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Il Fatto

Tra razzismo ed epidemia: a ciascuno il proprio virus

Ho riflettuto molto su quale sia stato il punto più basso della recente storia repubblicana, se il voto parlamentare del 5 aprile 2011 a opera di 230 deputati del PDL e 59 della Lega sulla famosa bufala di Ruby nipote di Mubarak – è bene che la memoria degli italiani faccia uno sforzo –, oppure i 461 giorni da incubo del primo governo Conte frutto della genialità di un Di Maio deciso a suicidare il MoVimento nonostante consensi alle stelle.

Davvero difficile dare una risposta su quale delle due tragedie sia da ritenersi la peggiore degli ultimi trent’anni secondo decenza. Una plateale bugia, la prima, votata da 289 parlamentari, tra i quali l’attuale Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e molti esponenti di quel Carroccio di cui Matteo Salvini era allora Europarlamentare e il cui Segretario Umberto Bossi, precisamente un anno dopo, il 5 aprile 2012, fu costretto alle dimissioni dallo scandalo della truffa milionaria che travolse lui, la sua famiglia e diversi nomi di primo piano dello stesso partito. La cui conclusione è purtroppo ben nota.

Breve storia necessaria – anche se è da ricordare la morte avvenuta in questi giorni di Mubarak e porre le dovute condoglianze alla signorina Ruby per il decesso dello zio – per decidermi a chi conferire il primato dell’indecenza che non esito ad attribuire ai 461 giorni d’inferno del 65esimo esecutivo della Repubblica nei confronti del quale la bugia votata dal Parlamento potrebbe anche essere vista come un momento di verità istituzionale, di una menzogna bella e buona, senza sotterfugi, pur di salvare l’onore del Capo del governo.

Ma torniamo a quella che ho definito in apertura una tragedia per il Paese e vissuta come momento di gloria da chi da leader di una formazione politica sempre più di estrema destra, Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio ma Premier in pectore con un Conte allora fantasma, ha progressivamente instaurato la più grande campagna di odio razzista dopo il deprecato ventennio di triste memoria attirando a sé notevoli consensi anche dal versante amico della coalizione, quei campioni del né di destra né di sinistra.

I migranti, fossero essi rifugiati, disgraziati provenienti da Paesi poveri in conflitto, perseguitati o in cerca di una terra dove poter vivere in pace, visti come il nemico da rifiutare, da tenere per giorni su di una nave in attesa di deciderne lo sbarco, persino su un’imbarcazione dello Stato, e un’attenzione mediatica da pompare al massimo livello per propagare il virus e soddisfare tutto l’astio per troppo tempo tenuto represso.

Una strategia perversa ma comunque vincente per attirare consensi poi concretizzatisi alle urne, e perseguita come priorità unica, assoluta, per tutta la durata del primo governo Conte con un Ministro che abbiamo visto maggiormente in costume da bagno tracannando mojiti che al Viminale. Ma di questo abbiamo più volte ampiamente parlato.

È, invece, del virus dell’odio che vogliamo parlare, della repulsione di quella parte consistente di italiani – maggiormente nei territori storici della Lega ma anche al sud del Paese –, nei confronti di potenziali ladri di lavoro, portatori di malattie inesistenti ma da raccontare con quanta più enfasi possibile, condite di quelle menzogne non oggetto di voto parlamentare di cui sopra ma come alibi, come auto-giustificazioni per convincersi che quei crocieristi sui gommoni affollati rappresentassero il male per la nostra comunità e andassero rifiutati senza se e senza ma.

‘O Pataterno è grande! è un’esclamazione che nella tradizione religiosa ma anche laica popolare partenopea è utilizzata per anticipare un’affermazione che narra l’esatto contrario di qualcosa che sta avvenendo, che dona soddisfazione, un po’ come oggi a te, domani a me.

Qualcuno, in questi giorni di apprensione per la nota epidemia da coronavirus – i cui risvolti futuri sono ancora tutti da comprendere –, si è spinto ad affermare che stiamo sempre più divenendo migranti di un possibile contagio, guardati a vista con paura e diffidenza.

Turisti rispediti a casa da isole asiatiche se provenienti da regioni italiane a rischio, chiusure anche in Europa, voli soppressi dall’Italia del Nord per gli USA fino al mese di maggio, con i divieti che aumentano a ogni ora che passa. Connazionali con valige firmate in comodi aerei o navi da crociera lussuose ma nei fatti considerati indesiderati, rispediti al mittente proprio come quegli straccioni tenuti a largo e invitati ad andare via per un terribile virus mai sconfitto e per il quale non si è mai voluto trovare l’antidoto, perché non conviene, perché l’epidemia dell’odio produce guerre e le guerre sono le più belle e convenienti epidemie che esistano.

Paragone eccessivo? Non credo, il sentirsi non accolto e respinto anche con motivazioni comprensibili non conosce uomo, donna, anziano, ricco, povero, rifugiato, turista. Ironia della sorte, un virus, dunque un disagio che riguarda oggi proprio quei territori maggiormente accaniti contro l’immigrazione qualsiasi essa sia, tranne se di ricchi calciatori o uomini di affari, bianchi o di colore. Per loro c’è una categoria ad hoc: migranti graditi.

Che serva tutto questo per tornare umani, per comprendere i disagi dell’altro, le sofferenze, le fragilità umane? La fame come la salute, le paure e le preoccupazioni uguali, cambiano soltanto i mezzi di trasporto sui quali si viene rifiutati, chiaramente ciascuno con le proprie sicurezze o incertezze provato alla stessa maniera.

Non è dato sapere quali saranno gli ulteriori risvolti di un virus che sta mettendo in ginocchio non solo l’Italia già molto fragile nella sua economia basata su un sistema che non consente fermi di nessun genere, sarebbe utile però poterne cogliere gli aspetti umani, un ritorno a quello che il mai dimenticato Vittorio Arrigoni ci invitava a essere, lasciando perdere i meschini profittatori di quella politica becera, mediocre e di basso livello che in più occasioni abbiamo additato come il male di questo Paese.

Qualche timido segnale di recupero di umanità, intanto, arriva anche da quel calcio affaristico delle tifoserie utili per tutte le occasioni con gli eterni etichettati colerosi che, almeno per una domenica, hanno voluto inviare un messaggio di solidarietà ai connazionali provati dal coronavirus. Non c’è che dire, anche se durasse lo spazio di poche settimane, anche se nel frattempo c’è chi, tra richieste di chiusura delle frontiere per poi richiederne l’apertura pur di non compromettere l’economia, si preoccupa di salire al Quirinale per chiedere nuove elezioni. Ma questo, si sa, fa parte di quel virus della politica piccola piccola.

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