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Polonia e Bielorussia giocano con i migranti, l’Europa le lascia fare

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
10 Novembre 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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È il 9 novembre 2021, l’Europa celebra il trentaduesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Nelle stesse ore, a circa 800 chilometri di distanza, migliaia di migranti sfidano il gelo dell’autunno dell’Est: un altro muro, fatto di filo spinato e recinzioni, di uomini armati e violenze antiche, impedisce loro di raggiungere l’Ovest, là dove ad attenderli credono ci sia molto più di un paio di collant. Sembra un’altra epoca, un altro pianeta, il confine tra ciò che possiamo tutelare e ciò che invece, come esseri umani, dovremmo ripugnare. Eppure è adesso, è qui, è il nostro continente. La parte buona di mondo.

Siamo al valico di Bruzgi-Kuznica, tra la Bielorussia e la Polonia, lì dove il Parlamento polacco ha approvato la costruzione di un muro per arginare l’arrivo dei dannati della Terra. 110 chilometri di frontiera per un totale di 353 milioni di euro. L’equivalente di chissà quante vite. Andrzej Duda dice che si farà. L’Europa acconsente ma non autorizza: «Non con i nostri soldi», tuona. Con i vostri, invece, siete liberi di avallare qualsivoglia politica segregazionista. I muri, si sa, sono un bel giro d’affari. E niente, per il cane capitalista, è più appetitoso di un osso migrante.

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Dalla sua, il Presidente polacco non ha soltanto il placito sostegno dell’UE: ha l’assemblea legislativa, ma anche quegli appena 500mila elettori che lo hanno fatto trionfare, lo scorso anno, allontanando la svolta europeista del Paese. Sono le nuove leve, i giovani nazionalisti che, da giorni, organizzano le pattuglie, una vera caccia all’uomo che condanna i migranti che entrano in territorio polacco attraversando illegalmente il confine. Vogliono aiutare i militari, dicono, assistere le guardie di frontiera. Lo scopo è la difesa dell’identità slava e della specificità culturale della Polonia. Due parole, difesa e identità, che proprio qui, meno di un secolo fa, hanno visto gli ebrei – e non solo – diventare stracci, cenere e sapone; uomini, donne, bambini sacrificati in nome della razza. In nome di quello stesso dio che ancora alza muri. Che ancora uccide. Che ancora si sente in diritto.

Aiutare i connazionali e non gli immigrati, annuncia uno striscione. I nostri avi con il proprio sangue hanno reso sacra la nostra terra, perciò non possiamo più osservare in modo passivo l’ondata di immigrati nel nostro territorio, scrivono gli appelli dell’associazione Niklot di Bialystok. La stessa che organizza le ronde e condanna le ONG. Che impedisce agli aiuti umanitari di dare un po’ di respiro.

Solo venerdì, stando a quanto denunciato dalla guardia di frontiera, 570 persone hanno tentato l’accesso nel Paese. 17300 nell’intero mese di ottobre. Quello in cui è stata firmata la legge che autorizza il respingimento immediato dei migranti in Polonia – una pratica vietata dal diritto internazionale. La maggior parte di questi, uomini e donne senza più niente, è stata rispedita in Bielorussia. Da lì costretta nuovamente a ritentare la traversata. Come fossero birilli, pedine di un gioco chiamato guerra. I signori si divertono, loro soccombono. Lungo il confine, i profughi si accasciano per il freddo, hanno fame, sono disidratati. Attendono la pioggia o una pozzanghera, se le contendono, spesso le lasciano ai bambini.

12mila militari polacchi presidiano la frontiera e quella che è a tutti gli effetti una zona rossa, due miglia di territorio in cui il governo di Duda ha interdetto l’accesso alle organizzazioni umanitarie, ai volontari, ai giornalisti, agli operatori sanitari. Cosa succeda, laggiù, lo racconta qualche testimonianza che riesce a sopravvivere, a farsi eco tra gli alberi della foresta primordiale, a trovare la via nel terreno paludoso dell’inferno.

