Ilaria Cucchi e Aboubakar Soumahoro
Il Fatto

Ilaria Cucchi e Aboubakar Soumahoro: perché?

Nomi, storie, battaglie che parlano da sé: ha presentato così Nicola Fratoianni le candidature di Ilaria Cucchi e Aboubakar Soumahoro, personalità della società civile che rappresentano in pieno la lotta per la giustizia, la dignità e la libertà dell’essere umano. E non avrebbe potuto farlo meglio.

Per la prima volta insieme da protagonisti di una competizione elettorale, l’attivista sindacale e la sorella del compianto Stefano, artefice di una battaglia senza eguali nella ricerca della verità, scendono in campo nel nome di Alleanza Verdi e Sinistra, il simbolo con cui Europa Verde e Sinistra Italiana si presenteranno alle urne il prossimo 25 settembre. Una scelta che lascia non poche perplessità e un’unica grande domanda: perché?

A coloro che credono di avere già la risposta in tasca, ricordandomi il valore umano e civile dei due candidati, chiedo solo di prendersi qualche minuto per leggere quanto segue. Per capire quanto sia grande, ancora una volta, la frustrazione di chi – potesse veramente scegliere – a quei due offrirebbe il proprio sostegno quasi incondizionato e, invece, deve mangiarsi le mani e puntare la matita altrove.

Quando a metterci la faccia sono personalità come Ilaria Cucchi e Aboubakar Soumahoro si vive una lunga fase di gestazione, di dubbi e dilemmi interiori: è giusto che il loro attivismo si trasformi in azione politica parlamentare? Certo, verrebbe da dire. Soprattutto in tempi come quelli moderni dove ad affollare l’emiciclo c’è troppa fuffa – il correttore automatico mi suggerisce muffa e, forse, non è un caso. È giusto che questa azione si svolga in nome di un simbolo come quello di Alleanza Verdi e Sinistra, un sodalizio nato in campagna elettorale e – ci prendiamo una certa libertà previsionale – morto già a ridosso della prossima? Il naso inizia a storcersi. Poi il grande quesito: è giusto farlo da alleati del PD? E qui, ça va sans dire, il cuore fa molto più che scricchiolare.

Se, infatti, a tutte queste domande potremmo rispondere con un sommario sì – è giusto che Ilaria Cucchi e Aboubakar Soumahoro si candidino (qualcuno direbbe pure: era ora!); è giusto (inevitabile) che lo facciano a sinistra o, quantomeno, a sinistra del PD; è giusto che affianchino il Partito Democratico, se si guarda a questa scelta secondo la logica tutta italiana del voto utile perché solo a sostegno di una coalizione di primo ordine c’è possibilità concreta di rappresentanza –, a pesare sono soprattutto i no. No all’Alleanza Verdi e Sinistra. No al Partito Democratico. No a chi ha fatto dell’incoerenza la propria caratteristica e no a chi i diritti umani promossi, difesi, urlati da Cucchi e Soumahoro li ha sempre calpestati.

Penso a Ilaria, alla sua lunghissima guerra contro il pregiudizio, lo Stato e la divisa intrisa di sangue. Penso al suo coraggio che ha trasformato la morte di un detenuto, il solito drogato, nel caso Cucchi, uno dei più emblematici della cronaca moderna, capace come pochi di scuotere il Paese, di imprimersi nella memoria collettiva di chi lo abita, di segnare uno spartiacque che tanti volti tumefatti, tanti corpi massacrati, tante vite spezzate – purtroppo – non sono riusciti a rappresentare, pur nella stessa brutalità gratuita.

Penso alla forza di una promessa dapprima sussurrata al freddo marmo di un obitorio, poi urlata in una foto violenta: Stefano ti giuro che non finisce quaE là, infatti, non è finita, arrivando dopo più di dieci anni a un momento cruciale, a una verità già chiara, già evidente, già vergognosa per molti e falsa per pochi, alla pronuncia di una parola che, sola, può forse prendere per mano il dolore e accompagnarlo in un angolino di cuore, quel tanto che basta a sopravvivere: colpevoli. Penso a Rita e Giovanni, genitori silenziosi e tenaci, alla dignitosa capacità di mutare la rabbia in giustizia.

Penso a tutto questo e mi chiedo cosa possa mai avere in comune con il partito di Minniti, lo sbirro di Gino Strada che tanto piace alle destre, il partito delle rivolte represse a suon di manganello, delle promozioni alla Diaz – per le quali già nel 2013 SeL, mamma di SI, aveva presentato un’interrogazione parlamentare a proposito di un alloggio di servizio pagato a Francesco Gratteri, l’accusato numero uno della macelleria messicana (interrogazione ancora in corso quando Marco Minniti era al Ministero dell’Interno). Penso al partito di una sommaria legge sul reato di tortura che, stando ai fatti, non appare così abominevole come, in realtà, è e dovrebbe essere, il partito che di carcere e violenza nemmeno prova a parlare. Penso a chi, al contrario di Salvini, non indossa una divisa per propaganda, ma la difende a tutti i costi.

