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Il Fatto

La politica di Gomorra non conosce questione morale

Il solo nome Gomorra, tra libri e serie tv, evoca lo scenario facilmente intuibile di una realtà criminale ben organizzata e dalla struttura piramidale salda, con regole e strategie precise. Ricordo di aver letto le prime cinquanta o forse sessanta pagine del fortunato libro di Roberto Saviano, regalatomi anni fa, e di averlo riposto nello scaffale dei libri indesiderati, messo di fianco a uno di Bruno Vespa che mai donerò ad alcuna biblioteca di quartiere a evitare la diffusione di un virus forse tanto più pericoloso di quello sanitario in atto.

In queste ore il richiamo a quella narrazione è stato immediato: sul fronte politico, la più becera gomorra si sta consumando tra arroganza e supponenza, ego smisurato e tradimenti, tutti ingredienti le cui origini – è bene ricordarlo – risalgono a qualche decennio fa, sviluppatesi con una strategia a opera della peggiore classe dirigente che la politica abbia mai avuto dal dopoguerra a oggi. Una strategia meticolosa fatta di tanti tasselli di un puzzle cui hanno partecipato personaggi senza scrupolo alcuno, con un piano di demolizione di quanto faticosamente costruito in termini di conquiste sociali e diritti.

In tempi non così lontani, Matteo Renzi, l’enfant prodige di quella comunemente chiamata sinistra, l’uomo del patto del Nazareno, fece irruzione nella vita politica italiana con una missione ben precisa: la rottamazione di tutto e tutti. Missione riuscita perfettamente se si pensa alla distruzione della casa comune che gli era stata affidata, il Partito Democratico, con un obiettivo di lungo termine, una destinazione finale in zona centrista, oggi a pezzi eppur capace di ripopolarsi non solo di nani e ballerine ma anche di eterni sognatori di un centro che guardi unicamente a destra.

Quella consumatasi in questi giorni non è una delle tante crisi della storia d’Italia fatta di decine di governi nati e poi caduti dopo qualche mese o semplicemente balneari, come venivano definiti quelli a guida di Giovanni Leone poi eletto alla Presidenza della Repubblica. È una crisi già prevista e pianificata nella speranza di accorciare i tempi per l’attuazione di quel patto scellerato con chi ancora muove i fili teso a difendere soltanto gli interessi personali, a mettere in sicurezza le proprie aziende dopo aver ottenuto leggi ad personam e governato un Paese riducendolo sul lastrico. Un patto che in corso d’opera potrebbe essersi arricchito dei favori di Matteo Salvini in presenza del progressivo indebolimento della componente forzista nel centrodestra.

Dopo aver rottamato il partito di cui è stato boia e segretario, dopo le sonore sconfitte riportate e aver negato ogni promessa fatta circa la sua sparizione dalla vita politica, Matteo Renzi è entrato a far parte di quel Senato del quale chiedeva l’abolizione e dopo la crisi del Conte uno caduto grazie all’altro Matteo, è stato il fautore dell’alleanza PD-M5S-LeU, con la sua modesta rappresentanza parlamentare che ne ha dettato sovente l’agenda di governo e, successivamente, con pretestuose argomentazioni – seppur in parte condivisibili ma sfacciatamente strumentali – ha inferto il colpo di grazia proprio come il Genny Savastano della fiction televisiva. Senza pietà, fregandosene delle condizioni in cui versa il Paese, della crisi pandemica, economica e di tutto quanto inevitabilmente comporterà per il futuro.

I trenta punti contenuti nella ormai famosa nota inviata al PD e al Presidente Conte sulle riforme, le amministrative, il ponte sullo stretto, la delega ai servizi, la riforma fiscale, Alitalia, Autostrade, la commissione bicamerale, il MES e tanto altro, compresa la richiesta di qualche testa da tagliare, pare non abbia mai avuto risposte esaustive. Insomma, un nutrito documento – in alcuni punti persino ragionevole – tanto corposo quanto impossibile a essere discusso in tempi brevi e proprio per questo chiaramente pretestuoso e finalizzato a infliggere il colpo mortale alle due grandi componenti di maggioranza. Un colpo da maestro del migliore doroteismo di antica memoria. Ma è stata un’azione frutto soltanto della sua scaltrezza o concordata, come alcune note di stampa riferiscono del sospetto dell’ex Presidente Conte, con il duo Salvini-Berlusconi?

«Dal referendum si è capito cosa tramasse. Ma ciò che ha fatto è di una gravità assoluta… Quando ho visto le immagini di Renzi col principe saudita, non credevo a quel che sentivo e vedevo. È un degrado totale. Chiedo a Renzi se conosce quello che è avvenuto in questi anni nello Yemen, con la crisi umanitaria più spaventosa fatta per mano dell’Arabia Saudita. E noi che gli vendiamo le bombe. A questo proposito sono ben felice che il governo abbia sospeso la vendita di bombe e missili verso l’Arabia Saudita ma per quale ragione solo ora dopo tutte le nostre battaglie? Ora faccia altrettanto con l’Egitto», ha dichiarato Alex Zanotelli, sacerdote comboniano da sempre in prima linea per le battaglie umanitarie e per i diritti, in merito al recente viaggio di Matteo Renzi volato – in piena crisi – alla corte del principe saudita Mohammed bin Salman. A capo di una forza politica facente parte di una coalizione di governo è andato in un Paese dove sono sistematicamente violati i diritti umani e ne ha magnificato lo stato sociale tornando a casa ben pagato. È un degrado totale, ha ragione Alex Zanotelli e non solo per questo, aggiungiamo noi.

Dell’asso nella manica tirato fuori dal Presidente Mattarella pochi minuti dopo il fallimento del tentativo della terza carica dello Stato era già ampiamente previsto l’epilogo, gradito a buona parte delle forze politiche escluso quella facente capo alla Meloni che, quotidianamente e ossessivamente, chiede le elezioni certa di ricavarne consensi notevoli.

Equilibri politici saltati, pentastellati in piena crisi di nervi che perdono pezzi sempre più diretti verso una casa centrista inesistente, parcheggiati nei gruppi misti aspettando la fine della legislatura. Il Partito Democratico che non perde un solo minuto per dichiarare la propria soddisfazione per l’incarico conferito a Mario Draghi, il banchiere. La politica che piega il capo alla finanza. Sia chiaro, non si vuole minimamente sminuire lo spessore del personaggio, ma la politica ha il dovere di indicare la strada, di provvedere al bene della comunità, di progettare il futuro per le nuove generazioni e gestire al meglio il presente, in particolare in momenti come quelli che attraversiamo. La politica deve ritrovare se stessa, denunciare i disegni criminali, spezzare connivenze e affrontare una volta per tutte quella questione morale di cui parlava Enrico Berlinguer che, in un’intervista del  luglio 1981 rilasciata a Eugenio Scalfari, così rispose:

«La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. […] Quel che deve interessare veramente è la sorte del Paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude».

La politica di Gomorra non conosce questione morale
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