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Luigi Di Maio e l’addio al M5S: soltanto un’altra giravolta

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano
Tempo di lettura: 4 minuti
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Sarà il caldo o, forse, sono le continue turbolenze del MoVimento dalle grandi capacità autodistruttive, ma l’addio ai 5 Stelle dell’ex capo politico e Ministro ovunque e con chiunque ha interessato le cronache per non più di ventiquattro ore. Non fanno più notizia, infatti, l’ennesima uscita e l’altrettanta nuova formazione politica personale destinata a imparentarsi con il migliore offerente: sono operazioni che passano ormai nell’indifferenza totale dei non addetti ai lavori di cui ci si accorgerà solo nella lenzuolata in cabina elettorale.

L’attuale Ministro degli Esteri, già Ministro dello Sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali, nonché Vicepresidente del Consiglio e Vicepresidente della Camera, è stato capo politico dei 5 Stelle dal settembre 2017 al gennaio 2020, periodo nel quale il MoVimento ha visto emigrare circa sei milioni di voti. Ora, dopo due anni dalle precedenti dimissioni, ha annunciato anche quelle dal MoVimento, evidentemente a seguito dell’ennesimo delirio di autoesaltazione e nell’assoluta volontà di non voler accettare altro leader al di fuori di sé.

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Quella di Di Maio, però, non è l’unica né sarà l’ultima delle fughe dalla formazione politica di provenienza ritenuta come creatura di proprietà privata da cui, non appena gestita con criteri meno privatistici, occorre prendere le distanze per crearne una nuova a proprio uso e consumo. Di Maio oggi come Renzi ieri – sconfitto a furor di popolo in occasione di un referendum dal sapore del tutto personale e il Partito Democratico ai minimi storici, tornato poi a capo di una nuova formazione dopo aver giurato di abbandonare la politica – o come Carlo Calenda, eletto nel maggio 2019 con il PD per uscirne appena cinque mesi dopo con un suo partito.

Di Renzi sono ben noti i risultati deludenti, le percentuali a una cifra ma sempre con l’atteggiamento di chi ha in mano lo scettro del potere, fino a rendersi protagonista di ribaltoni di governi per affermare con forza il proprio ego. E il nostro giovane Ministro per tutte le stagioni, seppur forte dei suoi sponsor dell’alta finanza e della probabile benevolenza dei padroni d’oltreoceano, con quel terzo della forza parlamentare pentastellata trasmigrata nel tentativo di vedere riconfermati i propri seggi, andrà di certo a giocarsi i decimali, pur di garantirsi un ruolo ovunque e con chiunque. I precedenti ci sono tutti.

Della personalizzazione della politica di cui l’ex Cavaliere è stato il precursore abbiamo più volte trattato, un cancro che non ha simili neanche nella cosiddetta Prima Repubblica, durante la quale le scissioni avvenute in particolare nella sinistra erano il frutto di spaccature sul piano ideologico, sugli strumenti da adottare in coerenza con i principi fondanti dei grandi partiti. Perfino le correnti nella Democrazia Cristiana, seppur talvolta per ragioni di potere personale, avevano delle motivazioni di natura ideologica e, di certo, la componente morotea in marcia verso un’intesa con il PCI non era quella facente capo alle ali più conservatrici, la corrente di base non era quella di Fanfani o di Taviani.

Piuttosto, ciascuna componente dei grandi partiti nella DC come nel PCI, nel PSI o nella stessa destra, aveva figure di riferimento che rappresentavano percorsi e strategie politiche figlie di un’idea, di una visione di società, di alleanze possibili coerenti, di posizioni ben precise sul da che parte stare. Qual è, invece, il pensiero di chi per anni ha mandato il mondo intero a quel paese per poi ritrovarsi a braccetto con la peggiore destra leghista e, poco dopo, con quello comunemente definito il partito della sinistra? Quale visione di società diversa dal MoVimento ha il pluriministro? È pur vero che vorremmo ancora comprendere quale ha l’una (la destra) e quale l’altra (la sinistra).

Un’operazione parlamentare contrabbandata per politica, l’addio ai 5 Stelle del Ministro, che ha fatto perfino gioire il singolare Presidente della Regione Campania che è passato da «Il solo nome Di Maio mi provoca reazioni di istinto», addirittura appellandolo quale sciacallo o coniglio, a «interlocutore per progetto comune». Niente di nuovo sotto il sole: De Luca dalle grandi, grandissime intese, dai Mastella ai Cesaro, dai grillini al PD, tutti insieme appassionatamente, non finisce di stupire. Anche di lui siamo ancora in attesa di conoscere l’appartenenza politica.

Un progetto, quello nato da Beppe Grillo e supportato dalla società di Casaleggio, che ha dato speranza alla massa fluttuante e che in poco tempo ha bruciato qualche milione di voti per le continue giravolte e gli apparentamenti improponibili con forze già ampiamente sperimentate nei governi a guida del Caimano di cui nessuno ha memoria di riforme radicali e crescita del Paese seppur minima. Un esecutivo, quello voluto proprio dall’ex capo politico dei pentastellati, durante il quale la figura del leader della Lega ha dato il peggio di sé con la complicità dello stesso Luigi Di Maio e dell’avvocato del popolo. Principi traditi, vaffa, epiteti all’indirizzo di un sistema del quale da subito al potere hanno condiviso e fatto parte al pari degli altri, consentendo la vergogna di un periodo paragonabile soltanto a quello del berlusconismo, complice la capacità di tirar fuori il peggio del peggio di una parte degli italiani in quanto alla negazione dei diritti umani, dell’accoglienza e della tolleranza.

Luigi Di Maio è stato protagonista principale di quel periodo buio del Paese e oggi prende le distanze dalla stessa creatura che ha contribuito a demolire, proprio come quel Matteo Renzi che ancora pontifica dopo essere stato parte fondamentale dello smantellamento di un partito nato già deforme. È questa la classe politica che continua in un gioco perverso che non fa male soltanto alle formazioni di provenienza, la ragione della decadenza di un Paese che continua a tappare i buchi di un meccanismo che fa acqua da tutte le parti.

Nessun genio della finanza prestato alla politica, purtroppo, potrà eliminare le metastasi senza il capovolgimento di un sistema che anche pandemia e guerra stanno ampiamente mettendo a fuoco e per il quale, come sempre, a pagare sarà la gran parte del Paese, dei lavoratori, dei giovani ancora una volta pugnalati alle spalle.

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