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Coronavirus in carcere: il contagio che si deve assolutamente evitare

Il coronavirus continua a mietere vittime, il contagio cresce e con esso la paura che è cattiva consigliera e spesso può portare a decisioni non sagge. Tra i luoghi coinvolti dalle recenti misure per arginare la diffusione dell’epidemia c’è il carcere, realtà di facile trasmissione del virus dato lo stretto contatto e gli angusti limiti in cui i reclusi sono costretti a vivere. I primi istituti per i quali il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha preso misure limitative sono stati quelli del Nord Italia e, in particolare quelli lombardi, perché più vicini ai focolai, fin dalla prima notizia di positività che si è avuta il 21 febbraio.

Si è infatti stabilita una sospensione dei trasferimenti verso e dagli istituti di competenza dei territori di Torino, Milano, Padova, Bologna e Firenze e per alcune carceri, come quelle di Bollate e San Vittore, si è avuta fin da subito la sospensione dei permessi esterni di lavoro e dei laboratori per evitare assembramenti. Allo stesso modo, è stata bloccata la fruizione di permessi premio e gli ingressi dei volontari che svolgono attività all’interno del penitenziario limitati.

Tuttavia, a oggi, il COVID-19 ha oramai raggiunto anche le altre regioni di Italia e con l’ultimo decreto del governo, varato l’8 marzo, misure preventive e restrizioni sono state prese anche altrove, poiché è chiaro a tutti che lo scarso numero di personale medico-sanitario in dotazione non sarebbe in grado di arginare la diffusione del virus, laddove questo riuscisse a entrare in carcere.

Le note diramate dal Ministero della Giustizia hanno riguardato sia il DAP, responsabile della gestione delle oltre 190 carceri per adulti in Italia, sia il responsabile della Giustizia Minorile e di Comunità che gestisce 17 istituti penali per minorenni. I soggetti coinvolti non sono esclusivamente i 61500 detenuti, ma anche gli operatori, gli educatori, le guardie penitenziarie, oltre che i parenti in visita e i volontari. Si è ribadito il blocco dei trasferimenti da e verso gli istituti che si trovano nelle cosiddette zone rosse, i colloqui sono stati sospesi ovunque, a meno che non vengano autorizzati in casi eccezionali e svolti con una distanza di sicurezza di due metri. Le attività formative e scolastiche sono sospese. Diversamente, è il magistrato di sorveglianza a valutare caso per caso l’eventuale interruzione dei permessi premio e dei provvedimenti di semilibertà.

Pur trattandosi di restrizioni comprensibili e in molti casi necessarie, non sono mancate segnalazioni di chiusure e limitazioni ingiustificate, che non trovano ragione sul piano dell’efficacia delle misure. All’esterno delle strutture carcerarie sono stati allestiti presidi per verificare lo stato di salute di chi entra e di chi esce, con particolare attenzione nei confronti dei reclusi “nuovi giunti”. In alcuni casi sono già state predisposte sezioni per un’eventuale quarantena. Tuttavia, se ai volontari era richiesta un’autocertificazione in cui attestassero di non essere venuti in contatto con possibili zone di contagio, la stessa misura non è stata adottata dappertutto per gli agenti o il personale dell’area trattamentale, che per primi possono essere canale di diffusione del virus.

Oltretutto, la necessità di evitare il contagio non deve diventare il pretesto per un’erosione dei diritti dei detenuti che vivono sicuramente una condizione di fragilità in cui l’isolamento dai propri affetti potrebbe comportare conseguenze tragiche. Coloro che sono privati della libertà, infatti, vivono l’emergenza italiana di questo periodo con apprensione maggiore rispetto ai liberi cittadini poiché rischiano di non essere adeguatamente informati e, oltre a temere per la propria vita, sono preoccupati per i propri cari. In questo senso si è espressa anche l’Associazione Antigone per i diritti dei detenuti e numerose altre associazioni che quotidianamente operano all’interno del carcere, chiedendo al Presidente del Consiglio e al Ministro della Giustizia Bonafede di prevedere particolari accorgimenti per ovviare all’impossibilità dei colloqui o delle attività di volontariato.

La lettera di Antigone contiene un chiaro invito a permettere venti minuti di telefonata al giorno per ogni detenuto, anziché i dieci minuti a settimana previsti di norma. La maggior parte dei provveditori si sono espressi nello stesso senso, invitando gli istituti a privilegiare l’utilizzo delle telefonate e dei colloqui via Skype. Chiaramente, quest’ultima opzione non è di facile attuazione in tutti gli istituti e non sarebbe facile usufruirne anche per molte famiglie. Con l’ultimo decreto approvato, si è registrata un’apertura in questo senso, ora spetta ai direttori e ai magistrati di sorveglianza applicare tali misure senza remore.

