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“London voodoo” di Orso Tosco: quando la realtà supera la distopia

Gesù disse: «Ho gettato fuoco sul mondo, ed ecco, lo custodisco fino a che divampi». E tu sei il Porco e devi trovare Cindy Brown, con i suoi ventiquattro anni, una cicatrice sullo zigomo e delle carte da poker tatuate sul collo, la predilezione per deodoranti a base di frutta tropicale e un sorriso enorme. Cindy Brown ha assaltato un ufficio postale armata di coltello da cucina. Coltello che adesso è impacchettato in una stazione di polizia, sporco di sangue secco simile a terra argillosa, identico alla fanghiglia di un fiume su cui galleggiano tronchi e fogliame ma non troppo a lungo, perché la corrente li schianta senza sosta lungo gli argini. Eppure gli argini restano identici, illesi, immutabili. Con la loro coerenza feroce, la stessa dei marciapiedi che ti portano a casa, l’unico posto in cui potrai scoprire che fine abbia fatto Cindy Brown, con il suo collo tatuato e la sua paura.

Stai per aprire la porta, stai per entrare. E ti ritrovi immerso in una lettura straniante, per certi versi inaspettata, ma sinistramente familiare. È la London voodoo di Orso Tosco, la Londra di un futuro che dovrebbe essere distopico e, invece, è più presente e reale di quanto ci illudiamo che sia. Un cattivo presagio, piuttosto, quello di un mondo che abbiamo sfigurato a nostra immagine e somiglianza e che ora, inesorabile, va accomiatandosi nel fragore dell’ipermodernità.

london voodoo orso toscoLa City cuore del romanzo edito minimum fax è una Londra nuova, chiusa e grigia, un microcosmo di diseredati e disadattati, puttane e torturatori, una Londra a cui non importa o forse sì, incubatrice di solitudini, scuola di follia, motivo sempre valido per disperare. Madre di tutte le cicatrici. Tra le sue strade, in pieno centro come in periferia, una serie di omicidi, di attentati violenti, di gesti volgari e provocatori, esagita una già sconvolta routine. L’aria è tossica, minacciosa, imprevedibile, così la Sezione, un corpo speciale di polizia voluto dal Primo Ministro in persona – il più giovane della storia del Regno Unito, creatore e leader dei New Tories, i nuovi conservatori –, è chiamata a intervenire, a tentare di capire cosa e perché sta succedendo.

A guidare la Sezione è Eva B, una donna, asettica e glaciale, oscena e disturbante come il suo corpo nudo e privo di imperfezioni, nonostante le innumerevoli cicatrici che potrebbe essersi procurata da sola. Al suo fianco, Porco e Dennis Tabbot, i suoi agenti migliori, insensibili e incuranti, torturatori e immorali, capaci di comunicare tra loro anche a distanza di chilometri, mordendosi le guance, emettendo suoni animali e violenti, esperti come sono di un voodoo urbano ignoto a chiunque tranne che a loro.

È da Porco e Dennis che ci si aspetta la risposta: perché persone comuni, apparentemente innocue e indifese, stanno mettendo in pericolo le loro vite, quelle altrui e la stessa Londra, quindi l’intero Regno Unito?

L’isola britannica è nel caos più totale. Lo scenario è post-apocalittico e, al contempo, preannuncia la fine. L’apocalissi, il momento in cui tutto è cambiato, va ricercato nella Brexit, in quel processo di smantellamento dell’Europa nato come provocazione eppure diventato realtà, non soltanto tra le pagine del testo. L’Inghilterra è chiusa in se stessa, non esistono ambasciate e ambasciatori, lo straniero non può entrarvi, l’inglese non può uscire: è una roccaforte inespugnata e inespugnabile, ma il nemico, adesso, si trova dentro, ha il volto amico della mediocrità.

