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Il Fatto

Gli zombie di Grillo e il fallimento della politica

Quando si parla di caduti e contagi, il pensiero corre immediatamente al gennaio di due anni fa o forse ai due mesi precedenti, quando una certa preoccupazione già serpeggiava un po’ ovunque nella quasi totalità del mondo per la circolazione di un nuovo virus che di lì a poco sarebbe diventato una vera e propria pandemia e che ancora oggi fa avvertire la propria presenza.

Ben altri contagi, però, erano stati previsti dal fondatore e garante del MoVimento 5 Stelle sin dal 2009, anno di nascita ufficiale di una nuova realtà nel panorama politico italiano che suscitò in molti speranze e attese e che oggi fa dire a Beppe Grillo: «Sapevamo fin dall’inizio di dover combattere contro zombie che avrebbero fatto di tutto per sconfiggerci o, ancor peggio, contagiarci. E così è stato: alcuni di noi sono caduti, molti sono stati contagiati». Quegli stessi zombie con i quali in un primo momento non bisognava assolutamente interloquire per poi andare al governo il primo giugno 2018 con la Lega di Matteo Salvini (per 461 giorni) e, due settimane dopo la caduta, con PD, LEU e IV per un totale di 527 giorni: zombie di destra, di centro e di sinistra, due esecutivi di colori diversi e lo stesso Presidente del Consiglio scelto non dai vecchi morti viventi ma da quelli infettati.

Un contagio rapido come quello di Wuhan e una pandemia che ha interessato una parte sana, pura e immacolata della politica del Paese che poi caparbiamente ha inteso proseguire, forse perché convinta di un’immunità di gregge che avrebbe risolto ogni cosa. L’infezione da un potere irresistibile da difendere a tutti i costi e un particolare non trascurabile: il benestare di chi oggi grida proprio al contagio dagli zombie.

Strano modo di chiamarsi fuori dai giochi e mostrare la propria estraneità alla malattia, confermando il solo divieto al terzo mandato quale simbolo dell’integrità della razza scomodando perfino un Ferrara dormiente da tempo, in difesa del principio dei pentastellati: «Se applicano la regola del doppio mandato, li lodo come una vera, notevole forza riformatrice». Si accontenta di poco l’ex direttore de Il Foglio e già Ministro del primo Governo Berlusconi per definire riformatrice una forza politica.

Contagi a parte, forse anche a sua insaputa, il guru dei pentastellati ha dato una definizione alquanto appropriata del mondo politico che in queste settimane non sta mostrando il suo volto migliore in vista della competizione elettorale del prossimo mese di settembre. Vecchi sistemi e migrazioni da un partito all’altro che marcano sempre più la mancanza assoluta di identità di ciascuna forza, differenze inesistenti che fanno comodo ai fenomeni del momento.

Per un Carlo Calenda dalle braccia larghe che mostra il suo strategico accordo con Enrico Letta, che chiude comprensibilmente a Di Maio, Bonelli e Fratoianni forzando una netta sterzata al centro e che applica anche un sistema premiale per le ex fedelissime dell’ex Cavaliere impegnato a garantire un seggio in Parlamento alla fidanzata del momento – nominandole componenti della direzione di Azione –, c’è il ministro a tutti i costi, comunque e con chiunque Luigi Di Maio, al momento ammaliato da quel Bruno Tabacci grande esperto di migrazioni ma sempre con un suo stile. Un ottimo maestro per un allievo già ben avviato che non stacca il proprio sguardo dal PD, sperando fino all’ultimo di trarne maggiori benefici sia personali che per il suo neonato partito. Infine, quella strana sinistra rappresentata da Bonelli e Fratoianni ancora a elemosinare una casa comune con il Partito Democratico che rischia decisamente di essere scambiato per una costola di Forza Italia e dove il termine sinistra ormai resta soltanto un vecchio ricordo.

Alquanto disorientato appare ancora l’avvocato del popolo, in evidente difficoltà nei rapporti con un Grillo che non sembra volergli facilitare la strada e che nei prossimi giorni potrebbe usare qualche altro cavillo per possibili alleanze. Anche se Giuseppe Conte al momento dichiara di voler camminare da solo, infatti, l’atteggiamento del guru genovese appare alquanto strano e potrebbe riservare qualche sorpresa dell’ultimo momento, uno di quei colpi da maestro che riesce soltanto al migliore tra i morti viventi. E, questa volta, proprio un contagio potrebbe tornare utile anche a lui, ormai zombie dichiarato sul campo, dopo aver ispirato e decisamente voluto apparentamenti che hanno portato a tutte le formule di governo possibili.

Parlare di vecchie volpi della politica italiana risulta impossibile, tuttavia, senza citare quel Matteo Renzi apparentemente tranquillo, in cammino solitario verso settembre, attento a ogni passo di chi si agita al centro e con un occhio sempre puntato a quella creatura che non riuscì a rottamare del tutto, al momento decisamente condizionata dal figliol prodigo Carlo Calenda. A meno di sorprese dell’ultima ora, potrebbe essere in concorrenza con Luigi Di Maio per mantenere una posizione attorno al 2/3%.

Quella di Beppe Grillo non è stata certamente un’uscita felice perché in qualche modo ha evidenziato il fallimento di un percorso che non ha dato risposte a un elettorato che, seppur variegato, è comunque espressione di una parte consistente degli aventi diritto e di quelli delusi proprio da coloro che egli stesso definisce zombie.

Intanto, il crescente disorientamento del Paese rispetto a una classe politica che non accenna affatto a recuperare quel minimo di dignità necessaria a instaurare un rapporto di fiducia e credibilità tra le istituzioni e i cittadini favorisce il corposo partito dell’astensione che da anni è l’unico realmente a crescere e che sempre più è rappresentato, a giusta ragione, dai giovani. Là dove la delusione ha raggiunto livelli insopportabili che dovrebbe preoccupare quanti ancora si propongono alla guida del Paese, di un Paese senza speranza e senza futuro.

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