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Dopo Cutro, un’altra strage. Chi è responsabile?

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
14 Marzo 2023
in Il Fatto
Tempo di lettura: 6 minuti
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Mayday relay a tutte le stazioni. Aereo civile Seabird. Una barca di legno grigia con circa cinquanta persone a bordo, stazionaria e in onde alte. Le persone in pericolo si sbracciano. È richiesta assistenza immediata.

È la notte tra il 10 e l’11 marzo. Alarm Phone, la rete di attivisti che monitora il Mediterraneo centrale, denuncia la presenza di un’imbarcazione in difficoltà. In ascolto, come da prassi, ci sono il Centro di coordinamento di soccorso marittimo italiano (MRCC), le autorità libiche e le autorità maltesi. Le condizioni meteorologiche peggiorano. Le persone a bordo implorano aiuto. Roma, Tripoli e Malta se ne lavano le mani.

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Poco dopo il primo SOS, alle ore 3:01, abbiamo chiesto al MRCC di Roma di ordinare alla nave mercantile AMAX AVENUE, che si trovava nelle vicinanze, di intervenire. Eppure, nonostante la vicinanza, la nave ha proseguito oltre il luogo dove si trovava l’imbarcazione, senza fermarsi. Se il MRCC di Roma glielo avesse ordinato, sarebbe potuta intervenire.

Ore 9:32. Nove ore dopo il primo SOS, Seabird 2 (di Sea-Watch) avvista l’imbarcazione in difficoltà. Ad appena venti miglia, BASILIS L, nave mercantile, risponde finalmente all’allarme. Stiamo procedendo. Non procederà. L’MRCC ha chiesto che sia la guardia costiera libica a guidare le operazioni. Le persone in pericolo si sbracciano. È richiesta assistenza immediata.

Ore 11:10. Sea-Watch chiama il Joint Rescue Coordination Center di Tripoli. Sanno del caso. Bengasi è stata allertata. Ma non ci sono motovedette. La Libia rimanda all’Italia. L’Italia ha rimandato alla Libia. L’ultimo contatto con la barca di legno grigia con circa cinquanta persone a bordo risale alle 7:20 del mattino. Da allora, soltanto un lungo silenzio.

Sono le 16:06. Sea-Watch ricontatta l’MRCC. La Libia non può intervenire, ripete. Nessuna motovedetta si sta dirigendo verso il caso in pericolo. Chi è responsabile ora? Va bene, grazie per l’informazione. Ciao. Ciao. Ciao. Roma ha risposto. Roma ha riagganciato. Le persone in pericolo non si sbracciano più. Era richiesta assistenza immediata.

Dopo una notte alla deriva, a soccorrere i migranti è una nave mercantile. Le onde sono alte. Il barchino si ribalta. Diciassette persone vengono tratte in salvo. Quarantasette vite saranno seppellite nel cimitero mediterraneo.

Sono trascorse appena due settimane dai fatti di Cutro. Il mare, che non ha ancora smesso di restituire i corpi, si ritrova ad accoglierne altri a una diversa latitudine. Non vorrebbe, ma non ha altra scelta. Anche stavolta, li abbiamo lasciati morire.

Perché, data l’urgenza della situazione, le autorità italiane non hanno inviato immediatamente sul luogo dell’emergenza mezzi di soccorso adeguati?

Perché hanno esitato a dirigere le navi mercantili vicine verso l’imbarcazione in pericolo, nonostante fossero a conoscenza della situazione e delle condizioni critiche?

Dov’erano gli assetti dell’operazione navale IRINI dell’UE e, se disponibili, perché non sono intervenuti?

Perché le navi mercantili si sono limitate a monitorare la situazione e non hanno cercato di soccorrere le 47 persone, prima che l’imbarcazione si capovolgesse?

Perché le cosiddette guardie costiere libiche non erano disponibili a intervenire? Perché, pur sapendo che le autorità libiche non potevano intervenire, le autorità italiane continuano a indicarle come autorità responsabili?

Perché le ONG di soccorso sono bloccate nei porti italiani?

Perché, dopo il naufragio letale di Crotone, che si somma a innumerevoli morti e scomparse avvenute nel Mediterraneo negli ultimi anni, l’UE continua a militarizzare i suoi confini, a scoraggiare le persone in movimento e a lasciarne annegare migliaia?

Alarm Phone pone queste domande in un duro comunicato che segue la strage di domenica. Sono le stesse domande che poniamo anche noi a chi adesso non può più tirarsi indietro. Domande da cui pretendiamo verità. Chi è responsabile? Vogliamo una risposta. Non potete più riagganciare.

