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Cinema

La falsa censura Disney: cinema e politically correct

Recentemente, ha fatto discutere – e non poco – la decisione di Disney di censurare ai minori di 7 anni, sulla piattaforma Disney+, tre dei suoi maggiori classici: Peter Pan, Gli Aristogatti e Dumbo. La motivazione? Il contenuto di alcune rappresentazioni razziste e stereotipate a danno di diverse etnie. Nel caso di Peter Pan, il problema sarebbero i nativi americani, mostrati con atteggiamenti, costumi e appellativi (pellirosse) estremamente stereotipati. Stesso discorso per Gli Aristogatti, dove uno dei gatti della band di Romeo – nella celebre performance di Tutti quanti voglion fare il jazz – è un’evidente caricatura della cultura cinese, tanto che il gatto viene mostrato mentre suona la tastiera con le bacchette. Infine, in Dumbo, la raffigurazione dei corvi rasenta lo stereotipo afroamericano, oltre al fatto che, nella versione originale, il doppiaggio è a opera di bianchi che ne imitano lo slang.

Tutto chiaro? Bene. Se non fosse che si tratta di una colossale fake news. Pare che la notizia sia apparsa inizialmente in un articolo dell’Huffington Post Italia, facendo abboccare una folta schiera di giornali e buona parte del web, furiosi verso una cancel culture che, in questo caso specifico, non esiste. Censurare vuol dire vietarne la visione e i film non sono né vietati né banditi dalla piattaforma. Tutto ciò che troverete è un disclaimer a inizio spettacolo con l’avvertimento che certe scene potrebbero offendere persone o culture e un semplice suggerimento – nemmeno per tutti – su quale sarebbe l’età giusta per affrontare quel film. Il telecomando continuerà a essere nelle mani dei genitori che faranno come pare loro o in quelle degli stessi figli. Una bella differenza quella tra censura e suggerimento. Senza considerare che Dumbo è ancora fonte di incubi per molti adulti, con i suoi temi piuttosto forti e la celebre sequenza degli elefanti rosa rientrabile di diritto in un’opera di David Lynch o Lars von Trier.

I disclaimer erano comparsi già a ottobre 2020 in molti dei capolavori Disney, come Il libro della giungla, a causa delle controversie sull’orango King Louie (Re Luigi) ispirato a Louis Armstrong. Seppure, forse, non farebbe male menzionare ogni tanto anche la canzone di Shanti, bambina del villaggio, che intona: Un giorno avrò un buon marito […] e in cucina io starò.

Per molti, giustificare in tal senso i contenuti in questi prodotti è a dir poco inutile, ennesima estremizzazione del politically correct. Eccole, le due parole più temibili degli ultimi tempi. Peccato perché il vero significato di tale espressione vuole essere assolutamente positivo: lavorare per rendersi più rispettosi e inclusivi nei confronti di minoranze di solito meno considerate, al fine di parlare liberamente evitando pregiudizi e luoghi comuni. Nel caso specifico delle etnie, la visione del mondo è sempre stata biancocentrica e scardinare tale presunzione non è tutt’oggi facile. Certo, non è che all’epoca un afroamericano avesse piacere a vedersi rappresentato in certi modi. Semplicemente, non gli era permesso ribellarsi. Oggi è parte di uno stesso pubblico e, se lo scopo di una major è quello di vendere, questa farà di tutto per non offenderlo o lo perderebbe in qualità di cliente. Poiché ricordiamolo, ciò che non offende qualcuno, in quanto non gli riguarda direttamente, può invece urtare la sensibilità di un altro.

Ma nel cinema? Parlare di politically correct in ambito cinematografico, soprattutto quello datato, sembra essere un discorso fine a se stesso. È ben nota la questione Via col vento, rimosso provvisoriamente da HBO e – forse in seguito alle numerose polemiche – poi di nuovo inserito con l’apposito disclaimer esplicativo. Pellicola chiaramente satura di stereotipi razziali, se solo si pensa a Mami, storica cameriera di Rossella. L’attrice, Hattie McDaniel, vinse sì un Oscar ma fu costretta a seguire la cerimonia in disparte dagli attori bianchi.

Questi film sono figli della loro epoca, e non si può eclissare il contesto storico e culturale nel quale sono stati prodotti, considerato che la consapevolezza di oggi non è la stessa di ieri. Possibile che serva un disclaimer per spiegare che il contesto in cui è girata una pellicola del 1939 è diverso dal nostro? Oltretutto, in un prodotto non per bambini? Rimuovere un buon film – sì, un buon film resta tale anche con messaggi problematici al suo interno – non è la soluzione, o, per essere coerenti, dovremmo preoccuparci di una considerevole fetta di opere letterarie e di storia dell’arte. Perché il punto è questo: dove si trova il limite? Se è così per Peter Pan e Via col vento, allora perché non Colazione da Tiffany, dove un attore caucasico interpreta un uomo asiatico – chiaro esempio di whitewashing – parodizzandolo? Allora perché non il recente quanto pessimo Artemis Fowl, dove un personaggio si reca in Italia e sono tutti vestiti con bretelle e coppola, mentre esclamano jamm jà anche se si trovano in Puglia?

Sia chiaro, c’è differenza tra pregiudizio e una sana e contestualizzata ironia. Esempio eclatante, Tolo tolo di Checco Zalone, accusato di razzismo senza rendersi conto che l’ironia del comico non mira a prendere in giro una certa minoranza ma chi la schernisce nel reale. E mentre si punta il dito contro i Classici Disney, basta accendere la TV per essere travolti da violenza, misoginia, trash ed esempi negativi contemporanei. E mentre le proteste del Black Lives Matter incalzano, c’è chi vorrebbe cambiare la regola degli scacchi che vede il bianco fare la prima mossa.

Tutta questa corsa sfrenata all’indignazione in nome del politically correct rischia non solo di svilirne il senso producendo inutili contentini, ma anche di alimentare disinformazione. Come la serie Netflix Lupin, con protagonista l’attore afroamericano Omar Sy, tacciata di blackwashing quando, in realtà, non si tratta dell’Arsenio Lupin che tutti conosciamo. O persino nelle pubblicità. Ricordate lo sdegno di massa per lo spot Dove, dove una ragazza nera toglieva la maglietta e ne compariva una bianca? Lo spot, però, continuava e ne compariva un’altra asiatica e così via, a simboleggiare che il prodotto è adatto a ogni tipo di pelle. Ciò costringe spesso un’azienda a scusarsi in ogni caso, per evitare guai.

Pensate ci sia bisogno di inserire un disclaimer per i prodotti più problematici? Bene, resta comunque difficile stabilire cosa sia più preoccupante, se le assurdità concepite all’epoca o che sia necessario spiegare alla gente che oggi non è giusto. Probabilmente i bambini neppure lo leggeranno ma magari gli adulti faranno quello che qualsiasi genitore dovrebbe fare, a prescindere dal disclaimer: parlare con i propri figli.

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