Cinema

“Dogtooth”: al cinema dopo undici anni dall’uscita

Il cinema risorge dalle ceneri del coronavirus e lo fa nel migliore dei modi. Dopo mesi di chiusure e restrizioni che ci hanno precluso l’emozione della sala buia, dello schermo 16×22 metri e del profumo dei pop-corn caldi al burro, arriva più di una pellicola dall’aria decisamente intrigante. Come Tenet, scritta e diretta da Christopher Nolan e con un cast d’eccellenza: John David Washington, Robert Pattinson, Elizabeth Debicki, Michael Caine e Kenneth Branagh. Un thriller-azione mescolato a fantascienza che vede come protagonista un agente segreto alle prese con un’audace missione: impedire lo scoppio della Terza Guerra Mondiale.

Abbiamo visto praticamente su ogni dove anche il trailer dell’ultimo Disney-Pixar, Onward – Oltre la magia, dal 19 agosto nelle sale italiane. Spensierato e divertente, le avventure di due elfi alla ricerca della “parte superiore” del corpo del padre, hanno portato una ventata di leggerezza nelle nostre vite, allietando i più piccini e non solo. Ma ciò che ci ha lasciato piacevolmente sorpresi, è stata l’inclusione nelle sale, dal 27 agosto, di una pellicola, anno 2009, di quel folle di Yorgos Lanthimos.

dogtoothParliamo di Dogtooth (titolo originale: Kynodontas), pellicola greca che scioccò all’epoca critica e pubblico e che si aggiudicò una candidatura agli Oscar 2011 per miglior film in lingua straniera, oltre a essere premiata al 62° Festival di Cannes. Lanthimos si è distinto svariate volte per le sue opere estreme e perturbanti, spesso ai limiti dell’assurdo. Prima fra tutte, The Lobster, nel 2015, e in seguito il visionario Il sacrificio del cervo sacro, 2017, interpretato da Colin Farrell e Nicole Kidman. L’ultima è stata La Favorita nel 2018, che ha visto ben dieci candidature agli Oscar 2019, dodici ai BAFTA e cinque ai Golden Globe, con la vittoria di Olivia Colman per la miglior interpretazione femminile. Un’escalation di successo per il regista, sceneggiatore e produttore greco.

Sembra dunque così strano che l’Italia abbia impiegato ben undici anni per poter distribuire in sala Dogtooth, lungometraggio che lo ha reso effettivamente celebre nel mondo cinematografico. Un ennesimo motivo per recuperarlo. Una storia paradossale che vede come protagonista una ricca famiglia composta da un padre, una madre, due figlie e un figlio. Per timore di contaminarli con un mondo ritenuto violento, ingiusto e cattivo, i genitori tengono i figli reclusi in casa dalla nascita, isolati da qualsiasi contatto esterno. L’unico libero di uscire è il padre per necessità lavorative, mentre ai ragazzi viene detto che fuori è pieno di minacce e che un bambino è pronto a varcare i confini del giardino quando gli cadrà da bocca un dente canino. Il linguaggio è falsato e i significati delle parole appartenenti al mondo esterno (autostrada, telefono, mare) vengono del tutto distorti. Le cose cambieranno con l’arrivo di una donna, portata saltuariamente dal padre per concedere al figlio maschio di sfogare i suoi istinti sessuali.

Proprio come i personaggi di un’esistenza surreale e fittizia, nessuno dei componenti della famiglia ha un nome proprio. Un padre dominante in combutta con una moglie sottomessa e attentamente ripresa dalla camera in secondo piano ma sempre presente, mentre i tre figli assumono atteggiamenti ridicoli, tra l’infantile e l’animalesco. Un effetto che genera perciò una certa comicità scaturita dal malessere, un humor nero che Lanthimos esercita spesso con grande maestria, senza strafare. Questa distopia familiare non è altro che un’enorme allegoria dei totalitarismi, dove non si conosce altra realtà al di fuori di quella imposta. Nessuna sfumatura, nessun compromesso.

La villetta, dimora dei nostri protagonisti, è immersa nel verde, i toni idilliaci e il sole che accarezza la pelle, eppure ciò che percepiamo resta un profondo disagio. Un luogo claustrofobico dove i gatti sono creature letali, mare significa sedia e il telefono è la saliera. Lanthimos mostra proprio tutto, alternando camera fissa a primissimi piani. Sviscera le manipolazioni mentali dell’essere umano, esagerando, descrivendo l’assurdità di certe situazioni e le inevitabili e disastrose conseguenze sulla psiche. Gli sguardi vuoti e gelidi dei ragazzi, i loro movimenti artificiosi, producono una straniante empatia.

Li osserviamo non avere la minima idea di come rapportarsi tra loro e con normalissimi impulsi naturali, giustifichiamo certe feroci e incontrollate risposte automatiche causate da repressione. E se il padre trova assolutamente necessario soddisfare gli impulsi sessuali del figlio maschio – il quale sembra invece farlo perché così gli è stato detto –, la stessa premura non è riservata alle ragazze, evidenziando per l’ennesima volta la dittatura patriarcale vigente in famiglia. L’unica a ribellarsi a tale quotidiano coatto pare la figlia maggiore, guidata dal dubbio e dal desiderio di conoscenza, incarnando il libero arbitrio nell’alienazione. Ma quali potranno mai essere le conseguenze di un’improvvisa e brusca presa di coscienza?

Il climax finale, crescente e ansiolitico, lascia lo spettatore con una buona dose di raccoglimento emotivo e garantiamo che non sarà facile dimenticare Dogtooth. Un film cinico, freddo e spietato che, nonostante l’incredibile ritardo, esce di diritto dal girone del cinema hardcore per abbracciare finalmente il grande pubblico.

“Dogtooth”: al cinema dopo undici anni dall’uscita
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