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Il Fatto

Ius Soli sportivo, non basta: la cittadinanza è un diritto di tutti

«Non riconoscere uno Ius Soli sportivo è folle». Sono da poco terminate le Olimpiadi di Tokyo 2020 – rinviate all’estate 2021 a causa della pandemia da Covid-19 – e le parole del Presidente del CONI Giovanni Malagò, diramate successivamente alla storica conquista dell’oro nei 100 metri di Marcell Jacobs, rimbalzano nelle dichiarazioni che ancora animano il dibattito politico in merito all’argomento.

I Giochi Olimpici giapponesi hanno tracciato un solco tra ciò che era ieri lo sport in Italia e ciò che potrà essere a partire da oggi. Innanzitutto, il record di quaranta medaglie conquistate in diciannove discipline diverse dalla delegazione azzurra infonde speranza all’intero sistema agonistico tricolore, a maggior ragione se si considera la loro provenienza, non più affidata principalmente al volley o alla scherma – stavolta deludenti – ma estesa ad alcuni rami dell’atletica che prima sembravano a esclusivo appannaggio degli americani. Ciò che conta, forse ancor più dei successi, è però la svolta politica che i Giochi hanno mostrato al mondo pretendendo un’attenzione, sino a oggi, tutt’altro che scontata.

Basti pensare all’abbraccio che il nostro Gianmarco Tamberi – oro nel salto in alto – ha scambiato con il suo amico e rivale Mutaz Barshim al termine della gara che ha fregiato entrambi del primo gradino del podio, l’amicizia che sovrasta la competitività a ogni costo, oppure al coming out della judoka italiana Alice Bellandi e del tuffatore britannico Tom Daley, forti nello sport quanto nella convinzione di dover vivere il proprio amore senza barriere. Infine, il caso che ha fatto più rumore, ossia la scelta della ginnasta americana Simone Biles che ha avuto la forza di anteporre la propria salute alle pressioni delle aspettative che il mondo intero riponeva verso la sua corsa al podio.

In questo quadro finalmente gentile di un nuovo modello di competizione, l’oro nei 100 metri di Marcell Jacobs avrebbe potuto figurare non solo come l’impresa sportiva più sorprendente di queste Olimpiadi, ma anche come un messaggio chiaro e inequivocabile a favore di uno dei temi più osteggiati dal Parlamento italiano, lo Ius Soli. Le frasi di Malagò prima, e dello stesso sprinter poi, hanno invece offerto ai rappresentanti dei partiti materiale per evadere alle loro responsabilità e lasciare, ancora, migliaia di giovanissimi italiani senza il riconoscimento della loro inequivocabile cittadinanza.

«Non riconoscere uno Ius Soli sportivo è folle». Per gli immigrati under 18 residenti in Italia, ma non cittadini italiani, quello della maglia azzurra è un sogno che potranno realizzare soltanto dopo aver raggiunto la maggiore età. Per questo motivo, e ragionando sul rischio di lasciare fuori dalle competizioni possibili prossimi Jacobs, il Presidente del CONI Malagò ha pensato di attirare l’attenzione della politica sul tema scordando, però, che per quanti ragazzi vivono, studiano e praticano sport a livello agonistico nel nostro Paese, ce ne sono tantissimi altri che non godono delle doti atletiche dello sprinter in forza alla polizia, ma che non per questo meritano meno diritti dei loro coetanei in odor di future medaglie da esporre nelle stanze del comitato olimpico tricolore.

È bene ricordare, però, che uno Ius Soli sportivo già esiste ed è regolato da una legge del 2016, privilegio di cui chi non è dotato di piedi veloci non può in alcun modo godere. Si tratta della cosiddetta Legge Tam Tam, che ha già consentito a oltre 500mila ragazzi di iscriversi alle competizioni sportive italiane senza essere discriminati. L’intervento del Presidente del CONI ha riacceso i riflettori sul tema chiamando il Governo Draghi alle responsabilità a cui l’esecutivo guidato dal suo predecessore – che fosse in alleanza con la Lega o, successivamente, con il PD – ha pensato bene di non rispondere, tuttavia, il passaggio successivo non può e non deve coincidere con una nuova discriminazione come lo Ius Soli solo per atleti nazionali.

A tal proposito, il Viceministro dell’Interno, Matteo Mauri (PD), ha dichiarato all’HuffPost: «Il Presidente Malagò non ha fatto altro che sottolineare le implicazioni sportive di un problema che è generale […]. È necessaria una nuova legge sulla cittadinanza che riconosca ai bambini e ai ragazzi nati nel nostro Paese o arrivati qui prima del compimento dei dodici anni la possibilità di diventare cittadini italiani dopo avere frequentato regolarmente almeno un ciclo scolastico in Italia».

Anche il Segretario dei democratici, Enrico Letta, ha colto l’occasione per ribadire la necessità di una normativa Ius Soli, e gli ha fatto, ieri, eco anche Orfini. Certo, suona quantomeno incoerente che lo stesso PD che nel 2017 governava con una maggioranza necessaria ad approvare la legge non abbia portato a termine la misura con Gentiloni a Palazzo Chigi, mentre ora che Jacobs taglia il traguardo dei 100 metri in mondovisione per primo, improvvisamente se ne ricordi. Ma meglio tardi che mai.

Per un Malagò che ha invocato lo Ius Soli esclusivamente per il tornaconto dell’organo che amministra, vi è, però, il campione la cui impresa ha risollevato il dibattito in merito al tema che ha perso l’occasione per farsi portabandiera non soltanto del tricolore in Giappone, ma di quella che è una battaglia di diritti e civiltà: «Lo Ius Soli? Non mi interessa la politica, non voglio essere usato. Io faccio l’atleta».

Così facendo, Marcell Jacobs non solo si è offerto alla Lega e all’ostracismo che da sempre adopera contro la legge di cittadinanza, ma si è posto in una direzione contraria a quella dei suoi colleghi sopra citati, allo spirito di queste nuove Olimpiadi, di Giochi che sono stati veicolo di gesti e messaggi dal forte valore sociale e anche politico. La sua improvvisa e straordinaria notorietà, al contrario, è una responsabilità alla quale non avrebbe dovuto sottrarsi alla stessa velocità con cui ha saputo mettersi un oro al collo.

Un bambino che cresce in Italia, che studia tra i banchi delle nostre città, è e deve essere considerato uguale a tutti i suoi compagni di classe. La scuola è l’unico vero avamposto di identità e integrazione, la cittadinanza non è un premio da mettersi al collo con la prospettiva di una medaglia. La cittadinanza è un diritto. Per tutti.

*foto YouTube

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