La fotografia stereoscopica e il procedimento negativo/positivo

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Nel 1849 David Brewster apportò importanti modifiche al visore stereoscopico – un dispositivo ottico a forma di piccolo binocolo dotato di lenti sviluppato nel 1832 da Sir Charles Wheatstone – dando un notevole impulso alla fotografia stereoscopica e alla tecnica del negativo/positivo che così permetteva di produrre una maggiore quantità di immagini stereoscopiche vendibili a basso costo.

Non passò molto tempo, quindi, che il visore stereoscopico venne prodotto a livello industriale. Il modello più conosciuto fu quello realizzato dalla Duboscq&Soleil, una ditta di Parigi specializzata in strumenti ottici e scientifici. In base alla modalità di visione, esistono due tipologie di stereoscopie: diretta o per trasparenza. Le stereoscopie dirette erano quelle realizzate su carta e poi incollate su cartone; le stereoscopie per trasparenza, denominate tissue stereographs, invece, si ottenevano sensibilizzando un sottilissimo foglio di carta all’albumina, per avere la trasparenza, da negativo al collodio umido.

In seguito, alcune zone venivano colorate a mano e le parti corrispondenti ad aperture, come ad esempio le finestre, venivano forate in modo da far passare la luce, sottolineando maggiormente l’illusione tridimensionale. Era possibile realizzare stereoscopie scattando due fotografie, posizionate successivamente sullo stesso supporto. Più avanti, fu utilizzata una macchina fotografica dotata di due obiettivi che permetteva di impressionare l’immagine su un unico negativo.

Grazie all’invenzione del visore stereoscopico di Holmes, a partire dal 1860, e al procedimento negativo al collodio/positivo, la produzione di stereoscopie si moltiplicò. In questo modo anche i dilettanti ebbero la possibilità di scattare e montare le proprie immagini su cartoncino guardandole tridimensionalmente.

Già a partire dalla fine dello stesso decennio, la produzione di stereoscopie aumentò, soprattutto da parte delle maggiori ditte produttrici. I temi illustrati erano molto vari: potevano essere naturalistici oppure rappresentare le grandi capitali europee e ancora le metropoli del Nuovo Mondo, i luoghi archeologici come l’Egitto o l’Italia del Sud, le popolazioni native dell’America, dipinti famosi, ma anche gli usi e i costumi dei popoli. A questi furono aggiunte le serie cosiddette “romantiche”, dedicate ai protagonisti dell’epoca pre-cinematografica o alle opere letterarie illustrate in stereoscopia. Charles Pollack di Boston, la B. W. Kilburn del New Hampshire, Underwood & Underwood del Kansas e la Keystone View della Pennsylvania, che operarono dal 1870 alla Prima guerra mondiale, sono gli autori e gli editori più rinomati.

In questo settore lavorarono fotografi italiani molto importanti come Brogi, Alinari, Sommer, anche se con minore intraprendenza commerciale. La stereoscopia ebbe fortuna fino al 1930. Successivamente, diversi furono i procedimenti fotografici messi a punto dopo quello all’albumina, come le carte al collodio e alla gelatina e quelli fotomeccanici.

Con l’avvento della pellicola invertibile a colori (diapositiva) Kodachrome in rotolo e di piccolo formato, 35 mm, 16 e 8 mm, la stereoscopia subì un grande cambiamento. Il sistema utilizzato e più noto è il Viewmaster, messo in commercio nel 1939 e prodotto fino al 1981, quando l’informatica entrò prepotentemente anche nel mondo delle immagini.

Article by Francesca Testa

Editor, copywriter e grafico impaginatore, coltiva una grande passione per la poesia, la fotografia e l’arte… i primi amori non si scordano mai!

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