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Brexit: più povera di Londra solo la Russia sotto sanzioni

La scorsa settimana, il Regno Unito si è reso protagonista di uno scossone interno senza precedenti. Oltre cinquanta membri del governo di Sua Maestà, tra ministri e funzionari, si sono dimessi per costringere il Premier Boris Johnson a lasciare la guida del Parlamento britannico nelle mani di un nuovo Primo Ministro. Il risultato, al termine di un lungo tira e molla, è stato quello sperato; le motivazioni, però, hanno origini ben più profonde e il solo addio di BoJo a Downing Street non basterà a sanare le ferite che Londra si è inferta da sola attraverso il processo politico che avrebbe dovuto garantirle un ritorno al vecchio splendore imperiale: la Brexit.

La separazione voluta nel 2016 dagli inglesi dall’Unione Europea è il più grande bagno di sangue nel quale il Regno Unito si sia trovato a nuotare negli ultimi quarant’anni, una mattanza suicida i cui danni, a distanza di soli sei mesi dall’entrata in vigore ufficiale, sembrano già senza possibilità di rimedio.

La vera notizia che ha portato alle dimissioni di Johnson non è certamente quella dei party organizzati in pieno lockdown in quel di Downing Street, tantomeno la copertura offerta a Chris Pincher, colpevole di molestie adoperate nei riguardi di numerosi colleghi e assistenti, quanto – piuttosto – la drammatica recessione che Londra vive dalla data del voto di sei anni fa, una valanga inarrestabile che trascina con sé l’economia di tutto il Paese.

Il Regno Unito, nel 2023, avrà la crescita più bassa del G20, se si esclude la Russia sotto sanzioni. È questo il dato reale che ha portato all’estradizione di Johnson, vittima sacrificale di un processo autolesionista voluto da tutto il ramo conservatore del Parlamento britannico. L’ormai ex Premier paga – giustamente! – delle colpe di cui si macchia gran parte della politica d’oltremanica, che ora nasconde la mano da cui ha scagliato non una, ma decine, centinaia di pietre affilate in direzione dei suoi cittadini.

Secondo l’istituto di statistica inglese, a maggio 2021 l’inflazione nel Regno Unito si registrava già al 9.1% e a ottobre la Banca Centrale prevede che il drammatico dato salirà fino all’11%, il più alto degli ultimi quarant’anni. Contestualmente, il PIL della nazione si contrarrà del 4% rispetto a quanto si sarebbe ridotto restando nell’Unione Europea, con perdite per il Tesoro di circa 40 miliardi di sterile.

Cosa vuol dire in termini pratici? E in che maniera ciò impatta sulla vita delle persone? A oggi, gli investimenti delle aziende britanniche si sono già ridotti del 9.4% (fonte: ufficio del budget), il che si traduce nel non disporre di fondi sufficienti per le riforme che il Paese attende da tempo per avviare la ristrutturazione e uniformare il nord povero al sud ricco di Londra.

Non a caso, da Edimburgo, la Premier Nicola Sturgeon spinge per indire un nuovo referendum che renda indipendente – una volta per tutte – la Scozia dalla tirannia di Londra. Boris Johnson e il Parlamento dei conservatori continuano a respingere le richieste in arrivo dal Leith, consci che una separazione sarebbe non soltanto inevitabile ma drammatica per le finanze della capitale inglese.

Eppure, il dispotismo adoperato da Johnson va in contrasto con quanto lo stesso (quasi) ex Premier dichiarava all’indomani delle ultime elezioni vinte dal suo partito Brexit Done: «La volontà del popolo britannico è inequivocabile e non possiamo più metterla in discussione». Peccato non abbia alcuna intenzione di riconoscere con la stessa morale il risultato dell’ultima chiamata alle urne scozzese, quando il popolo delle Highlands ha dato allo Scottish National Party mandato di dire addio alla Corona e tornare in UE.

Secondo uno studio, lo stipendio medio dei lavoratori britannici diminuirà di 470 sterline ogni anno fino al 2030. I prezzi, a Londra e dintorni, crescono costantemente dal 2009, ma dal 2016 l’impennata è stata molto più repentina. Mancano migliaia di lavoratori, i trasporti verso il continente europeo soffrono la burocrazia che rende lentissimi gli approvvigionamenti, anche il lavoro stagionale su cui si basava l’economia delle grandi città è in crisi. Gli scioperi di treni e metropolitane riportano la lancetta del tempo indietro agli anni ’70-’80, un passato che i sudditi di Elisabetta II speravano di essersi lasciati definitivamente alle spalle.

A oggi, un borghese inglese medio è del 15% più povero rispetto a un pari grado tedesco: qualche anno fa il loro tenore di vita era perfettamente uguale. Anche le esportazioni sono destinate a crollare oltre il 38% e a dare man forte al quadro drammatico che la Brexit ha dipinto per il Regno Unito vi sono le condizioni in cui versa, invece, l’Irlanda del Nord, l’unica economia britannica che può gioire di un segno “più” (0.9%), grazie agli accordi speciali di scambio con la UE.

I sostenitori della Brexit, tuttavia, imperversano nelle loro teorie deliranti. Anzi, il Center for Brexit Policy – come riportato in una bella analisi di Paola Peduzzi e Micol Flammini su Il Foglio – ha pubblicato un suo report in cui addita come un cultore del decadimento britannico chiunque ancora non si rassegni alla separazione. Ciò che rende grottesca la propaganda di questi organi è la totale mancanza di fonti a sostegno delle proprie tesi, tantomeno vengono offerti dati su approvvigionamenti e commercio che giustifichino il leave.

Boris Johnson e il partito conservatore si ostinano a scaricare tutte le colpe sul Covid ma – proprio come per i loro sostenitori – non offrono un solo numero, un solo dato a sostegno delle proprie analisi. Insomma, alla Brexit non vi è più rimedio e pensare a un dietrofront di Londra rispetto alla decisione di lasciare la UE è pura fantascienza. Però, se questa storia ha da insegnare qualcosa, deve farlo nei riguardi di quanti nel sovranismo vedono una strada per il benessere, per un ritorno a vecchi fasti che, invece, è – appunto – percorrere una strada a ritroso anziché avvicinarsi al progresso necessario alle nostre economie e alla nostra socialità.

Che la UE così come oggi intesa sia ricca di falle e di contraddizioni lo abbiamo affermato a più e più riprese. La soluzione, però, non può essere alzare muri di fronte alle nuove generazioni, alla loro necessità di essere cittadini del mondo. L’isolamento – lo abbiamo imparato a nostro discapito – non porta che alla regressione, a un malessere che inquina, prima o poi, tutto. La Brexit ha fondato la sua propaganda sull’immigrazione e i presunti danni prodotti all’economia del Regno Unito. La realtà, a soli sei mesi dalla sua entrata in vigore, va nella direzione assolutamente contraria. 

God save the Queen!

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