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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: la morale

Morale politica e morale privata dal Sesto Quaderno

Esiste una tendenza del materialismo storico che solletica (e favorisce) tutte le cattive tradizioni della media cultura italiana e sembra aderire ad alcuni tratti del carattere italiano: l’improvvisazione, il talentismo, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato, la mancanza di disciplina intellettuale, l’irresponsabilità e la slealtà morale e intellettuale.

Gramsci intravede il rischio dello scetticismo e del cinismo snobistico nella depravazione utilitaristica del pensiero machiavellico: arbitraria estensione o confusione tra la morale politica e la morale privata, cioè tra la politica e l’etica, confusione che non esisteva certo nel Machiavelli.

L’angoscia di molti sull’inevitabile contrasto tra etica e politica si basa sulla fisiologica assenza di uguaglianza dei soggetti morali, mentre ogni gruppo, compreso chi ne è leader, dovrebbe riconoscersi in una compattezza interna, basata proprio sull’etica. Ogni élite, quindi, non può sentirsi unta da una misteriosa deità ignota, che le dia una specie di lasciapassare per intendere la morale propria diversa da quella del proprio gruppo di riferimento. Come se guidare, essere a capo, svincolasse il sottoposto da ogni responsabilità politica, liberando il leader da ogni responsabilità morale. Questo denota assenza di una democrazia reale, di una reale volontà collettiva nazionale e quindi, in questa passività dei singoli, la necessità di un dispotismo più o meno larvato dalla burocrazia.

I fili che legano un leader al proprio gruppo di riferimento, dunque, non sono utili solo a raggiungere il fine, lo scopo intrinseco al gruppo stesso, a meno che non si tratti di sette o associazioni a delinquere (in questo (solo) caso mi pare si possa dire che politica e etica si confondono, perché il particulare è elevato a universale). Altrimenti, la costruzione di questi fili lega tutto il gruppo, l’insieme, a comportamenti coerenti ai valori che lo stesso gruppo si è dato. L’anomalia italica è frutto, invece, di questo continuo relativismo morale per cui il capo, in base a virtù quasi metafisiche, viene autorizzato dalla sua base a comportamenti sleali rispetto agli stessi fini.

L’esempio del Bunga Bunga, il cui maestro pluri-divorziato e donnaiolo, si elegge a difensore della famiglia tradizionale e dei valori cattolici, spiega, da solo, questo fenomeno italico. Stesso discorso, in chiave forse ancora più drammatica, per i due rottamatori del Partito Comunista Italiano, Veltroni&D’Alema, entrambi come predestinati sin dall’infanzia a diventarne capi, senza averne però vissuto valori, ma solo atmosfere salottiere. L’idea stessa di “casta” nasce da questa profonda ambiguità per cui la selezione della classe dirigente segue logiche feudali, ereditarie, che però non impongono ai predestinati comportamenti e stili di vita consoni al proprio ruolo.

Anche Enrico Berlinguer era, come dire, predestinato a essere uno dei leader del PCI (piccolissimo finì sotto la protezione di Palmiro Togliatti), ma la sua vita è fatta di esempio e sobrietà. Oltre a essere uno dei più giovani rappresentanti delle Lotte Agrarie, appena conclusa la guerra finendo anche in galera, ha vissuto con coerenza ogni passaggio della sua carriera politica: da capo dei giovani comunisti a indimenticabile segretario del partito, senza cedere mai alle lusinghe del potere. L’immagine morbosa e straziante del bacio di Achille Occhetto alla sua compagna, immortalato nel 1988 in qualche tenuta chic della Toscana, segnò la fine di quella sobrietà che, da Gramsci in poi, aveva contraddistinto la leadership sindacale e di partito, aprendo una voragine etica che ha travolto la stessa idea di sinistra, conducendoci all’attuale vuoto dell’ultraliberista rosa confetto.

La collettività deve essere intesa come prodotto di una elaborazione di volontà e pensiero collettivo raggiunto attraverso lo sforzo individuale concreto, e non per un processo fatale estraneo ai singoli: quindi obbligo della disciplina interiore e non solo di quella esterna e meccanica.

Nella sua ultima intervista a Furio Colombo, Pier Paolo Pasolini lanciò una frase che ancora risuona nelle nostre orecchie: «Siamo tutti in pericolo». Un rischio che il prigioniero Gramsci sente incombere su di lui come minaccia concreta, fisica, ma anche come fantasma della mente. Così ripete e ci ripete che ancorarsi agli altri, a quei milioni di fili che creano l’umanità, significa soprattutto non fuggire da se stessi. Etica e politica, in tal senso, sono la stessa cosa: lo sono perché un leader è esempio, lo sono perché tutti noi siamo esempi. La fragilità è umana, lecita, comprensibile, ma quei milioni di fili ci trasformano da sudditi in uomini forti.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

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