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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: la funzione dello Stato

Il grado di potenza dal Sesto Quaderno

Qual è la funzione dello Stato? Proviamo, attraverso il pensiero di Antonio Gramsci, a sintetizzarla, anche senza darle una connotazione politica.

Dovrebbe essere una massima di governo cercare di elevare il livello della vita materiale del popolo oltre un certo livello. In questo indirizzo non è da ricercare uno speciale motivo umanitario e neppure una tendenza democratica: anche il governo più oligarchico e reazionario dovrebbe riconoscere la validità obiettiva di questa massima, cioè il suo valore essenzialmente politico.

Le crisi, persino una guerra, devono rientrare nelle ipotesi di un agire politico, dove però equilibrio e consistenza della classe dirigente individuano delle armonie possibili. Una mia vecchia insegnante del liceo mi disse che, anche desiderando come popolo un salasso, il sangue versato non può essere mai superiore al sangue versabile. «A un morto, bello mio, non ci puoi fare un salasso» mi ripeteva. Gramsci insiste molto su questi punti di equilibrio, oltre i quali ogni ipotetica potenza dello Stato diventa l’arte di mascherarsi di un potere vuoto.

E poiché ogni crisi significa un arretramento del tenore di vita popolare, è evidente che occorre la preesistenza di una zona di arretramento sufficiente perché la resistenza biologica e quindi psicologica del popolo non crolli al primo urto con la nuova realtà.

L’invenzione del “rifiuto umano non riciclabile”, propria della nostra sinistra rosa confetto, nasce dall’inconsistenza della classe dirigente, non solo dalla sua vocazione ultraliberista. È la totale incapacità di individuare strumenti economici, sociali e culturali in grado di contrastare le maree di fango della globalizzazione. Non è tanto, quindi, la loro mera difesa a oltranza del profitto, quanto l’incapacità di visione e autocritica: questo cannibalismo, infatti, alla fine divorerà anche il  profitto dei migliori.

L’assenza di autocritica significa non volontà di eliminare le cause del male ed è quindi un sintomo di grave debolezza politica.

Parlare di potenza reale non può basarsi su parametri di solidità strutturale astratti, ma quest’ultima va intesa e letta nell’accezione più circolare di altri elementi: equilibrio della comunità, resistenza sociale, dinamicità. Se, invece, la coercizione mentale e la ricattabilità economica impongono modelli di puro squilibrio insostenibile, avviene che ogni forma di potenza dello Stato alla fine distrugge se stessa: la porta a sfruttare le masse popolari fino all’ estremo consentito dalle condizioni di forza, cioè a ridurle solo alla vegetatività biologica, è evidente che non si può parlare di potenza dello Stato, ma solo di mascheratura di potenza.

Finzione, pura rappresentazione di competenze e credibilità che, amplificate da una delle stampe più corrotte del mondo, creano la leggenda dei migliori: vulcani che eruttano topolini.  Le trasformazioni, ad esempio, del mondo del lavoro vanno studiate e indirizzate, con ricette di destra o sinistra che sia, ma verso un superamento delle condizioni di crisi e non con un criminale cronicizzare marginalità sempre più estreme. Persino la nuova schiavitù ha assunto caratteri più perversi di quella del passato, dove il padrone possedeva lo schiavo, il suo corpo, ma ne era anche in un certo senso responsabile. Oggi lo schiavo è un oggetto e può essere trasformato in rifiuto umano non riciclabile e conferito a discarica, come una lavatrice rotta.

L’immensità del pensiero gramsciano, dunque, dovrebbe esser alla base di ogni formazione politica che si rispecchi nei valori della Costituzione, ma le facce grigie da colonnello che ci impongono versamenti di sangue continui non si aggrappano a questi valori universali, bensì al più cinico e controproducente neofeudalesimo, in salsa atlantista. Così, mentre nel Terzo Mondo si individuano strategie per le quali la povertà è vivibile, sopportabile, condivisa, da noi tra burocrazia, modelli comportamentali televisivi e caro vita, si spingono venti milioni di italiani in un baratro esistenziale fatto di livore, paura, asocialità e violenza: le recenti notizie di cronaca nera, se lette in chiave politica, ci svelano con spietatezza la inconsistenza del welfare, della scuola e della sanità dei migliori. È Italia, per intenderci, dove un tossico fa PIL quando si droga e fa PIL quando si disintossica, dove il dato è il consumo, che sia indirizzato allo spacciatore o al disintossicatore poco importa. Ma che sarà di una società dominata da questo vuoto?

Mi pare sia importante in questo esame di un punto essenziale di arte politica evitare sistematicamente ogni accento extrapolitico (in senso tecnico, cioè fuori della sfera tecnicamente politica), cioè umanitario, o di una determinata ideologia politica (non perché l’umanitarismo non sia anche esso una politica, ecc.).

Gramsci, nel suo pensiero circolare, indica valori etici come sfondo essenziale a ogni pensiero politico. La fame, la mancanza di abitazioni, l’incuria della sanità, della scuola, la vanità del welfare clerico rosé non sono, dunque, elementi da contrastare dalla sola sinistra vera, ma da ogni agire politico, anche di una destra moderna. Lo scenario sotto i nostri occhi ci impone, ognuno per quello che può e che è, di riscoprire e far propri questi ideali, oltre ogni appartenenza politica.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

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