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“Belfast”: semi-autobiografia di Kenneth Branagh, con sette nomination Oscar

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
11 Marzo 2022
in Cinema
Tempo di lettura: 5 minuti
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Abbiamo già recensito qui È stata la mano di Dio, profonda pellicola semi-autobiografica sulla giovinezza e la formazione come uomo e regista del partenopeo Paolo Sorrentino. Ebbene, i Premi Oscar di questo 2022 ci regalano un’altra piccola grande perla cinematografica dal taglio molto simile: parliamo di Belfast. Scritto e diretto da Kenneth Branagh, è l’intimo racconto della sua infanzia, nei primi anni Settanta, in un certo senso sconvolta dai conflitti dei Troubles nell’Irlanda del Nord. Non siamo dunque a Napoli ma a Belfast, cittadina dell’Ulster, provincia irlandese, e l’alter ego del nostro protagonista e autore non è Fabietto, bensì il piccolo Buddy.

All’età di soli nove anni, la giocosa e spensierata vita del bambino si interrompe a causa del conflitto nordirlandese iniziato nel 1969, che contrappose da un lato i cattolici e dall’altro i protestanti e che sarebbe durato fino alla fine degli anni Novanta. Attorno a Buddy, la sua famiglia, protestante, e la comunità della periferia di Belfast. Abbiamo la mamma, sempre sola poiché il marito si sposta per lavoro in Inghilterra, suo fratello maggiore Will e i due nonni paterni.

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Branagh ci ha da sempre abituati a pellicole leggere ma comunque di un certo spessore, di intrattenimento sapiente, in cui egli stesso si è spesso divertito a insidiarsi come attore. Ciambelle non tutte riuscite col buco – facciamo finta che Artemis Fowl non sia mai esistito, ok? – ma che non celano la maestria dietro la macchina da presa, come regista e sceneggiatore di formazione teatrale. Ricordiamo, ad esempio, le sue trasposizioni shakespeariane (Enrico V, 1988, o Hamlet, 1996), il suo ormai cult seppur non un capolavoro Thor (2011) e i più recenti adattamenti dei romanzi di Agatha Christie, come Assassinio sull’Orient Express (2017) e il sequel Assassinio sul Nilo (2022) – attualmente nelle sale cinematografiche nostrane, con Branagh nei panni del noto detective Hercule Poirot.

In questo Belfast, il regista britannico mette in gioco tutto se stesso e introduce quell’elemento che rende forse il film uno dei suoi capolavori per eccellenza: il cuore. La storia, seppur con qualche licenza poetica, è la sua storia, la famiglia, i ricordi, le strade, le esperienze che contribuiscono, nei dolori e nelle meraviglie, a renderlo ciò che è oggi. E poi la sua città, quella che dà il nome al film. Belfast è un pezzo della sua anima, probabilmente la vera protagonista della pellicola. Un’anima macchiata dalla violenza di quegli anni, risultato della stupidità umana che utilizza la religione come mero pretesto di lotta e dove a subirne le conseguenze sono sempre i più puri e innocenti, costretti a compiere un’ardua scelta: restare in balia degli eventi o andare e lasciare per sempre lì quel pezzetto di anima. E, mai come in questo periodo, tale tematica risulta più che attuale e straziante.

Ma Branagh non prende in considerazione argomenti di questa portata per soffermarsi sull’aspetto tragico della vicenda. Sceglie piuttosto di raccontarli con spensieratezza e sensibilità, alternando abilmente momenti di estrema emozione a momenti più spassosi. Utilizza una regia raffinata, dagli splendidi piani sequenza, e un’elegantissima fotografia in bianco e nero, non per dare al film un tono impegnato – come aveva fatto Sam Levinson con Malcolm & Marie (2021) – ma per mostrare una storia quasi fuori dal tempo e dallo spazio, un mondo a parte.

Sulla scia dell’iconico Shindler’s List di Spielberg (1993), invadono la narrazione, di tanto in tanto, alcuni elementi a colori, compresi intro e outro e non è affatto una scelta casuale. Come abbiamo già detto, Belfast rappresenta anche la formazione di Buddy/Branagh come autore. Sono infatti i riferimenti cinematografici e teatrali a conferire colore alla sua vita in quel momento così travagliato, a dargli un’opportunità di fuga. Simpatici e furbetti i riferimenti anche a ciò che saranno le sue opere future, come il libro di Agatha Christie che gli viene regalato o il fumetto di Thor.

Altra nota di merito è l’ottimo cast: il giovanissimo Jude Hill presta il volto al piccolo Buddy, occhi enormi e rapiti dalle immagini del proiettore in sala, in uno dei fotogrammi. Caitríona Balfe (la star della serie tv Outlander) è la madre, mentre a sorpresa c’è Jamie Dornan nel ruolo del padre. Sì, lui, che pare stia cercando di riacquistare credibilità dopo quella schifezza di Mr Grey in 50 sfumature di grigio e altri colori e, fortunatamente, ci sta riuscendo. Che dire di Judi Dench e Ciarán Hinds, i quali interpretano i nonni. Favolosi, superbi, indispensabili per la crescita di Buddy e delle sue passioni. Una storia profondamente toccante e umana, vista attraverso gli occhi di un bambino appassionato e allo stesso tempo confuso da sermoni e soprusi di cui non comprende appieno il senso. Menomale che ci sono la famiglia, l’amore, il cinema, l’arte. E quella strada della sua cara Belfast dove usava correre, entusiasta.

Per tutte queste ragioni, Belfast si è già guadagnato un Golden Globe per migliore sceneggiatura e al momento è in attesa delle premiazioni degli Oscar 2022, previsti per fine mese, per i quali ha ricevuto ben sette nomination: miglior film, miglior regista, miglior attore non protagonista a Ciarán Hinds, miglior attrice non protagonista a Judi Dench, migliore sceneggiatura originale a Branagh, miglior sonoro a Denise Yarde, Simon Chase, James Mather e Niv Adiri, migliore canzone a Van Morrison per Down To Joy.

Il film era stato presentato al Telluride Film Festival e al Toronto International Film Festival nel settembre 2021, per poi approdare in sala circa due mesi dopo. I cinema italiani, però, hanno potuto accoglierlo soltanto dal 22 febbraio 2022. Pare che al botteghino, almeno per il momento, la pellicola non abbia conseguito grandiosi risultati ed è per questo che vi consigliamo vivamente di recuperarla, non solo per sostenerla ma anche e soprattutto per non perdervi sul grande schermo questa poetica opera d’arte a tutto tondo.

Uno dei motivi che ha fatto storcere il naso a molti è senza dubbio l’utilizzo del filtro bianco e nero, considerato da film antiquato e pesante. Non lasciatevi ingannare. Belfast non è affatto un cosiddetto polpettone. All’opposto, non potrebbe essere più semplice, fresco, pensato per un vasto pubblico, nella sua ora e quaranta che scorre così come scorre una lacrima. Abbiamo tutti una storia da raccontare, ci viene detto nel trailer, quello che ci rende uno diverso dall’altro non è come finisce questa storia, piuttosto da dove è cominciata.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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