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Logopedia e DPI: come cambiano le terapie?

Redazione di Redazione
30 Aprile 2020
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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Il logopedista nasce per abilitare e riabilitare la deglutizione e la comunicazione. La comunicazione è parola, voce, gesti, sguardi, mimica, ascolto, respiro, contatto fisico. I terapisti si confrontano ogni giorno con bambini, adolescenti e adulti che presentano un disturbo della comunicazione in uno o più dei suoi diversi aspetti, sfruttando i canali disponibili per potersi relazionare con loro e aiutarli passo dopo passo a inserirsi nel contesto sociale in cui vivono.

Impariamo sin da subito che non esistono barriere fisiche perché i bambini vanno presi in braccio e accarezzati. Gli adolescenti vogliono la pacca sulla spalla e un “batti il cinque”. Gli adulti desiderano un abbraccio e una stretta di mano di conforto. Sul versante riabilitativo è necessario toccare il palato, la lingua, le guance, la bocca, massaggiare il viso. È indispensabile prendersi per mano, contenere i movimenti e agganciare lo sguardo stando vicini. Può essere necessario togliere orecchini e occhiali per non perdere la loro attenzione. È inevitabile prendersi starnuti e colpi di tosse in viso o essere toccati con le mani passate prima per bocca.

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Da circa 40 giorni i pazienti non frequentano più i centri di riabilitazione, mentre proseguono le terapie domiciliari e presso gli studi dei professionisti per i trattamenti definiti non derogabili. Continuano le terapie per chi è ricoverato in strutture ospedaliere e cliniche riabilitative. Da circa 40 giorni ogni paziente ha perso, chi più chi meno, i propri punti di riferimento. Mantenuti i contatti con colloqui e counseling da remoto (telefonate e videochiamate). Strutturati programmi di teleriabilitazione per quella piccola percentuale di pazienti adeguati a un trattamento a distanza. Consigliati software e app per attività educative.

È stato difficile trovare parole di conforto per genitori preoccupati di perdere i risultati ottenuti e non poterne raggiungere altri. È stato difficile trasmettere fiducia e forza a famiglie scoraggiate nell’imparare a gestire h24 figli o parenti con gravi disabilità che necessitano di trascorrere ore all’aria aperta e di portare avanti le proprie abitudini. È stato impossibile trasmettere certezza su una ripresa alla normalità.

terapieC’è tanta voglia di ricominciare a lavorare e desiderio di rivedere i propri pazienti, ma a quali condizioni? Portare visiere e mascherine, mantenere un metro di distanza a discapito di stimolazioni sensoriali e motorie intra ed extraorali, imitazione di movimenti bucco-linguali, contatto fisico per catturare l’attenzione e contenere crisi comportamentali, lettura labiale, chiarezza acustica dei suoni linguistici.

I centri di riabilitazione e gli studi professionali sono in fase organizzativa: sanificazione degli ambienti e distribuzione degli opportuni DPI, disponibilità di gel disinfettanti. Prima di riprendere le attività, ogni operatore sanitario, anche se asintomatico, sarà sottoposto a test di screening per accertare la positività da SARS-CoV2. Alla ripresa di ogni trattamento, saranno effettuate procedure di triage a pazienti e accompagnatori per autocertificare il proprio stato di salute. Eccetto particolari criticità, gli assisiti dovranno essere dotati di mascherine chirurgiche.

Gli orari delle terapie verranno modificati per evitare un eccessivo afflusso di utenti nelle strutture, gli accessi saranno cadenzati. Riorganizzati i percorsi di ingresso e uscita. Tra un paziente e l’altro si dovranno disinfettare basi d’appoggio, giochi, materiali riabilitativi e cancelleria. In circa 10-15 minuti il terapista avrà anche dei bisogni personali. Riprenderanno le terapie così definite non derogabili e che necessitano della compresenza fisica terapista/paziente. Per la restante parte, proseguiranno le terapie da remoto e, ove possibile, alcune attività prima ambulatoriali saranno gestite presso il domicilio del paziente. Da modificare e aggiornare i progetti riabilitativi in base alle norme di sicurezza da rispettare e i bisogni di ogni persona assistita.

Non ci saranno terapie di gruppo per bambini che devono imparare a relazionarsi con i coetanei. Non ci saranno feedback diretti tra terapisti e accompagnatori sul lavoro svolto in seduta o su difficoltà riscontrate a casa, così da evitare assembramenti nelle sale d’attesa. I caregiver e i genitori non potranno partecipare alle terapie. Metà del portante il genitore è parte integrante del trattamento riabilitativo verrà meno. In seduta si lavora sulla richiesta, sull’esperienza sensoriale e motoria. Si lavora sul gioco simbolico, improvvisando e non programmando. Si lavora con incastri, costruzioni, puzzle e strumenti musicali. Non si può scegliere un solo gioco riducendo i tempi di igienizzazione. Non si può limitare il bambino nelle sue espressioni comunicative perché per chissà quanto sarà privato dell’immenso bagaglio esperienziale scolastico e sportivo.

Si modificheranno gli approcci riabilitativi, probabilmente avremo bisogno di più tempo per raggiungere un obiettivo. L’idea comune sarà permettere a ogni persona di non sentirsi abbandonata alle difficoltà ma di avere ancora la possibilità di recuperare e migliorare, di non perdere le competenze raggiunte e acquisirne di nuove. Il reinserimento nel contesto sociale sarà difficile per tutti, ma ancora di più per chi è un passo indietro, per cui responsabilità e pazienza saranno i nuovi strumenti di lavoro che permetteranno di trasmettere sicurezza, conforto e fiducia.

Con questi strumenti si cucirà per ogni paziente un vestito diverso, ogni giorno. Potrà essere più stretto, più largo, più lungo o corto e toccherà riprendere le misure. Finirà il tessuto e bisognerà comprarne dell’altro. Sarà tutto diverso e nuovo, sembrerà di perdere di vista gli obiettivi e di non sentirsi logopedisti, ma ogni giorno ricordiamoci perché abbiamo scelto di essere terapisti: personalmente perché amo le sfide.

Contributo a cura di Maria Cristina Mondiello

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