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Leggi ad personam e ad argumentum

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano, Interviste
Tempo di lettura: 4 minuti
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Dalle leggi ad personam dei governi Berlusconi alla Legge Fornero approvata in appena sedici giorni, al Lodo Alfano – poi dichiarato incostituzionale – in venti, il Parlamento ha dato prove di efficienza e rapidità nell’affrontare alcuni temi.

Eppure, è da circa dieci anni che una proposta di modifica a una legge infame, che vieta ai figli naturali non riconosciuti alla nascita il diritto di conoscere l’identità dei propri genitori biologici prima dei cento anni, non riesce a uscire dalle sabbie mobili di un Parlamento che sembra non voler affrontare con determinazione un argomento oggetto di richiamo da parte dell’Europa  e dell’Alta Corte del nostro Paese.

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Sono circa quattrocentomila le persone interessate, di cui parte delle quali riunita in un Comitato Nazionale molto attivo diretto dalle Professoresse Anna Arecchia e Emilia Rosati, quest’ultima autrice di una recente nota di protesta affidata alla pagina  Facebook ufficiale la quale ha già innescato in tutta Italia una catena che certamente non mancherà di arrivare ai membri della Commissione Giustizia.

Ho raggiunto, quindi, telefonicamente Emilia Rosati in questi giorni in vacanza,  per porle alcune domande:

Professoressa Rosati, da quanti anni giace in Commissione Giustizia la modifica della legge 184/83 che non consente di accedere alle informazioni relative alle proprie origini biologiche?

«Il ddl fu approvato alla Camera nel giugno del 2015 e passò al Senato con il n.1978. È stato discusso la prima volta nel 2016 e poi ripreso, successivamente, con brevi e ripetitivi interventi, pur comparendo spesso all’ordine del giorno. Allo stato attuale non sono stati nemmeno discussi gli emendamenti presentati ormai circa cinque mesi or sono.»

Ritiene ci siano motivazioni trasversali per impedire il raggiungimento della proposta di modifica?

«Avendo avuto numerosi contatti con i senatori, tra cui anche alcuni presidenti dei maggiori partiti rappresentati, mi sono convinta che, una volta constatata la difficoltà di trovare un accordo (ne è prova la presentazione di ben trentacinque emendamenti), abbiano preferito dedicarsi a questioni meno complesse e più gratificanti dal punto di vista del pubblico consenso.»

Sulla pagina Facebook del vostro comitato, seguita da circa tremila persone, Lei ha pubblicato una nota di protesta nei confronti dei parlamentari della Commissione Giustizia. Qual è il senso di questa iniziativa?

«Fino a oggi il Comitato Nazionale per il Diritto alla Conoscenza delle Origini Biologiche, nelle persone della Presidente Anna Arecchia e della sottoscritta Vicepresidente, ha contattato personalmente tutti i senatori della Commissione, nonché i presidenti dei partiti, occupandosi di spiegare i termini della questione con chiarezza, e constatando che di essa era all’oscuro la maggior parte di coloro che dovevano discuterla. Dopo aver informato, pregato e supplicato in nome dei quattrocentomila cittadini privi della propria identità biologica, e non avendo visto i risultati della fiducia accordata ai politici, sono diventata consapevole di un atteggiamento caratterizzato da disinteresse e non volontà di dare una risposta, sia pure negativa, ma chiarificatrice rispetto a una posizione precisa e, come mio solito, ho scritto quello che pensavo. Chi ha questo tipo di comportamento non merita la fiducia degli elettori.»

Ci sono particolari forze politiche contrarie alla proposta di modifica anche in presenza di sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione?

«In effetti, a nessuno sembra interessare l’indicazione a legiferare della Corte Costituzionale nel 2013, né, tantomeno, la netta posizione presa dalle Sezioni riunite della Cassazione. Purtroppo devo constatare come, all’interno di una stessa forza politica, in particolare il PD, ci siano netti contrasti. Basti pensare che la relatrice del progetto di legge è la senatrice Cirinnà, e che la maggior parte degli emendamenti è stata presentata dagli esponenti del suo stesso partito.»

Prevede altre iniziative più incisive per sollecitare la Commissione Giustizia a esprimersi in maniera definitiva?

«Stiamo valutando un’altra manifestazione a Roma, davanti a Palazzo Madama, ma, soprattutto, la richiesta di essere ricevute dal Presidente del Consiglio e dal Presidente del Senato. Questo, soprattutto, per mettere fine all’ingiustizia nell’ingiustizia che vede una disparità di trattamento dei figli che presentano istanza di accesso alle origini ai Tribunali per i minorenni a seconda del luogo di residenza e dell’orientamento del relativo Tribunale.»

Una curiosità: il suo libro Frammenti ricomposti. Storia d’amore e di giustizia lo ha inviato a tutti i membri della Commissione con la speranza che riescano a comprendere il dramma di centinaia di persone in attesa di un atto di giustizia?

«Certamente, come feci a suo tempo alla Camera con lo Stabat Mater di Tiziano Scarpa e poi con Il parto anonimo, saggio completo sull’argomento scritto dalla Professoressa Stefania Stefanelli, da Anna Arecchia e da me. Ma mi faccia dire, in tutta onestà, che sono pronta a mettere la mano sul fuoco che nessuno ha letto nemmeno uno dei tre.»

Disarmante apprendere che la maggior parte dei parlamentari che devono esaminare la proposta di modifica sia all’oscuro di un tema così delicato che riguarda la vita, i sentimenti e i drammi di tante persone.

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