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Ungheria: un altro bavaglio ai media firmato Orbán

La libertà di stampa è sempre più minacciata. In giro per il mondo ci sono Paesi in cui non esiste, Stati che rinchiudono i giornalisti per la loro disobbedienza civile o che li licenziano per aver svolto esattamente il proprio lavoro: informare i cittadini nella costante ricerca della verità. E di tutti i luoghi in cui sta accadendo, quello che fa più parlare di sé, ultimamente, è l’Ungheria. È dall’inizio della pandemia, infatti, che il Premier ungherese cerca di conquistare il titolo di ultimo dittatore d’Europa, da quando si è investito da solo di quei superpoteri che ha giustificato con lo stato di emergenza. Ma di tutti i diritti che ha negato nel corso di questi mesi, di tutte le libertà personali che ha cancellato, l’attacco alla stampa libera e indipendente è l’atto che maggiormente riassume la  sua minaccia alla democrazia.

Il più recente colpo sferrato ai media è ai danni di Index, una delle rare testate indipendenti rimaste nel Paese. L’ultima notizia racconta delle dimissioni di 70 giornalisti della redazione in seguito alla decisione di licenziare il direttore. Il motivo ufficiale del licenziamento sembra riguardare il calo di guadagni pubblicitari che avrebbe portato all’esclusione di Szabolcs Dull dal consiglio di amministrazione ma, dietro la giustificazione di facciata, si nasconde l’indipendenza di Index e il rifiuto di censurare le critiche al governo. Gli stessi redattori, infatti, avevano denunciato le pressioni ricevute in seguito alle critiche rivolte al governo Orbán e la preoccupazione per l’autonomia della testata.

I problemi di Index erano cominciati con le difficoltà dei guadagni pubblicitari, anch’essi causati indirettamente dal governo. In genere, che i guadagni di una testata giornalistica dipendano dalla pubblicità può rivelarsi un’ottima garanzia della sua imparzialità: significa, infatti, che il giornale non ha bisogno di finanziamenti istituzionali, evitando legami con il governo e con i partiti e, dunque, scongiurando un tipo di informazione di parte laddove lo sponsor non abbia secondi fini. Eppure, quando il governo ha poteri sproporzionati, è facile che le sovvenzioni pubblicitarie siano scoraggiate e che le società evitino di far comparire il proprio nome sulle testate che si inimicano chi comanda. Ed è proprio questo che è successo a Index, con il calo di guadagni che ha fornito una valida giustificazione per la rimozione del direttore.

In realtà non è di certo una novità che alla stampa ungherese non sia riservata vita facile, dati i provvedimenti presi negli ultimi anni per limitare la pluralità di informazioni. Infatti, nell’ultimo decennio, in cui non è mai mancato il governo di Viktor Orbán, il Primo Ministro si è investito di ruoli sempre più autoritari che l’hanno portato ad avere il controllo di gran parte dei media del Paese. Attualmente, sono circa 500 le società, una volta indipendenti, raggruppate in un’unica fondazione che ha lo scopo di fare propaganda a un esecutivo che, a dirla tutta, si preoccupa poco del consenso.

A partire dallo scorso anno, poi, è entrata in vigore una nuova legge che regola il tipo di notizie che i programmi di informazione possono dare. Di fatto, è stato limitato a un massimo di 45 minuti il tempo a disposizione delle testate giornalistiche vere e proprie, mentre è stato incentivato l’aumento – fino al 35% delle trasmissioni – dei contenuti informativi di tipo leggero. L’obiettivo sembrerebbe quello di illudere l’opinione pubblica di avere accesso all’informazione, nutrendola in realtà di gossip e di cronaca nera e distogliendo l’attenzione dalla sempre più esigua informazione di qualità – soprattutto politica.

È difficile immaginare dei motivi legittimi per cui limitare il tempo a disposizione dei programmi informativi, ma c’è da dire che non sembra che Orbán stia provando a giustificare davvero il suo operato, probabilmente incurante dell’opinione europea e della comunità internazionale. Dopotutto, a partire dall’anno scorso ha vietato la diffusione dei report di Amnesty International e di Human Rights Watch accusandoli di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Una mossa del genere è impossibile da giustificare se non con la volontà di nascondere all’opinione pubblica le frequenti violazioni dei diritti umani che avvengono in Ungheria, a partire dalla discriminazione della comunità LGBTQ+ fino all’ultimo provvedimento grazie al quale il governo può approvare le leggi al posto del Parlamento.

Negli ultimi dieci anni, ogni azione di Orbán ha contribuito alla costruzione del potere sproporzionato di cui ora è dotato, ma ci è voluto molto tempo prima che la comunità internazionale si rendesse conto delle sue intenzioni. L’impostazione che ha progressivamente dato al suo governo sta minacciando libertà e diritti umani in modi che dovrebbero essere inaccettabili, a partire dai continui attacchi alla libertà di stampa, il primo sintomo di un potere malintenzionato che si libera del controllo che solo la pluralità di informazione garantisce. Ma ora che i suoi fini sono chiari a tutti, ora che non si cura neanche più dell’opinione pubblica, come possiamo tollerare l’esistenza di una dittatura e continuare a non far niente?

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