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Governo dei migliori e diritti civili: possiamo temere di peggio?

Con l’avvicinarsi delle prossime, improvvise, elezioni – e di un’inusuale campagna elettorale estiva – abbiamo deciso di tirare le somme dell’ultima legislatura in tema di diritti civili e, in termini numerici, ciò che ne è venuto fuori è un grande zero. Tutto ciò che avremmo potuto ottenere non è stato neppure lontanamente perseguito dai nostri rappresentanti politici e, laddove c’era ancora qualche speranza, questa è stata spazzata via dalla crisi di governo.

Basti pensare alle proposte di legge riguardanti due fondamentali temi su cui la Corte Costituzionale non ha permesso il voto referendario: fine vita e legalizzazione della cannabis. Per quanto riguarda il primo, avevamo già avuto modo di sottolineare come quello al vaglio del Parlamento fosse un disegno di legge assolutamente insoddisfacente, oltre che peggiorativo delle condizioni stabilite dalla Consulta nel 2019. Si trattava, infatti, di ammettere il solo suicidio assistito – e non invece l’eutanasia attiva che prevede l’intervento di un sanitario – e soltanto per chi versasse in condizioni di salute tali da potersi somministrare il farmaco, purché collegato a macchinari di sostegno vitale, iniziando una procedura lunga e macchinosa che, come sottolineato dall’Associazione Coscioni, avrebbe portato via tempo a chi in realtà non ne ha.

La Corte Costituzionale aveva sì dettato precisi limiti cui ancorare tali procedure, ma anche sottolineato l’urgenza dell’intervento del legislatore. Tuttavia, il fine vita è ancora considerato un tabu nella nostra società, complice anche la forte influenza della Chiesa, e finora nessuna forza politica ha fatto presente con abbastanza convinzione la necessità di affermare un diritto a morire dignitosamente, parallelo, ma non meno importante, a quello a vivere con dignità, in tutte le accezioni che questa parola può assumere. Intanto, ci restano, per fortuna, i valorosi atti di disobbedienza civile portati avanti da singoli: Marco Cappato ancora una volta si è autodenunciato per aver accompagnato in Svizzera una donna, Elena, a morire dignitosamente e secondo la sua volontà, opponendosi così al vuoto e al silenzio delle istituzioni.

Lo stesso è accaduto per la legalizzazione della cannabis: la proposta di legge iniziale, seppur risalente al 2019, è arrivata solo quest’anno alle Camere e si è subito scontrata con le politiche proibizioniste portate avanti dalla destra – ammesso che di una distinzione simile abbia ancora senso parlare nel nostro Paese. Eppure, anche in questo caso, si sarebbe trattato di un necessario slancio di civiltà, che avrebbe avuto innumerevoli vantaggi, primo tra tutti sottrarre il mercato delle droghe leggere alla criminalità organizzata, che con esso non solo ottiene guadagni ma anche grandi proseliti e forza lavoro. Inoltre, sarebbe ora di avviare un serio dibattito sullo stigma che le persone tossicodipendenti sono costrette a sopportare in Italia, dove tutto sembra essere affrontato servendosi dello strumento penale e della repressione.

Avevamo avuto modo di sottolinearlo già in occasione dell’affossamento del Ddl Zan: non è possibile affrontare le discriminazioni servendosi della sola legge penale, senza passare per un cambiamento strutturale e culturale. Anche quel provvedimento, seppure insufficiente, avrebbe dato un segnale di tutela alle minoranze e invece è stato cancellato, come tutti ricorderete, tra beceri boati da stadio. Le minoranze non hanno avuto vita migliore nemmeno con lo Ius scholae: tale proposta di legge riproponeva una riforma già tentata anni prima, di fatto concedendo – perché è di questo che si parla – la cittadinanza a chi ha frequentato un corso di studi di almeno cinque anni, nascendo in Italia o comunque arrivandovi prima dei 12 anni. Anche in questo caso, le ali sono state tarpate prima ancora che il provvedimento potesse prendere il volo.

Da ultimo, il cosiddetto governo dei migliori ha deciso di non introdurre negli atti istituzionali un linguaggio più inclusivo e dunque comprendente per gli appellativi la distinzione di genere. In tutti questi casi, si sarebbe sicuramente trattato di piccolissimi passi in avanti, che probabilmente non avrebbero reso il nostro Paese più civile, eppure non siamo stati in grado di fare neppure questi. Ma c’è di più: ci si potrebbe aspettare di peggio dai prossimi cinque anni.

I sondaggi parlano chiaro: il partito favorito, al momento, è Fratelli d’Italia che è quanto di più oscurantista sieda in Parlamento. Se ne potranno vedere gli effetti a cominciare dalle politiche migratorie fino ad arrivare ai diritti della comunità LGBTQI+, dai diritti civili e riproduttivi alla gestione della crisi climatica, per la quale di fatto si strizza l’occhio ai negazionisti. Il partito di Giorgia Meloni si fa, infatti, strenuo difensore della famiglia e dei valori tradizionali, che assumono così delle accezioni negative e conservatrici: basti pensare che il diritto all’aborto ha già subito delle dure limitazioni nelle aree governate da FdI. Lo stesso dicasi per il fine vita, per il quale le Regioni che hanno tentato, senza successo, di presentare una proposta di legge regionale che rendesse attuabile con maggiore facilità la pronuncia della Consulta, come le Marche, sono governate da Fratelli D’Italia, che fa dei valori cristiani – interpretati alla loro maniera si intende – un proprio cavallo di battaglia.

Non possiamo che aspettarci una politica repressiva attraverso lo spauracchio dei migranti pericolosi e della necessità di garantire ordine e sicurezza nelle nostre strade: la soluzione sembra essere quella di incentivare ancora di più il ricorso alla detenzione e alle politiche proibizioniste, rendendo le carceri dei luoghi non solo dimenticati ma ancora più invivibili.

Del resto, di ciò che il nostro Paese è diventato sono assolutamente emblematici gli ultimi fatti di cronaca e il modo in cui questi vengono trattati da molte testate giornalistiche. Alika è stato ucciso a Civitanova Marche nell’indifferenza generale, e con una modalità che è figlia delle politiche su decoro e sicurezza, oltre che della violenza cui siamo oramai abituati. Il nostro è un Paese in cui non c’è spazio per tutti coloro che non producono, secondo una becera logica capitalistica: anziani, giovani, persone fragili, disabili, poveri. È un Paese rabbioso, che si nutre di una vergognosa guerra tra poveri, in cui non tolleriamo chi percepisce un sussidio, chi non lavora, solo perché non siamo in grado di ritorcere quella stessa rabbia nei confronti dei nostri oppressori.

È un Paese che non è più per noi. Che non abbiamo ottenuto nulla da questa legislatura, né da quelle che l’hanno preceduta. Non è più un Paese per noi, ma spetta solo a noi cambiarlo.

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