La Polonia accusa Lukashenko – forte del sostegno russo – di organizzare i viaggi dei migranti dal Medio Oriente a Minsk promettendo il passaggio in UE. L’obiettivo è minacciare l’Europa dopo le sanzioni dello scorso anno, inaspritesi a maggio. Molti sono attratti dalle agenzie di viaggio bielorusse, vere e proprie intermediarie della tratta, controllate dal governo autoritario che usa la disperazione dei profughi per destabilizzare il continente. Iracheni, afghani, curdi, yemeniti. Il Guardian racconta alcune delle loro storie: si somigliano tutte. E tutte somigliano allo stesso grido di dolore. Letteratura migrante. Letteratura di guerra. Letteratura di eterni presenti.

Nella speranza di raggiungere la Germania, la terra promessa, i rifugiati, una volta in Bielorussia, pagano dai 15mila ai 20mila euro. Le foto dell’aeroporto mostrano il loro arrivo in pantaloncini e magliette, ignari delle temperature rigide che li aspettano. Vengono poi spostati negli hotel statali, anch’essi gestiti dal regime, da cui autobus e persino taxi ufficialmente assegnati li trasferiscono al confine polacco o lituano. Le guardie, con i mitra puntati e i cani ringhianti, li spingono, poi, oltre la recinzione. Da lì, diventano carne da macello europea. Il portavoce del governo polacco, Piotr Muller, sostiene che attualmente ci siano tremila, quattromila migranti alla frontiera, più di altri diecimila in tutta la Bielorussia pronti a entrare nel Paese. Finora, le vittime conosciute sono otto, ma potrebbero essere molte di più.

Una volta in Polonia, i migranti vengono rintracciati al confine dalla polizia, dall’esercito e dalle forze di difesa territoriale. Nella regione di Hajnówka, un’auto su due, in strada, appartiene alle forze dell’ordine. Alcuni appartamenti hanno le finestre oscurate: qualcuno protegge i migranti, qualcun altro li contrabbanda. Troppi fingono di non sapere, eppure, da questi parti, tutti sanno. Soprattutto, tutti ricordano. Nel villaggio di Narewka, una fila di case è adornata con enormi fotografie, volti degli ebrei che hanno vissuto lì fino alla Seconda guerra mondiale, all’Olocausto, alla fine dei giorni. Indossano gli abiti buoni, quelli della domenica. Abiti a pois e fiocchi tra i capelli, ancora non sanno cosa succederà loro, ma forse riescono a vedere cosa succede agli altri, ai deportati di oggi. Magari, provano pure pietà.

Chi passa di qui, invece, non li nota nemmeno più. Come fossero parte dell’arredo urbano o, soltanto, un’altra pagina da dimenticare mentre se ne scrive una più moderna, ma non meno violenta. Sembra una zona di guerra, la vita da queste parti è cambiata completamente. Di notte, si muovono solo i migranti, gli agenti e gli attivisti. Molti rischiano l’arresto per aiutare, citando un codice morale che manca nelle azioni dei governi. C’è chi perlustra le strade alla ricerca di posti di blocco, chi trasporta i profughi e chi raccoglie cibo e vestiti. Ma non sono una coperta o un pasto caldo a salvare quelle tante vite in bilico. O, almeno, non solo.

L’oggetto più agognato, dicono, sono le power bank: caricare il cellulare, chiamare i propri cari, condividere la posizione con i volontari, spesso persino contattare la polizia nei casi più estremi. Avere un telefono permette di testimoniare ciò che, in caso contrario, non arriverebbe anche ai nostri occhi, agli occhi di un’Europa che sempre più arranca, che sempre più cede, che sempre più rinnega la sua funzione di garante. Il senso di un’Unione che si accomiata dal Regno Unito, prostrandosi a esso con la scusa della volontà popolare, ma non è capace di imporsi sugli Stati membri, persino di cacciarli, se è il caso. L’Europa che omaggia la caduta del Muro e vede inaugurarne tanti altri. Tutti senza muovere un dito. Tutti come fosse normale. L’Europa che accusa Minsk ma difende Varsavia. E così ogni luogo, e Paese, in cui il diritto è negato.

Il Primo Ministro polacco Mateusz Morawiecki ha scritto: Il confine polacco non è solo una linea su una mappa. Il confine è sacro: per esso è stato versato sangue polacco. Questo confine, oggi, è ancora un fiume di morte. È ancora il segno di un’Europa che non guarisce e non impara. Di un mondo che è pronto a sacrificare. Altre vite. Altra speranza. Altro sangue.

Prec.

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