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Biden: stop alle prigioni private, ma la strada per l’uguaglianza è ancora lunga

La scorsa settimana, Joe Biden ha emanato i primi provvedimenti da Presidente degli Stati Uniti e tra questi – che lui stesso ha definito decisioni in favore di una maggiore equità sociale e razziale – c’è un ordine esecutivo che impedisce alle autorità federali di rinnovare i contratti con le agenzie che gestiscono le prigioni private, di cui quindi non potranno più servirsi. Si tratta chiaramente di una decisione fortemente simbolica per un sistema giudiziario come quello americano che utilizza tali strumenti da più di quarant’anni finendo con il riguardare, al momento, il 9% circa dell’intera popolazione detenuta.

Le ragioni che hanno portato gli Stati Uniti a essere il Paese che detiene il 25% della popolazione carceraria nel mondo hanno radici lontane e il fenomeno dell’incarcerazione di massa fu una conseguenza dell’aumento vertiginoso del numero di reati che si registrò all’inizio degli anni Ottanta. A essa seguirono numerosissime leggi fortemente repressive che hanno fatto crescere in maniera esponenziale il numero delle persone private della libertà. Il governo federale e i singoli stati, dunque, si sono visti costretti a rivolgersi ad aziende che gestissero costi e strutture al loro posto per una popolazione detenuta di circa 200mila persone.

Le due agenzie principali che gestiscono i penitenziari e offrono – o dovrebbero offrire – servizi alle persone recluse sono Geo Group e CoreCivic. Negli ultimi anni, entrambe si sono particolarmente arricchite e hanno visto aumentare il valore delle loro azioni in borsa, ma sono finite anche al centro di numerose indagini per le condizioni di vita dei detenuti delle strutture da loro gestite secondo la logica più becera del mercato: essendo mosse dall’unico fine del lucro, servizi peggiori consentono guadagni maggiori.

Le carceri private non sono solo l’esempio lampante delle violazioni dei diritti che quotidianamente si consumano sulla pelle delle persone recluse, ma anche lo specchio delle disuguaglianze che riguardano l’intero sistema giudiziario americano e non solo. Basti pensare che, pur essendo nero il solo 13% della popolazione americana, ben il 40% della popolazione detenuta è afroamericana. In moltissime città degli Stati Uniti un afroamericano su due finisce in carcere a un certo punto della sua vita, e nella maggior parte dei casi è recluso in prigioni private, in cui vengono violati anche i più elementari diritti.

La decisione di Biden, però, pur avendo un forte valore simbolico e politico – poiché ha occupato parte della campagna elettorale del nuovo Presidente – incontra numerosi limiti: primo tra tutti, l’essere diretto alle sole autorità federali, ossia alle dodici strutture del DOJ (Department of Justice) in cui sono reclusi circa 15mila detenuti, vale a dire la decima parte del totale delle persone recluse potenzialmente interessate dal provvedimento. Al momento, quindi, i singoli stati potranno continuare a servirsi degli istituti privati.

Non bisogna inoltre pensare che si tratti di una decisione clamorosa o inaspettata: il mercato delle prigioni private aveva già avuto delle avvisaglie, quando JPMorgan e Bank of America avevano annunciato lo scorso anno che avrebbero smesso di finanziarle, e sappiamo quanto tali colossi influenzino le scelte politiche a causa del loro peso economico e finanziario. Dunque, la notizia non è stata commentata con grande sorpresa da Geo Group e CoreCivic, che hanno già visto diminuire il numero di detenuti con l’arrivo del COVID: «L’ordine esecutivo è solo una dichiarazione politica, che comporterà gravi conseguenze, come la perdita di centinaia di posti di lavoro e un impatto economico negativo per le comunità in cui si trovano le nostre strutture». Questo è quanto dichiarato da un rappresentante della Geo Group, che ha visto già il valore delle sue azioni in borsa calare al minimo da più di un decennio.

Le società, infatti, potrebbero perdere fino a un quarto dei propri ricavi. C’è da dire, tuttavia, che negli ultimi anni il loro business si è spostato sui centri di detenzione per migranti irregolari, che non vengono contemplati dalla decisione di Biden. Basti pensare che il loro principale cliente nel 2019 è stata l’ICE, l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione. Attualmente, i detenuti nei centri per immigrati irregolari sono 42mila, di cui 17mila arrestati solo nei quattro anni dell’amministrazione Trump e l’80% di essi si trova in strutture private. È, quindi, facile spiegare perché dopo l’insediamento del Tycoon – nella cui campagna elettorale hanno investito più di 5 milioni di dollari – Geo Group e CoreCivic hanno visto schizzare il valore delle proprie azioni.

Il rischio è che la decisione del nuovo Presidente degli Stati Uniti abbia un impatto bassissimo, tuttavia può rappresentare il primo passo per impedire che le aziende continuino a trarre profitto dall’incarcerazione. Tale ordine esecutivo riporterà il Dipartimento di Giustizia nella stessa posizione in cui si trovava alla fine dell’amministrazione Obama: dopo quell’inizio sarà però necessario inaugurare una stagione di reali riforme che abbiano come obiettivo la risoluzione dei problemi strutturali del sistema giudiziario penale americano.

Sarà, infatti, possibile mantenere tale impostazione solo se questa sarà accompagnata da una revisione delle leggi penali, in modo che siano meno repressive e che sia così possibile ridurre la popolazione detenuta, e con essa le violazioni che i detenuti subiscono e le disuguaglianze di cui il sistema americano si è nutrito troppo a lungo.

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