Attorno alla città sono sorte migliaia di serre altamente tecnologiche. Da quando i confini sono stati chiusi e le importazioni interrotte, Londra ha dovuto per la prima volta disegnare un profilo accurato del proprio appetito, e l’ha trovato immenso, smisurato. A pagare il prezzo più alto dell’incapacità di provvedere al suo sostentamento, è stata la campagna circostante: pur di trovare lo spazio necessario per le coltivazioni, le morbide colline del Sussex e del Devon sono state livellate, brutalizzate e uniformate. Voragini simili a fosse comuni sono state scavate in modo da preservare le serre dall’influsso costante dei venti e dall’attacco delle tempeste e degli uragani sempre più feroci.

Fuori, al di là dei confini, il Vecchio Continente è in fiamme, vittima di un virus che rischia di farlo scomparire una volta per tutte. In tanti hanno tentato la sorte a bordo di navi troppo cariche e troppo fragili per il mare in burrasca. Nessuno si è lamentato di questo massacro, e tanto meno dello scempio paesaggistico. Sono tempi di guerra, anche se si tratta di una guerra nuova, e i tempi di guerra richiedono sacrifici; ma nessuno vuole essere sacrificato o patire la fame. Sono tempi in cui l’io non può fidarsi nemmeno di se stesso.

In ogni dove telecamere, orecchie e occhi nascosti osservano, ascoltano, pedinano, muovono i fili di chi nemmeno si accorge di vivere in un Grande Fratello. D’altronde, non possedere libertà di scelta, l’intimità, una qualche forma di vita privata significa non avere tempo libero e, quindi, non subire le incombenze del cuore, della famiglia, dei sentimenti. La responsabilità e l’inevitabile condivisione del dolore. Eppure, quello di Orso Tosco non è un mondo sprovvisto di sofferenza, anzi, è un mondo di solitudini angosciate e di angosce solitarie. Un mondo dove basta poco per fare quello che ti dicono di fare.

La trama, ridotta all’osso, potrebbe riassumersi qui, scomodando tutta quella letteratura – da Kafka a Fisher, a Ballard e il mai domo Orwell – che ha raccontato mondi e futuri simili, così disturbanti da suonare come fantasie o, peggio, come profezie. Potrebbe se non rimandasse, nelle sue note più grottesche, al racconto dei nostri giorni, in apparenza esasperato ma, a uno sguardo appena più attento, nemmeno troppo.

Per un totale di poco più di duecento pagine, Orso Tosco scrive un noir acido e potente, bizzarro e new weird, dove l’allucinazione sembra la sola strada possibile per descrivere il mondo che abbiamo smesso di abitare, abitandolo. Un romanzo non più anticipatore, ma contemporaneo indagatore dei tormenti più profondi della psiche umana, dei suoi spazi onirici infiniti e spaventosi.

Come già Gianluca Didino nel suo Essere senza casa (minimum fax), anche London voodoo di Orso Tosco sceglie Londra come metafora perfetta dell’incubo collettivo in cui viviamo. Entrambi, seppur con stili differenti e temi narrativi in qualche modo distanti, colgono in quella che a lungo è stata la capitale del mondo occidentale il centro dell’eerie e del weird, una città che implode in macerie di perturbante e null’altro, di individui atomizzati e volontà soffocate. Una città che è essa stessa mondo e, per questo, anche non-mondo per dirla alla Heidegger: un orizzonte che diventa alieno e confuso. Alla luce di queste riflessioni, dunque, si può parlare di distopia? È la letteratura dell’assurdo che preannuncia la catastrofe o è la catastrofe che viviamo a fare letteratura?

Ecco che, stanchi e stranieri ci avviciniamo, all’azzeramento, al solo modo per riprogrammare al ribasso la velocità con cui ci spingiamo verso l’estinzione, la corsa incontro all’apocalisse che è già qui e ora. La fuoriuscita del Regno Unito non era un traguardo politico, fa dire Orso Tosco a uno dei suoi personaggi. E ha ragione. Ma è ancora possibile, da quella fine, dalla fine del vecchio mondo per come lo abbiamo plasmato, generarne uno nuovo, abbandonarsi alla xenofilia di Didino? Forse. O forse no.

“London voodoo” di Orso Tosco: quando la realtà supera la distopia
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