Poi c’è Aboubakar. La sua dialettica, la sua competenza, la lotta al caporalato a tutela dei lavoratori sfruttati nella filiera agricola. Da vent’anni attivista sociale e sindacale, difende gli ultimi, i senza voce, gli invisibilizzati il cui grido di dolore vuole trasformare in un inno alla felicità. Ma quando mai gli schiavi hanno solidarizzato con il padrone? I nullatenenti mangiato al tavolo dei banchieri? E qui torniamo al PD, ma non solo.

Quello guidato da Enrico Letta, neo partner in crime di Alleanza Verdi e Sinistra, è a tutti gli effetti il partito dell’agenda Draghi, l’unico che la rivendica, la stessa che SI aberrava. È l’espressione italiana dell’establishment e della BCE, la prima casa di Renzi e del Jobs Act, dell’abolizione dell’articolo 18 e dello smantellamento dello Statuto dei Lavoratori. Il partito che ieri corteggiava Calenda – sterzando, finalmente in un atto di coerenza, ancora più a destra – e oggi ufficializza la candidatura di Cottarelli. Cosa hanno in comune con Soumahoro? Nulla, nulla che abbia a che fare con le sue battaglie, con la sua condanna nei confronti dei poteri forti che schiacciano, come sempre, i più deboli, i fragili, gli invisibili, appunto. Quale sarebbe lo spazio politico, la prospettiva, quali i contenuti per cui chi non ha voce, chi è di sinistra – vera – dovrebbe credere a una simile coalizione? Come possono le periferie diventare centro solo perché uno dei piccoli è stato invitato al tavolo dei grandi?

Insomma, che tipo di rappresentanza possono mai garantire gli schieramenti di Fratoianni e Bonelli, a loro volta alla ricerca della propria definizione? Che tipo di rappresentanza può garantire il PD di Letta, Minniti, Gentiloni e Franceschini? Che credibilità ha chi parla di nuove energie, puntando a una svolta green, quando si allea con chi ha fatto di ILVA, TAP, TAV, trivelle, inceneritori un marchio di fabbrica? Qual è la coerenza?

C’è, poi, il tema dei migranti, anch’esso uno dei più cari ad Aboubakar Soumahoro che, spesso, ha urlato al diritto mancato e ora si ritrova a dialogare con gli stessi che hanno siglato – e tacitamente confermato, a più riprese – il Memorandum con la Libia e istituzionalizzato i CPR. Mi tornano in mente Fratoianni, Delrio e Orfini a bordo della Sea-Watch. Era il 2019, il delirio del Papeete e la capitana Carola Rackete: all’epoca era intollerabile che un Ministro permettesse tutto questo. Lo era, certo, ma non meno di chi finanza i lager in Africa, sostiene un Presidente del Consiglio che, quale primo atto di politica estera, sceglie di andare proprio in quella Libia e da quei trafficanti a confermare il suo e il nostro sostegno. Non lo è meno di chi promuove il caporalato di Stato voluto dal Viminale di Luciana Lamorgese che parla di migranti come di quelli che servono. Per sei mesi, non di più, giusto il tempo di raccogliere i pomodori e poi rispedirli indietro, a subire nuovamente fame e torture.

Forse, ha ragione Stefano Bonaccini quando dice che il PD si è spinto troppo a sinistra con le recenti scelte elettorali. Quel che duole, però, è che per un Partito Democratico che guarda a SI e Verdi e l’Alleanza che guarda alla poltrona, Ilaria Cucchi e Aboubakar Soumahoro si siano spinti troppo a destra. Troppo al di là del diritto e della sua tutela. Perché se è vero che entrare in un sistema non vuol dire diventare il sistema, il rischio che questo ti schiacci è più di un timore. Quanti Soumaoro e Cucchi sono passati da quelle parti sovvertendole o, quantomeno, lasciando un segno? Quante belle storie ci ha consegnato la politica più recente? Nessuna, forse. E non basterà, laddove dovesse presentarsene l’occasione, prendere le distanze dall’operato dei propri colleghi di partito o alleati: perché, in quel caso, avremo tutto il diritto di dire ve l’avevamo detto. Non potevate non sapere.

Anch’io, come Aboubakar, sogno che le persone invisibilizzate e dimenticate (che conoscono l’usura del duro lavoro, il logoramento della povertà assoluta e l’umiliazione delle leggi discriminanti) possano ambire ad arrivare al timone del nostro Paese per legiferare in favore della giustizia sociale e ambientale. Anch’io, come Ilaria, vorrei promettere ai troppi Stefano d’Italia che non finisce qua, che nessuno può esercitare violenza su un altro e preservare il suo privilegio di uomo libero, soprattutto se veste una divisa. Non credo, però, che si possa fare così, con questi alleati e con questi presupposti. Non credo alle cosiddette foglie di fico, specchietti per le allodole che finiranno con il perdonare il fascismo di questa sinistra per battere le destre.

Così, guardo a Ilaria Cucchi e Aboubakar Soumahoro e me ne dispiaccio. Così, a malincuore, devo rinunciare a un’altra possibilità di degna rappresentanza. Così, vorrei fare loro soltanto una domanda: perché?

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