Cultura

Dorothea Lange e la “grande depressione” della fotografia

Dorothea Margarete Nutzhorn, poi Dorothea Lange prendendo il cognome della madre, è stata la più grande fotografa documentaria d’America. Il suo fu un lavoro costante, una vera e propria opera di ricognizione tra disoccupati e senzatetto. Una sensibilità tale che non passò inosservata e che ben presto suscitò le attenzioni della Rural Resettlement Administration, organizzazione federale che monitorava la crisi e che in seguito divenne FSA, Farm Security Administration.

La fotografia di Dorothea ruotava intorno ai problemi sociali legati alla depressione nelle aree rurali, diventando l’icona della sofferenza di una nazione intera. I suoi reportage raccolsero scatti intensi nei quali emerse un desiderio di comunicare l’umanità del soggetto e allo stesso tempo la dura realtà nella quale questi si trovava. Si trattò di immagini dalla grande forza comunicativa, dove la disperazione non fu mai ritratta, lasciando spazio alla dignità con cui quelle persone stavano affrontando il loro destino.

La macchina fotografica fu per Lange una maestra di vita, uno strumento per osservare e soprattutto imparare dal mondo nel tentativo di vivere una vita assolutamente “visiva”. Lo strumento divenne, quindi, un mezzo fondamentale, un’estensione della propria vista da usare come se il giorno dopo si dovesse essere colpiti da improvvisa cecità.

La sua incredibile sensibilità verso temi impegnati fu dovuta probabilmente all’handicap che portò con sé dall’età di sette anni, quando fu colpita dalla poliomielite che le causò un deficit alla gamba. Sin da piccola la Lange affrontò la vita con estrema determinazione e il suo scopo, nelle sue immagini, fu quello di immortalare tutti quelli che, nonostante le difficoltà e gli ostacoli quotidiani, non gettano la spugna.

White Angel Breadline, una delle sue prime immagini documentariste, fu scattata nel 1933, dove un uomo dà le spalle al folto gruppo di presenti in coda per avere del cibo. È un attimo – il viso non è perfettamente visibile e lo sguardo è celato – che mostra il tormento creato dal periodo di crisi economica americana. La foto più famosa di Dorothea, però, è sicuramente Migrant MotherLa Lange immortalò per sempre Florence Owens Thompson che nel marzo 1936 aveva soltanto trentadue anni e sette figli da sfamare. La perfetta incarnazione della sofferenza di un’intera nazione e di una donna che, nonostante tutto, dimostrava forza e la volontà di proteggere chi amava. Per la Lange la giusta comprensione di una persona poteva avvenire soltanto da vicino, dopo averla studiata con attenzione, e proprio quel suo studio la condusse da quella donna dal viso e dagli occhi consumati dalla preoccupazione mista a rassegnazione che, però, guardò oltre la fotocamera.

Una foto “denuncia” che scosse le coscienze, fin troppo individualiste, degli americani, obbligandoli moralmente a una reazione affinché quella realtà venisse cambiata. Un’immagine che divenne un vero e proprio strumento politico straordinariamente efficace.

Le istantanee di Dorothea Lange erano impregnate di spontaneità e proprio questa caratteristica permise di mantenere intatti i concetti di dignità e orgoglio di coloro che furono ritratti. I contesti emotivi non furono mai  falsificati, né tantomeno messi in risalto, forse perché la realtà, proprio come quella che viviamo noi oggi, in quel momento era sufficiente a rendere tutto estremamente d’impatto.

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