In un Paese normale, dopo quanto accaduto nelle ultime due settimane, l’opinione pubblica, la stampa, le opposizioni invocherebbero, compatte, le dimissioni del governo in carica. Un gesto politico e morale forte che andrebbe ad anticipare gli accertamenti delle autorità in quanto a omissioni, falsità e indifferenza ormai sotto gli occhi di tutti. E, invece, in Italia – un Paese che tanto normale non è – si riempiono pagine, si discute al bar, si scrive qualche tweet commovente e ognuno mantiene il suo posto. Addirittura, si consente che, dodici giorni dopo un tappeto di legno scheggiato, lenzuoli bianchi e fiori gialli a preannunciare la primavera, l’esecutivo – compatto – sfili in auto blu lungo le strade della tragedia. Persino la morte è diventata prassi.

Il caso Cutro viene archiviato come fosse una pratica burocratica, un documento da firmare. I signori si chiudono nel palazzo. Fuori ci sono le famiglie. Fuori ci sono i sopravvissuti. Fuori, a nemmeno venti chilometri, ci sono le salme, così piccole, tante, da necessitare di bare su misura. Non sono degne. Non lo è nessuno di loro: è tempo, per l’esecutivo, di mostrare il ghigno feroce, ordine e disciplina. Prima si legifera, poi si va al karaoke.

«Ma davvero, in coscienza, c’è qualcuno che ritiene che il governo abbia volutamente fatto morire sessanta persone? Cerchiamo di essere seri. La questione è semplice nella sua tragicità» afferma Giorgia Meloni nel corso di una conferenza stampa che ne macchia le capacità oratorie e propagandistiche. E ha ragione: la questione è semplice nella sua tragicità. Li abbiamo lasciati morire. A Cutro come nelle acque del Mediterraneo ad appena quindici giorni di distanza.

Nel primo caso, si è negato il soccorso nella speranza che l’imbarcazione potesse effettuare l’ennesimo sbarco fantasma; nel secondo, si è ritardato l’intervento affinché Tripoli recuperasse il carico residuale e lo rispedisse nei lager che Roma finanzia profumatamente. La tattica è la stessa: ci si affida alla sorte sulla pelle degli altri. Come fosse un gioco. Vince solo chi ce la fa. E chi ce la fa se non i signori della morte?

Dopo il naufragio di Cutro, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato l’intenzione di rafforzare il coordinamento comunitario sulle attività di ricerca e soccorso e di stanziare entro il 2025 mezzo miliardo di euro per i corridoi umanitari. Palazzo Chigi è soddisfatto ma, in realtà, nemmeno stavolta l’Europa ha risposto. Nemmeno stavolta l’Europa si è affacciata sul luogo del delitto. L’Europa dei popoli che finanzia guerre, ma non salva vite.

L’intenzione, quando ogni anno i morti nel Mediterraneo aumentano, non può certamente bastare. Non è un intervento, non è un sostegno, non è nulla che non possa tradursi con la promessa di un entro che poi verrà rimandato e ancora e ancora fino a data da destinarsi. Ma quante barche dovranno continuare a rovesciarsi per fare? Quanti migranti, ancora, sacrificheremo nel nome di un’indifferenza che è soldi e propaganda, consenso e scambi economici? Quanti mayday riascolteremo per capire che sì, c’è un governo che ha volutamente fatto morire quelle persone?

Non è soltanto quello a trazione Meloni, sia chiaro. Non è stato diverso quando a Palazzo c’erano Gentiloni e Minniti, Conte e Salvini, Lamorgese, Draghi. Non lo è oggi che un Ministro, i corpi ancora caldi, non prova orrore o vergogna. D’altra parte, è lui che ha reso impossibile il soccorso in mare e lo ha riconfermato proprio lì, vicino a quel mare, lungo la costa calabrese, quando molti occhi erano ancora aperti. Chi parte se la cerca, lo ha detto chiaro e tondo.

Prima erano le ONG, poi sono diventati gli scafisti. La caccia al criminale nasconde deliberatamente che è la politica della chiusura che genera tragedie come quella in Calabria o nelle acque dove domenica si è ribaltato l’ennesimo barchino. Nasconde che nulla può impedire le partenze, se non il reale interesse ad analizzare e risolvere quelle che sono le cause che le generano. Ancora di più quando quella caccia è, in realtà, una caccia ai fantasmi, puro politichese che, però, affolla le carceri.

Centinaia di persone – raccontano gli attivisti – sono già in stato di detenzione per aver condotto le imbarcazioni con i migranti a bordo. Il più delle volte, sono essi stessi migranti incaricati o indicati dai compagni di sventura come conducenti. Credete davvero che basti una pena più severa a non farli partire? Quando a morte certa risponde morte probabile, chi ha ragione? La questione è semplice nella sua tragicità.

Le domande di Alarm Phone restano. Restano anche le nostre, che non siamo stanchi di fare. Come giornalisti, come cittadini, come esseri umani. Siamo stanchi, però, di fare la conta. Di accettare l’indifferenza. Di accettare l’odio. Di raccontare un’altra strage. Perché sappiamo – e lo sanno anche loro – che ce ne saranno ancora. E ancora. Mayday relay a tutte le stazioni. Le persone in pericolo si sbracciano. È richiesta assistenza immediata.

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