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Il Fatto

La guerra in Ucraina e il pericolo del pensiero unico

Una domanda senza risposta o, semplicemente, un modo per stimolare complicate elucubrazioni senza alcuna affermazione secca e decisa è: sarebbe stata evitata la guerra se l’Ucraina avesse assicurato il non ingresso nella NATO? Oppure si tratta di un pretesto da parte di Putin per dare sfogo alle sue manie neo imperialiste per un’ipotesi di ricostituzione dell’Unione Sovietica per restaurare l’impero di Pietro? Ai quesiti posti dal sempre lucido e chiaro Raniero La Valle in un suo scritto è davvero complicato dare risposte certe, ma vengono alla mente le deliranti parole di Adolf Hitler: «L’unica difesa è l’attacco. Attaccate sempre!».

In un Paese dalle grandi contraddizioni come la Russia, dove il 3% detiene l’89% degli asset finanziari e il 10% possiede l’80% dell’intera ricchezza, le sanzioni decise dagli USA e subito dopo dall’intero Occidente, che ne prevedono un vero e proprio isolamento dal sistema monetario e commerciale, finirebbero per colpire in maniera predominante proprio quella parte più sofferente oltre che le stesse nazioni che le hanno sottoscritte. Ma la guerra, si sa, è una vera pazzia, come ha anche sottolineato Papa Francesco, facendo seguito all’ennesima denuncia sullo scandalo del traffico di armi, contrariamente al vergognoso silenzio della Chiesa Ortodossa, salvo la stupida, inopportuna e farneticante esternazione del Patriarca Kirill I (capo della Chiesa Ortodossa russa) che in un sermone ha benedetto la guerra contro l’Ucraina: «È giusta perché vanno puniti modelli di vita peccaminosi e contrari alla tradizione cristiana come il Gay Pride».

Una pazzia nella quale sono volutamente coinvolti quegli Stati che hanno deciso di contribuire con la fornitura di armi, danaro, uomini e mezzi al Paese aggredito, alcuni addirittura decidendo contestualmente di aumentare le spese per gli armamenti, come fatto dalla Germania, o l’Italia che ha unanimemente deciso di armare anch’essa il popolo ucraino. E non serviranno di certo le rassicurazioni ridicole del sempre più sorprendente Segretario del Partito Democratico che ha dichiarato che l’Italia non è in guerra, come se la partecipazione ad armare un popolo con ogni mezzo non corrispondesse a unirsi ai fuochi incrociati. Ma di decisioni subite dagli USA o dalla Nato questa non è né la prima né sarà l’ultima volta che il nostro Paese china il capo ed esegue. Fare pressioni attraverso una credibile e forte azione diplomatica, invece, sembra non faccia parte del rispetto della tanto citata nostra Costituzione ancora una volta violata e negata.

La pazzia di cui parla Papa Francesco, però, è patrimonio soltanto dei protagonisti della nostra storia contemporanea o è anche espressione di un sentimento di una parte consistente dell’opinione pubblica, una sorta di follia collettiva sempre più marcatamente violenta e sempre meno disponibile a una strategia del confronto, del dialogo, dell’incontro sui temi della convivenza civile, della non violenza e della pace?

Qualsiasi enunciazione conseguente a un ragionamento pacato che tenga conto delle ragioni degli uni e degli altri viene colta immediatamente come lo schierarsi con l’uno o con l’altro, la faziosità come unico elemento del confronto e la degenerazione di certa informazione con improponibili opinionisti a espressione di una stampa capace di alimentare gli scontri che tanta audience ancora registra, al servizio di quella corposa mediocrità politica che non ci stancheremo mai di indicare tra le principali cause della degradazione, sociale e morale, del nostro Paese e non solo. Un po’ come accaduto nel periodo più critico della pandemia, durante la quale chi ha scelto di non vaccinarsi, senza ascoltarne le motivazioni, è stato etichettato come no vax. Sulla falsariga, insomma, del mai dimenticato Massimo Troisi che, in uno dei suoi più celebri film, alla domanda «Napoletano? Emigrante?» risponde «Ccà pare ca ’nu napulitano nun pò viaggià, pò sulamente emigrà».

Una follia collettiva che in questi giorni alimenta anche un assurdo e inconcepibile dibattito sull’accoglienza discriminante. Eppure, «non esistono profughi belli e profughi brutti come non esiste la guerra giusta e la guerra cattiva. La guerra fa sempre schifo. Noi siamo per la pace e non con le mani sporche di sangue di chi utilizza le armi per trovare la pace», come ha sostenuto l’ex PM e già Sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Un’incomprensibile esclusione di tutto ciò che sia russo o che faccia semplicemente riferimento alla Russia, nello sport, nello spettacolo, nell’arte, come di contro qualsiasi ragionamento che sfiori semplicemente le responsabilità della NATO con la sua voglia di espansione e conseguente accerchiamento di qualsiasi altro Paese viene etichettato subito come anti-americanismo. Di pari follia le recenti decisioni dell’onnipotente Putin con il bavaglio all’informazione, la repressione in atto contro i manifestanti contrari alla guerra, la galera fino a quindici anni prevista per chi esprime opinioni negative sulla Russia e sulla sua assurda aggressione all’Ucraina.

Notizia dell’ultima ora è il bombardamento dell’ospedale pediatrico, un atto criminale che non ha alcuna giustificazione di cui il popolo russo ci auguriamo terrà conto, di questo e dell’uomo al potere da ventidue anni che mette in serio pericolo il presente e il futuro della Russia e dell’intera comunità internazionale.

Un’inaccettabile filosofia del pensiero unico, del divieto assoluto di esprimere le proprie opinioni, come se non riguardasse ciascuno di noi, le nostre vite, il nostro presente e futuro. Una strategia della libertà condizionata e omologata secondo i canoni del pensiero altrui, un mondo governato da regole e opinioni di quanti ritengono rientrino anche le vite di ognuno in quella spartizione del potere che genera violenze e guerre dettate unicamente dagli interessi di pochi.

La guerra in Ucraina e il pericolo del pensiero unico
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