior film è senza dubbio un connubio perfetto di narrazione, interpretazione e tecnicismo. Lanthimos ha ormai plasmato il suo microcosmo attraverso uno stile figurativo ben preciso, con atmosfere che spaziano dallo steampunk al paradossale. Nelle sue pellicole nulla è lasciato al fato, sceneggiatura ed estetica si supportano vicendevolmente e anche in questo caso ci si ritrova immersi in un mondo dell’assurdo dove ogni informazione viene rilasciata gradualmente e in maniera mai scontata o retorica.

Fondamentale è la fotografia che segue l’evoluzione della protagonista transitando dal bianco e nero di una mente ancora acerba, ignara, alle mille sfumature di colore di una mente ricolma di stimoli e in procinto di conoscere ed esplorare. Nonostante le palesi influenze lynchiane, Lanthimos porta avanti un intreccio molto chiaro e consapevole, muovendo magistralmente la macchina da presa in inquadrature come magnifici tableaux vivants, con costumi eleganti e quasi plastici. Non può mancare, ovviamente, il suo iconico fish-eye, l’obiettivo a occhio di pesce atto a distorcere le figure.

Ma chi sono quindi le poor things? A un primo sguardo, sulla scia di un pessimismo storico, le povere cose sono tutte le Bella Baxter, corpi oggetto, creati e plagiati, corpi senza coscienza frutto di esperimenti altrui, rinchiusi in splendide gabbie dorate. Poi però il pessimismo diventa cosmico e le povere creature forse non sono le Bella di turno bensì tutti gli altri, forse l’umanità intera, misera, patetica, per la quale Baxter prova quasi compassione. Povere creature son anche e soprattutto gli uomini di questo film, sui quali Lanthimos incalza parecchio.

A fare la differenza, nemmeno a dirlo, sono le interpretazioni. A cominciare dal celeberrimo Willem Dafoe, qui nei panni del curioso Godwin Baxter, God per gli amici, nomignolo decisamente non a caso. Un padre come un dio, fiero della sua più rivoluzionaria creazione. Un uomo vittima di un altro uomo, di cui porta consapevole le cicatrici sul corpo e nell’animo ma che ha assorbito l’amore per la scienza e la medicina. Questo dottor Frankenstein rivisitato in chiave grottesca non è tuttavia un padre padrone: coerente dall’inizio alla fine, sa che, oltre ad averle dato la vita, le ha donato anche il libero arbitrio.

Poi ci sono Max McCandles (Ramy Youssef) e Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), il sacro e il profano, il casto e il donnaiolo (“casualmente” l’equivalente al maschile dello stereotipo di solito usato per etichettare le donne). Max, mite e imprigionato in pregiudizi come tutti, ha però dalla sua una carta vincente: la consapevolezza di doversi emancipare di pari passo con la società, con Bella. Ma è Duncan il personaggio maschile senza dubbio più particolare e travolgente. Il perfetto narcisista egocentrico, vantandosi di conoscere il mondo in tutti i suoi vizi. Con grande autoironia, Ruffalo porta sullo schermo un personaggio sfaccettato, ridicolo e portavoce di quella mascolinità tossica e performativa, bramosa di controllo, di possesso ma così fragile da accartocciarsi su se stessa alla prima manifestazione di indipendenza di Bella, come una minaccia al proprio ego.

Infine, Bella Baxter, regina indiscussa dell’universo femminile. Un femminile represso, oppresso. Emma Stone ha compiuto un vero miracolo, interpretando un ruolo difficilissimo, femminista senza scadere nel didascalico. Attraverso un viaggio diviso in capitoli, seguiamo la sua crescita, la sua consapevolezza del mondo e delle sue creature, di sentimenti e punti di vista differenti. Scopriamo il cinismo e l’ipocrisia del mondo, imprigionato in gabbie auto-erette. E lo facciamo attraverso uno degli impulsi più primordiali dell’essere umano: quello sessuale. Bella è affascinata dal sesso nella maniera più naturale possibile, perché semplicemente le provoca piacere. Ecco che il desiderio femminile diventa cardine, contro ogni tabù. Senza alcuna costrizione sociale, Bella si riappropria di sé e della sua dignità, come essere umano indipendente e libero.

Ciò che il film ci suggerisce è che l’unico modo per farlo è attraverso l’esperienza, la sola in grado di conferire un vero senso alla vita. «Io sono Bella Baxter – dice lei – e c’è un mondo da assaporare, circumnavigare. È l’obiettivo di tutti fare progressi. Poi continua, God dice le cose funzionano in un modo finché non scopriamo un nuovo modo e rimangono in quel modo finché non scopriamo un nuovo modo ancora e così via, fino a quando la terra non è più piatta, l’elettricità illumina la notte e le scarpe non si legano più coi fiocchi». Un concetto così semplice eppure, ancora oggi, così complesso da mettere in pratica per molti di noi, povere creature.

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Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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