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Il Fatto

Il ricatto della politica: terza dose o addio green pass

Varato dai governi di mezzo mondo come misura di contenimento della pandemia da Covid-19, con l’avanzare delle settimane lo strumento del green pass sta prendendo la temuta forma di una misura autoritaria e disegualitaria. Attraverso l’imposizione del lasciapassare – associato al completamento del ciclo vaccinale o all’esito negativo del tampone nasofaringeo – si è prima vietato, a chi ne risultasse sprovvisto, l’accesso ai ristoranti, poi addirittura al posto di lavoro; ora, alla luce dei dati circa la copertura dei vaccini a sei mesi dall’inoculazione e la percentuale della popolazione strenuamente no vax, si discute sull’ipotesi di ridurne la validità a meno che di un terzo richiamo.

Chi non si sottoporrà alla terza dose si vedrà ridurre la validità della propria certificazione da un anno a nove o sei mesi. Eccolo l’ennesimo ricatto pronto a essere messo in campo dal governo, da una classe politica ambigua ed evasiva di fronte all’unica responsabilità che dovrebbe assumersi: obbligare tutti, indiscriminatamente, al vaccino. L’ulteriore stretta sul green pass verrà decisa nella prima settimana di dicembre, il tempo di leggere i prossimi numeri delle persone che, autonomamente, si sottoporranno alla terza inoculazione.

I dati diffusi recentemente dall’ISS sembrano evidenziare una problematica non da poco relativamente ai vaccini. In generale, su tutta la popolazione, l’efficacia vaccinale passa dal 76% nei vaccinati con ciclo completo entro i sei mesi rispetto ai non vaccinati, al 50% nei vaccinati con ciclo completo oltre i sei mesi rispetto ai non vaccinati, scrivono gli analisti, sottolineando come anche nella popolazione più giovane il siero perda di efficacia a distanza di 180 giorni dalla somministrazione, motivo che spiegherebbe i tanti contagi attuali anche nella fascia d’età 12-39 anni.

Ciò che si intende mettere in dubbio non è – certamente – la necessità di un secondo richiamo (terza dose), ma le mezze misure varate con un sistema che sa di ricatto, volto a mettere toppe laddove la risolutezza del Parlamento non vuole spingersi. È da ormai oltre un anno che qualsiasi provvedimento governativo basa la sua efficacia sulla disponibilità delle persone a sottoporsi a misure di restrizione o a sperimentazioni farmaceutiche, e così non può succedere ancora a diciotto mesi dal primo lockdown.

A tal proposito, il popolo italiano ha sempre risposto con senso di responsabilità invidiabile da tanti altri Paesi europei e del mondo intero (sia per quanto riguarda l’accesso ai vaccini che al rispetto delle limitazioni passate), tuttavia, anche nell’eventualità che il richiamo alla propria coscienza non dovesse bastare, la risposta di uno Stato democratico non può e non deve essere un ricatto travestito da buone intenzioni. La soluzione è la stessa invocata da tempo: l’obbligo vaccinale.

Proteggere la propria popolazione da minacce di tipo sanitario è un dovere a cui lo Stato non deve sottrarsi, ed è proprio per questo che basare qualunque scelta futura sulla disponibilità delle persone a sottoporsi all’ennesimo richiamo al buon senso rischia di tramutarsi in un qualcosa di difficilmente accettabile anche da chi, fino a ora, ha ottemperato ai propri obblighi morali senza chiedere conto neppure dei rischi. L’incognita di minare alla pazienza o, peggio, alla fiducia di questo 85% della popolazione è un qualcosa da scongiurare a ogni costo.

L’ambiguità di questa ennesima modifica unilaterale del rapporto tra popolo e istituzioni riguarda non solo l’ormai consolidata minaccia che mina al diritto al lavoro, ma anche all’alternativa offerta ai no vax per accedere comunque agli uffici o ai luoghi dell’intrattenimento: il tampone. Da dicembre, infatti, anche la validità del tampone rapido potrebbe essere messa in discussione, con datori di lavoro, ristoratori e maschere al cinema tenuti a richiedere soltanto il test molecolare, più affidabile ma certamente più oneroso, costringendo l’indomita folla antivaccino a un esborso insostenibile per chiunque.

Questo ennesimo provvedimento, dunque, altro non è che un obbligo vaccinale mal travestito da una libertà di scelta che di fronte all’emergenza sanitaria non ha senso di rivendicarsi. Anzi, la misura rischia di avvelenare la già odiosa polemica tra vaccinati e no vax, i primi vittime della sensazione di fare da cavie per la libertà anche di chi se ne frega di restituire la cortesia, e i secondi che invocano un’autonomia arrogante che non tiene conto del prossimo.

L’urgenza della nuova stretta che il governo sembra pronto a varare, però, trova un improbabile ostile proprio nei dati di cui sopra, che dicono anche: per la malattia severa che porta al ricovero o in terapia intensiva si riduce solo di 9.7 punti (da 91.8 a 82.1), e la protezione resta in ogni caso molto alta. Se, a oggi, i parametri che decidono la colorazione delle regioni nel sistema di criticità giallo-arancione-rosso si misurano in base a ospedalizzazioni e terapie intensive, perché lo stesso non vale per la validità del green pass?

Lo abbiamo già scritto tante volte, il problema non sono le limitazioni, le regole, ma l’ambiguità delle stesse. Allo stesso modo, sono da condannare non tanto le restrizioni alle manifestazioni del cosiddetto popolo no vax (motivo di assembramenti pericolosi, a maggior ragione che si tratta di non vaccinati), ma la deriva autoritaria che potrebbe estendere il provvedimento a qualsiasi movimentazione popolare. Con la scusa dell’impossibilità di controllare l’immunità dei partecipanti, il governo ha già chiuso le strade dei centri cittadini ai cortei, una misura a dir poco assolutistica e antidemocratica.

Dal momento che i partiti di casa nostra hanno già dimostrato di saper convivere per spartirsi il denaro europeo, è tempo che trovino il modo di farsi solidali anche di fronte alla responsabilità di combattere l’egoismo insolente di chi si ostina a non sottoporsi al vaccino, nonostante i dati ormai confortanti sia in termini di efficacia che di rischio di crisi avverse, anziché stiparsi un orticello in cui coltivare la loro fiducia in vista delle elezioni 2023, quando la pandemia potrebbe – finalmente – essere solo un brutto ricordo. La democrazia è l’unico valore che non deve mai essere messo in discussione, per nessun motivo. Non c’è green pass che tenga, che valga sei, nove o dodici mesi. Chissà che questo continuo tentativo di minarne le fondamenta non sia l’occasione per liberarsi una volta per tutte di chi ne fa uso, da anni, solo a salvaguardia del proprio tornaconto. Stavolta sì, tutti uniti.

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