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Nel nome del padre…

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
11 Giugno 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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«Sono convinto che le colpe del padre non debba ricadere sul figlio e questo lo dico da sempre, a differenza di Di Maio che se ne è accorto adesso». Tocca dare ragione persino a Matteo Renzi da quando il leader pentastellato è al timone dello Stato italiano. Così come tocca dar credito alle parole di Maria Elena Boschi quando dice che il fango fa schifo come fa schifo la campagna di fake news su cui il M5S ha fondato il proprio consenso. Perché, diciamocelo, il servizio andato in onda a Le Iene, secondo cui, presso l’azienda dell’attuale Ministro del Lavoro fosse pratica comune assumere in nero gli operai e non rispettare le misure di sicurezza, toglie l’ennesima maschera dell’onestà a quel MoVimento che su tale grido ha basato la sua intera scalata elettorale.

Un vecchio dipendente della ditta edile intestata al padre del Vicepremier, ai microfoni del programma cult di Italia 1, accusa la famiglia Di Maio di aver insabbiato un infortunio sul lavoro a causa della natura non ufficiale del rapporto con la società stessa. A seguito poi di una denuncia al sindacato della CGIL, al signor Salvatore Pizzo, l’operaio in questione, vengono offerti sei mesi di contratto, 500 euro di indennizzo, quindi, il benservito. Il manovale, inoltre, racconta di norme di sicurezza evase in favore dell’ottimizzazione dei tempi, quindi, del profitto. In pratica, un cantiere come tanti, troppi, dove il Jobs Act, o qualsiasi altra legge sul lavoro, nulla c’entra con lo svilimento dei diritti del lavoratore.

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Persino chi, a ogni accusa mossa contro i grillini, è pronto a ribattere con la noiosa frase e allora il PD?, stavolta, non avrà a cosa appellarsi. I pentastellati, infatti, hanno fatto delle operazioni di odio verso i parenti dei parlamentari democratici il cavallo di battaglia della propria perenne campagna elettorale, con Renzi e Boschi senior continuamente utilizzati da Grillo e compagni per crocifiggere gli avversari politici. È giusto, quindi, chiedere spiegazioni ai figli per gli errori eventualmente commessi dai genitori? Certamente no, e lo sa pure Di Maio, peccato, però, che abbia capito la lezione soltanto adesso che l’annosa questione ha toccato i suoi interessi. «Hanno ucciso la civiltà del confronto. Hanno insegnato a odiare», rincara la dose l’ex Sindaco di Firenze, forte anche della condanna inflitta a Travaglio e a Il Fatto Quotidiano per le diffamazioni a danno del padre, Tiziano.

Dall’altra parte del globo, forse ancora stordito dal jet lag, Alessandro Di Battista affida ai social, nel frattempo, la sua disamina sull’argomento, la pronta risposta a difesa del collega alla Vicepresidenza del Consiglio. D’un tratto, bersaglio delle proprie invettive tornano i soli avversari politici: «Del padre nun ce ne po’ fregà de meno, il problema sono i loro figli». Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, non fosse che della campagna denigratoria verso i vecchi rami dell’albero genealogico degli esponenti del PD, il suo MoVimento si sia nutrito fin quando ha potuto, fin quando è convenuto. Tuttavia, non si può dar torto a questa nuova, lucida versione del Dibba: il problema sta nel frutto di quelle piante.

Se, infatti, Antonio Di Maio ha in passato assunto personale senza regolare contratto, se ha evaso le leggi in materia di sicurezza, starà agli organi competenti accertare la veridicità delle accuse e, eventualmente, prendere provvedimenti. Il pargolo Luigi ha ben altre questioni per cui essere messo sotto la lente d’ingrandimento, anche senza doversi necessariamente guardare dal trascorso del proprio babbo. Potrebbe iniziare dal chiedere scusa, ad esempio, non a Renzi, non a Boschi, ma agli italiani, a tutti quei ragazzi figli di cognomi pesanti che, per il resto della propria vita, saranno marchiati dalla targa della loro famiglia.

Potrebbe, poi, prendere le distanze da chi, come spesso fatto da loro quando all’opposizione, nel pomeriggio di lunedì ha creato ad arte una nuova fake new, messo in moto la macchina del fango solitamente utilizzata dai 5 Stelle, aizzato il popolo del web, con una foto finta che testualmente citava: Le Iene questo non lo hanno detto. L’operaio che ha accusato il padre di Di Maio era candidato nel Pd nel 2014. Nulla di vero, ovviamente. Nel frattempo, la bufala è stata condivisa già oltre 10.000 volte, diffondendo rancore e veleno. Il logo del MoVimento campeggiava grande al centro dell’immagine incriminata e tanto è bastato perché la gente la accettasse per vera. Anche se, stavolta, i pentastellati pare fossero vittime della loro stessa modalità d’offesa.

Proprio non riescono a rispondere con i fatti, però. D’altronde, chi era No TAV, No TAP, No ILVA, No Alleanze, No Lega, No Spread, e ha dovuto, in soli pochi mesi, rimangiarsi tutti e coprirsi il volto di rosso vergogna, altra strada non potrebbe trovare che quella di cambiare ancora strategia, rinnegare il passato, spostare l’obiettivo su un nuovo nemico, anziché  incassare il colpo e rispondere delle accuse.

Ha ragione l’ex animatore, Cuore di Panna, ha ragione lui: il problema non sono i padri, mai i figli. Il problema non era Tiziano, ma Matteo Renzi, il problema non era Pier Luigi, ma Maria Elena Boschi, il problema non è Antonio, ma Luigi Di Maio, non è l’imprenditore che tiene a nero i suoi sottoposti, ma il politico che tradisce la sua gente con le false promesse, che diffonde odio fino a scoprirsi, poi, vittima di mezzi simili ai propri elementi d’accusa. Tutto e il contrario di tutto, ancora una volta.

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