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Crisi del lavoro: domande e risposte a un dramma mondiale

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
20 Luglio 2022
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Il mercato del lavoro è in crisi, in tutto il mondo. Complice la pandemia, il sistema di schiavismo moderno che tutti chiamiamo capitalismo sta crollando sotto i suoi stessi colpi. Le falle aumentano, le roccaforti del mercato globale scricchiolano. Peccato, però, che non siano le sole a pagarne le conseguenze.

Nelle scorse settimane, chi scrive ha puntato i propri riflettori sulla recessione innescatasi nel Regno Unito successivamente alla Brexit, con le imprese britanniche che denunciano la mancanza di manodopera a buon mercato – quella garantita dal libero scambio di cose e persone con la UE – e una burocrazia asfissiante che rende quantomeno difficili l’export e gli approvvigionamenti essenziali. Londra lamenta la carenza di operatori nel settore turistico, di camionisti, insomma di tutti quegli impieghi che, fino a un anno fa, erano ad appannaggio degli immigrati.

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La crisi inglese, però, non è la sola che soffre la carenza di stagionali. Quelli che mancano all’appello, in tutta Europa e anche in America, sono – più in generale – i dipendenti per quelle professioni che non richiedono particolari titoli. Nelle grandi città statunitensi, le abitudini dei cittadini stanno adeguandosi a un cambiamento radicale nell’approccio ai lavori considerati umili: i fast food non operano più orari di apertura 24/7, le corsie drive-in vengono dismesse per mancanza di personale, le casse dei supermercati accelerano la corsa all’automazione in assenza di operai in grado di far scorrere le file dei consumatori. 

Niente più caffè in piena notte chiacchierando con uno sconosciuto al bancone di un diner, addio ai litigi con le vecchiette per i cassieri impazienti, insomma, senza una sostanziale rimodulazione dell’impiego non specializzato, il futuro del lavoro made in USA non sarà più lo stesso e le piccole attività chiuderanno i battenti una volta per tutte, cosa che non manca dall’accadere già oggi.

In Italia la situazione non è dissimile. I dati più recenti divulgati dall’INPS raccontano che, nel primo trimestre del 2022, oltre 300mila persone hanno dato le dimissioni dal proprio lavoro, mai così tante negli ultimi otto anni. L’aumento è del 35% rispetto al 2021, e il settore che sembra più colpito da tale fenomeno è – manco a dirlo – quello turistico-ricettivo, che chiede la disponibilità di altrettante (300mila) figure lavorative attualmente non disponibili.

Fosse soltanto per le condizioni disumane che – spesso – questo tipo di attività offre ai propri dipendenti, ci sarebbe da ben sperare. L’idea di una ritrovata coscienza da parte del personale sfruttato, però, non evita il dilapidarsi di circa 6.5 miliardi di euro di consumi, a danno non solo di hotel, ristoranti e bar ma anche dei negozi, che si traducono in un drastico calo degli investimenti e, quindi, delle imposte versate allo Stato. Dunque, quale può essere – ammesso che la si voglia trovare – la soluzione al complicato enigma?

Successivamente allo scoppio della pandemia, le occupazioni che offrono tendenzialmente salari più bassi hanno riscontrato maggiore difficoltà sia nell’attrarre nuovi lavoratori sia nel trattenere quelli già precedentemente impiegati. In Italia, il governo non si è mai promosso nell’emanare provvedimenti affinché la pressione fiscale nei confronti delle piccole aziende consentisse loro di assumere senza gravosi impegni con l’erario. Manco a dirlo, il nostro Paese guida la classifica degli Stati europei in cui assumere un dipendente si traduce in un salasso economico per l’imprenditore, un primo gradino del podio tutt’altro che rispettabile. Al contempo, Roma non ha mai preso in considerazione azioni a tutela del lavoratore come l’introduzione del salario minimo. Più che un cane che si morde la coda, l’Italia assume le sembianze di un qualsiasi individuo che si porta le mani al collo nel tentativo di soffocarsi.

È in atto, tra i giovani, un cambiamento culturale. Le parole chiave sono equilibrio e flessibilità, c’entra il Covid, ma non solo. Il trauma procurato dalla pandemia, la sensazione di futilità dell’esistenza a cui il coronavirus ha improvvisamente messo di fronte l’umanità, ha indotto le persone a pretendere uno stile di vita che equilibrasse posizione lavorativa e salute psico-fisica. Quel forte momento di disconnessione ha creato, a livello internazionale, un’attenzione forte a queste tematiche.

A guidare le scelte dei lavoratori non sono più prospettiva di carriera e retribuzione, ma la sostenibilità del lavoro e della vita privata. Un dato che fa riflettere gli analisti è che le persone che hanno contratto il Covid si dimettono in numero maggiore rispetto a quanti non sono mai entrati in contatto con la malattia. Le priorità sono cambiate e il valore della propria esistenza non vuole più sottomettersi a impieghi sottopagati e/o che occupino la stragrande maggioranza del tempo delle persone.

Un recente rapporto di Unioncamere mette in allarme il precario mondo del lavoro italiano: tra il 2022 e il 2026 la domanda di impiego riguarderà 4.3 milioni di lavoratori, di cui almeno un quarto andrà in fumo per assenza di candidati, se nulla dovesse cambiare in termini di tutela. Dunque, qual è la risposta?

Il governo spagnolo ha recentemente varato una riforma del lavoro che mira a offrire maggiori garanzie ai lavoratori stagionali o non altamente qualificati. Non dovesse bastare, da Madrid trapela l’intenzione di favorire visti lavorativi per gli operai stranieri. Aprire le porte all’immigrazione è anche la soluzione invocata da un grosso istituto di ricerca americano, secondo il quale non vi è altra via d’uscita dall’attuale recessione se non attraverso nuovi accordi internazionali che consentano allo Zio Sam di usufruire di manodopera di origine straniera, attraverso visti temporanei. Tutto quanto il sistema d’immigrazione statunitense e la Brexit non solo scoraggiano ma combattono ferocemente. 

Così, i migranti si riscoprono ciò che – in realtà – sono sempre stati, un asset economico centrale per qualsiasi economia. Peccato, però, che questi ultimi vengano utilizzati a uso e consumo della peggior iniziativa politica: quando utili al padrone di turno, ecco che mani scure e accenti del sud tornano a essere i benvenuti. Quando la propaganda lo richiede, invece, tutto il razzismo e la xenofobia di cui le grandi democrazie occidentali sono capaci tornano a galla a soffocare futuro e speranze, con i migranti che vengono accompagnati alla porta.

La sfida del futuro è lanciata e non può essere diversa da una rimodulazione del sistema lavorativo globale. Questa classe politica, però, sembra tutt’altro che pronta a raccoglierla.

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