La liberalizzazione delle telefonate rappresenta già la normalità in molti Paesi europei tra cui Regno Unito e Francia e l’Italia, in questo momento di crisi, potrebbe cogliere l’occasione per fare un passo in avanti nel campo dei diritti, considerati i vantaggi anche in termini di salute psicofisica che tali strumenti possono comportare. Già nel 2013 la Commissione per le questioni penitenziarie del Ministero della Giustizia aveva firmato una disposizione che prevedeva l’organizzazione dei colloqui via Skype che non è mai stata recepita. Inoltre, anche se la legge lo consente, nell’81.3% delle carceri non è possibile collegarsi a internet. Dunque, questa emergenza potrebbe essere il pretesto per rendere tali misure la normalità.

Intanto, negli istituti la tensione cresce e si registrano numerose proteste dei reclusi: sabato scorso, nel padiglione dei detenuti comuni del carcere di Salerno, è scoppiata una rivolta, i detenuti sono saliti sul tetto quando hanno appreso dal tg nazionale che i colloqui sarebbero stati sospesi e solo dopo ore la situazione si è tranquillizzata. Lo stesso è avvenuto nel carcere napoletano di Poggioreale, a Vercelli, a Modena, ad Alessandria e a Frosinone, dove alcuni hanno tentato l’evasione. La situazione è oramai insostenibile, i reclusi sono separati dai loro cari e si trovano nell’impossibilità di avere qualsiasi contatto con l’esterno. A Napoli, le loro famiglie hanno manifestato fuori dalle mura dell’istituto fino alla sera di domenica e hanno chiesto provvedimenti urgenti per salvaguardare la salute dei propri affetti.

A Modena, durante le proteste sono morti sei detenuti e due si trovano adesso in rianimazione. Sono ancora oscure le cause e intanto i reclusi rimangono barricati all’interno del carcere oramai distrutto, mentre i 70/80 che sono riusciti a raggiungere il cortile sono poi stati trasferiti altrove, in base a quanto dichiarato dal Segretario nazionale del SAPPE Francesco Campobasso. Disordini si sono verificati anche a Bari, Reggio Emilia, Pavia, Milano e in moltissime altre città italiane. I detenuti chiedono delle garanzie e il governo non può restare a guardare.

È chiaro che questa epidemia e il modo in cui essa viene gestita dimostrano la crisi in cui il nostro sistema sanitario versa, per la mancanza di medici, di infermieri, per la soppressione di reparti e il mancato investimento nella ricerca di questi anni. Un sistema sanitario che era già in emergenza e che non sarebbe in grado di fronteggiare il contagio in alcun modo se questo si diffondesse in un luogo in cui di per sé gli agenti patogeni si propagano più facilmente e per il quale fa quasi ridere pensare che si possa assicurare un metro di distanza tra un recluso e l’altro. Le nostre carceri contengono 10300 persone in più rispetto ai posti letto ufficialmente disponibili (che sono maggiori di quelli realmente utilizzabili) e spesso le condizioni igieniche non rispettano i livelli minimi.

A causa del sovraffollamento che non permette il rispetto di alcun tipo di prescrizione, il virus si propagherebbe a macchia d’olio e in pochissimo tempo per cui da più parti si richiede un intervento immediato del governo che svuoti le carceri, prevedendo misure di detenzione domiciliare e affidamento per chi abbia una pena residua limitata e abbia avuto un percorso penitenziario positivo. Come sottolinea il Presidente di Antigone Patrizio Gonnella, gli strumenti normativi esistono ed è indispensabile usarli: un apposito consiglio di disciplina potrebbe infatti proporre come premio l’accesso alle misure alternative, mentre soluzioni di questo tipo potrebbero essere richieste cumulativamente e per tutti i detenuti che presentino i requisiti dai gruppi di osservazione e trattamento a disposizione del magistrato di sorveglianza.

In questi giorni di grande preoccupazione per tutto il Paese bisogna avere premura di non rendere la vita in carcere peggiore di quella che normalmente è, segregando i detenuti dal mondo esterno e acuendo così la sensazione di non essere veri cittadini. Si rischia infatti di rappresentare il carcere come luogo intrinsecamente patogeno: se è chiaro che un contenimento del virus sarebbe quasi impossibile negli istituti di pena e che sia quindi necessario adottare misure efficaci per tenere al sicuro la popolazione penitenziaria, restringendo il flusso d’entrata e tentando di allargare quello in uscita, d’altro canto bisogna avere cura di non sottovalutare la condizione di fragilità e angoscia in cui i detenuti in questo momento vivono, oltre che i loro diritti.

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