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Alla fine, i populismi sono tutti uguali

Alla fine, i populismi sono tutti uguali. Non c’è populismo di destra e di sinistra, non c’è populismo apolare che si piazza al centro e pensa solo agli interessi del popolo, quello di cui si dice paladino indefesso. La definizione stessa di populismo è in realtà un’illusione, un concetto nato per abbattere quello della discussa casta che però, nella pratica, non trova reale espressione in nessuno degli esempi mai esistiti nella storia della democrazia occidentale. È anch’esso inevitabile risultato di quei giochi di potere, di quegli sgambetti tra partiti che fanno la politica contemporanea – soprattutto italiana. E, più passa il tempo, più permea ogni fazione, ogni gruppo, ogni partito.

Alla fine, i populismi sono tutti uguali, e non perché a far crollare il governo siano stati i giochetti dei partiti più populisti d’Italia, quanto perché tutti i partiti, per quanto professino ideali diversi, alla fine agiscono allo stesso modo, uniti da interessi fintamente popolari e sommessamente personali. Alla fine, tutti i populismi sono uguali perché il populismo non è un credo politico ma un modo per far piacere alla gente il proprio programma, vendendo la solita merce in un pacchetto nuovo e scintillante.

Il concetto alla base del populismo è la repulsione, da parte del popolo, nei confronti delle vecchie élite politiche, che appaiono distanti dalle tradizioni e dalla quotidianità della gente comune. Per questo, i populismi tendono a respingere i partiti tradizionali e, soprattutto, la comunicazione politica tradizionale, in favore di rappresentanti più vicini, almeno nell’aspetto, ai loro ideali. Non si tratta mai, però, di personaggi realmente vicini al popolo, di esponenti politici che sorgono dal basso per ergersi a paladini delle loro stesse classi, quanto invece di appartenenti a quelle stesse élite che si dicono di combattere, che si costruiscono la comoda reputazione attraverso le abilità e le scelte comunicative.

L’ascesa dei populismi – al plurale, appunto, perché non si tratta di un solo movimento quanto invece delle forme espressive assunte da più movimenti – è il frutto delle dinamiche politiche e sociali degli ultimi decenni, che hanno visto una sempre maggiore insofferenza da parte dei cittadini nei confronti dell’establishment. Non è maggiore partecipazione quella offerta dai populismi, non è trasparenza, non è l’estrema e più diretta espressione della democrazia, quanto un contro-potere che, apparentemente, si oppone al comune e unico nemico: chi il potere lo detiene.

Essi sopraggiungono anche e soprattutto nel momento in cui i problemi del mondo, le dinamiche dietro il funzionamento globale, diventano troppo difficili, troppo impegnative, troppo ingombranti. Problemi e dinamiche a cui il populismo offre semplificazioni estreme, semplici istruzioni ben confezionate per rendere il complesso reale magicamente controllabile. Non è un caso, infatti, che la più tipica espressione del populismo sia la polarizzazione. Di concetti, di opinioni e di posizioni, per la classe politica contemporanea, il mondo è tutto in bianco e nero, non ci sono scale di grigio, non ci sono altri colori. Polarizzare, però, non significa solo inserire ogni questione su un polo o sull’altro, opponendo concetti che non sempre sono distanti o completamente contrapposti. Significa anche estremizzare, portare tutto al gradino precedente alla rottura, e vivere sull’orlo dello strappo, un momento prima di cadere, rischiando pericolosamente di perdere l’equilibrio più o meno in ogni momento.

È questo che è successo nelle ultime settimane, e che accade da anni, al governo italiano. Partiti nemici giurati che si alleano, e poi si odiano a tal punto da lasciarsi in malo modo, causando tanti danni più a chi sta intorno – i cittadini – che a loro stessi. Opposti che si uniscono e si combattono dall’interno, vivendo una vita sempre sul punto di scoppiare. E alla fine la deflagrazione arriva sempre, inevitabile. Ci sembra una descrizione catastrofica quanto azzeccata di ciò che è successo nelle ultime due settimane, ci sembra che l’irreparabile instabilità che stiamo vivendo sia il preciso risultato di questa paradossale dinamica, ma a pensarci bene non è diverso da ciò che è accaduto negli ultimi, quanti, quindici governi? Non è una novità di oggi ma un risultato di vecchia data.

Quegli esponenti dopotutto discutibili, che coraggiosi ci ostiniamo a votare, non si sono uniti in un governo di unità nazionale, si sono solo gettati in una mischia sperando di riuscire ad accaparrarsi qualcosa, qualcuno dei loro interessi – dei loro, non del popolo di cui si fanno rappresentanti. Ma non c’era vera rappresentanza di quel popolo povero e calpestato, distrutto dall’inflazione, dalla pandemia, dalle disuguaglianze e dal prezzo della vita che inizia a diventare troppo caro per molti. E non c’erano gli interessi del popolo neanche nella crisi, nella caduta, nella disfatta di quello stesso governo.

È questo il bello del populismo. Se da un lato si fa portatore sano dei problemi del popolo, di quella fetta di cittadini che non ha privilegi economici o politici, dall’altro tende a eleggere personalità appartenenti a un’élite, se non politica, certamente economica. Inevitabilmente attratto dal concetto di self made man, che promette vagamente posizioni prestigiose anche a chi parte dal basso, l’elettorato populista si consegna nelle mani di chi non farà certamente i suoi interessi, ma i propri, con la maschera di chi è disposto a tutto per ottenere ciò che i suoi elettori richiedono.

Ed è qui che si inserisce anche il controsenso che caratterizza il populismo, perché identifica nel popolo solo esclusivamente il suo elettorato. Un malfunzionamento che può non manifestarsi, forse, se di populismo ce n’è solo uno, ma che nella moltitudine dei nostri tempi – e dei nostri governi – risulta invece evidente. Quel popolo non è tutto il popolo, non sono tutti i cittadini e non sono neanche tutti quelli meno privilegiati, ma solo quelli che sposano gli stessi ideali, che si affidano allo stesso credo, vagamente di destra o di sinistra che sia.

Ma è forse questo, proprio in questo punto, che svela l’illusione, che spiega la vaghezza, che dimostra l’inettitudine del populismo. Esso si dice portavoce degli umili – che pure divide tra umili degni di attenzione e umili di poca rilevanza – si dipinge come espressione massima del volere popolare, come unico sistema che permette alle persone comuni di avere una voce più o meno diretta sulla scena politica. Promette di fare, cioè, e senza neanche riuscirci, ciò che è già la democrazia a fare. Promette qualcosa che già esiste, che forse è imperfetto, ma lo fa anche peggio, anzi non lo fa proprio. E allora ci sarebbe proprio da chiedersi a cosa serva davvero.

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