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Carlo Faiello, compositore colto e popolare

Mimmo Grasso di Mimmo Grasso
10 Marzo 2022
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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Desidero parlare qui di un musicista con il quale ho debiti culturali, Carlo Faiello. Carlo è un compositore colto e popolare, perché «sa essere popolare solo l’uomo di cultura» (Roberto De Simone, colloquio privato). Come i partenopei, Faiello è prensile, può passare con naturalezza dal canone di Pachelbel alle tammurriate. Inizia il suo viaggio sonoro con Roberto De Simone e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, componendo, altresì, testi e musiche per Roberto Murolo e Lina Sastri, Patrizia Spinosi e Antonella Morea. Ha organizzato e portato a termine molti progetti in Europa e nel Magreb, senza dimenticare il mondo ’e miez’ â via, quello sotto casa, stradaiolo, dove è cresciuto rubando le sonorità e con una grande attenzione ai problemi dei minori e dell’ambiente.

Notevole la sua attenzione alla biodiversità che, sul piano musicale, diventa bioritmo e connessione tra gli elementi alchemici della natura. Non si tratta di attenzioni finalizzate alla retorica che fa applauso, ma di un desiderio, un modo d’essere, profondo, di comunicare e di farlo mediante la musica “naturale”. Qualche anno fa ha fondato la Domus Ars, in via Santa Chiara, a Napoli, diventata presto un luogo di eccellenza culturale e interdisciplinare. Uno dei suoi lavori più importanti è Le danze di Dioniso, proposto sia live che in forma di CD. Si tratta di una ricerca fondata sugli studi di Karoly Kerényi e che cerca di intercettare, fra le sonorità mediterranee, un denominatore comune tra mondo arabo e napoletano, greco classico e canti a distesa, sufi e voteche, tra l’etnia Zar (Etiopia) e quella dei popoli delle feste religiose campane fondate, ritualmente, sulla trance (vedi quella della Madonna dell’Arco).

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Fu Carlo che, più di venti anni fa, mi immerse nei misteri del tamburo facendomi diventare tammurraro, aprendomi al mondo dell’oralità, quella dei cantatori, dei contadini, degli zingari. Oggi il popolo dei tamburi (entroterra campano e zona vesuviana) ha gradualmente perduto l’atteggiamento di sacralità della tradizione e si è commercializzato, ma va bene anche così: è ancora grande la gioia di vedere giovani che alle feste tammurreggiano. Le loro figurae si basano sulle coreografie di Rollin, fotografo ed esploratore di questi mondi; per osservare passi realmente tradizionali e arcaici un occhio esperto li può intercettare all’alba, quando i “locali” si esibiscono senza la presenza di “napoletani” o, ad esempio, nelle tammurriata giuglianese dove è percepibile la “romanità” dei flauti. Ma veniamo al rendiconto dei miei debiti.

Nel 2000, stanco e annoiato di studiare poesia sui libri, decisi di fare un viaggio verso il linguaggio e scelsi come meta la Calabria, mia terra d’origine, in cui si parlano molti dialetti, a lungo studiati da Gerhard Rohlfs e citati negli anni Settanta da Pasolini. Lo sparto (ginestra), ancora utilizzato per produrre suole e pantaloni, era il mio “ramo d’oro”. La meta del viaggio era Stilo, la città di Campanella. Sostai a lungo sull’Amendolea, fra pastori di lingua greca (un grecanico più duro e antico di quello del Salento); vissi per un mese con loro, pronto a notare come e quando veniva loro lo stimulus del canto e della danza.

Immaginate il pastore, stanco e sudato, che improvvisamente si trova davanti a uno squarcio, a un burrone, a stelle nigerrime. Ecco: allora iniziava il canto come trasformazione del grido a sua volta generato da un sentimento di lontananza, di nostalgia, di fatica. Quei canti erano identici ai pini loricati. Dunque, alla base del suo modo di esprimersi, accompagnato da strumenti rudimentali, c’era una “dissonanza cognitiva”. In sintesi, lassù ho incontrato Omero ed Esiodo.

Tornato a Napoli, cominciai a frequentare Carlo Faiello che gestiva a Pozzuoli, nel Rione Toiano, un Cantiere Sociale. È stato lui che ha introdotto nei Campi Flegrei la pratica delle tammorre e mi ha fatto conoscere i “sacerdoti” della cultura popolare come Coffarelli e Colasurdo, i Zezi e le Nacchere Rosse, con le quali mi sono esibito davanti a centinaia di persone (proprio io, un uomo con l’anima di carta copiativa). La voce più straordinaria che ho ascoltato è stata quella di Menecone. Avvolgevo e riavvolgevo l’audiocassetta in auto guardando il paesaggio e i volti dei contadini. Comprai la cassetta alla festa della Madonna delle galline (Pagani). Mi chiesero 20mila lire. Mi sembrava un po’ troppo. Il bancarellaro mi apostrofò, supercilioso: «Cumparie’, chisto è Menecone». Caspita. Era vero: un unicum. Ho ascoltato sul Vesuvio una persona rivolgersi a un altro dicendo, per smontarne la boria, «Ma chi si’, Menecone?».

Talvolta mi chiedono opinioni su poeti e cantautori. La poesia nasce come fenomeno neuromotorio, come la danza e il battere il piede a terra dei bambini quando non sanno esprimere quello che vogliono dire. Analogamente l’origine della musica è nella lallazione infantile. Faiello batte il piede e canta.

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