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Vola Graziella, noi possiamo solo inchinarci

Graziella Di Gasparro era una donna coraggiosa, caparbia, appassionata. Combattente come solo chi ha conosciuto la guerra. Era sopravvissuta al primo bombardamento americano, a Roma, il 19 luglio 1943, l’anno in cui avrebbe perso suo padre Giacomo per mano nazista, rastrellato e fucilato insieme ad altri diciotto compaesani nella strage del 1 novembre di Conca della Campania, una rappresaglia taciuta a lungo e su cui è stata proprio Graziella a fare luce. Da qualche anno, complice il suo impegno, un monumento ne ricorda le vittime civili.

«Volli vedere dov’era mio padre – diceva – lo trovai in una pozza di sangue. Aveva il cranio sfondato da un proiettile e tutt’intorno l’erba era diventata rossa. Rossa del sangue del mio papà. Vorrei che si diffondesse in ogni valle l’orrore della guerra perché mai più cresca nei prati un’erba tinta di rosso». La sua lotta, dopo oltre settant’anni dalla strage di Conca, ha ispirato il docufilm Terra Bruciata, pluripremiato in diverse parti del mondo e trasmesso dalla RAI.

Oggi, Graziella è volata in alto, non per una rappresaglia, non per una bomba, ma per la pandemia dei nostri giorni che sta portando via la memoria storica, i pilastri della nostra democrazia, quelli che rifecero l’Italia dopo le rovine del nazifascismo.

Graziella era tutta qui, in queste parole che sono il sunto della sua straordinaria vita:

«Mi chiamo Anna Maria Grazia Di Gasparro e sono nata il primo luglio 1933 a Conca della Campania dove risiedo ancora. Già dal primo giorno sono stata chiamata Graziella e così mi chiamava il mio papà.

Ho trascorso i miei primi dieci anni fra medici e ospedalizzazioni, tutto molto attutito dal grande amore del mio papà e della mia mamma, che mi sorreggevano quasi a diminuire le grandi sofferenze che tuttavia pativo.

La guerra in corso stravolse la mia famiglia e io venni privata di un padre tenero, affettuoso, indispensabile, prelevato e invitato a seguire un manipolo di nazisti. A mia madre dissero che sarebbero tornati presto. La sua presenza sarebbe servita solo per rimuovere delle macerie. E intanto rastrellarono altri uomini e purtroppo nessuno di loro tornò più.

La nostra casa era stata occupata da un comando nazista, che razziò tutto ciò che trovò obbligandoci ad andare via. Con l’avanzata degli americani verso il fronte di Cassino, anche il comando nazista fu costretto a lasciare le nostre case, non senza averle prima minate e ridotte a un cumulo di macerie. Tutto in quello stesso giorno, il 1 novembre 1943, il giorno in cui assassinarono il mio papà.

I giorni che seguirono questa tragedia sono inenarrabili. Intorno si respirava solo morte, distruzione e orrore. Eravamo tra due fuochi: quello nazista arroccato a Montecassino e quello americano, pronto a scacciare i tedeschi per poi avanzare verso Nord e liberare l’Italia da quell’oppressione barbara e crudele che aveva oltrepassato ogni limite umano e civile. Sono sopravvissuta al primo bombardamento da parte degli americani a Roma il 19 luglio 1943. Ricordo ancora quella fuga quando scendendo una rampa di scale, notai di fianco un uomo che, privo di gambe, faceva leva sulle braccia, per cercare di salvare quello che gli era rimasto del suo corpo mutilato. Era un marinaio ferito, vittima anche lui di una guerra atroce. Fortunatamente qualche giorno dopo arrivò mio padre a prendermi. Riuscì a trovarmi all’isoletta Tiberina dopo aver girato una lunga serie di rifugi, ospedali e persino obitori.

La mia vita è continuata fra non poche difficoltà sia quotidiane che sociali. Mi mancava anche il necessario.

Dopo la morte di mio padre entrai, come orfana di guerra, in collegio. Definire lager quel luogo è sicuramente appropriato vista la carenza di igiene, cibo, affetto e libertà. Nonostante tutto è prevalso in me lo spirito e lo stimolo a migliorarmi, oltre alla voglia di capire e di sapere. Cose che fin da bambina mi hanno sempre contraddistinto e che mi hanno fortificato verso altre dure prove riservatemi dalla vita: vari e dolorosissimi interventi chirurgici di cui ancora porto le ferite nel corpo.

Mi è rimasta però una grossa spina nel cuore: rendere giustizia alla memoria di mio padre. Credo di esserci riuscita con grande soddisfazione e successo attraverso mostre, convegni, libri e – in ultimo – questo sito internet (http://www.grazielladigasparro.it/ – ndr).

Questo impegno doloroso, ma molto importante della mia vita, è emerso per una serie di circostanze dovute unicamente alla mia volontà di voler scrivere una pagina di storia sconosciuta e impunita, che si è consumata nel nostro Paese tra la voglia di cancellarla e l’indifferenza più totale da parte delle Istituzioni e della popolazione poco propensa a ricordare, carenti di memoria storica. Una indifferenza sorda persino al richiamo del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che invece si mostrò pronto a rispondere ai miei appelli così come testimonia la sua cordiale lettera a me indirizzata.

Tutto cominciò il 7 dicembre 2002 a Mignano Montelungo dove, per la prima volta, venne esposta la mostra documentaria e fotografica Erba Rossa. Il titolo prende il nome dal mio ricordo di quando, bambina, mi recavo a visitare un cumulo di terra sotto cui era stato sepolto mio papà con i suoi compagni di morte. In quel cumulo notavo la crescita di vari ciuffi di erba diversi dagli altri. Il loro colore non era verde, ma tendeva al rosso. Capii che tutto ciò era dovuto al sangue che lì era stato versato abbondantemente. Quell’erba mi è rimasta impressa nella mente e non l’ho più dimenticata».

A Te il mio personale ricordo, Compagna e Amica mia. Ci siamo voluti un gran bene. Non finirà mai.

L’ERBA ROSSA

Graziella, d’autunno,

fili d’erba tra i capelli,

si confonde tra le ombre

degli alberi spogli.

Mille sentieri imbocca sicura,

ignorando le buche,

i fasci di ortiche,

stivali di segale.

Sulla strada un viandante,

occhi scavati, mani di pietra,

intorno ed intanto,

infuria la guerra.

Graziella, d’autunno,

fili d’erba tra i capelli,

papà abbi cura di te,

il secchio con l’acqua

a scavar tra macerie,

dietro al soldato,

la casa un puntino,

man mano papà che si avvia.

Graziella, dieci anni,

fili d’erba tra i capelli,

nelle gambe le spine,

in casa crollava

tra il dolore e le mine.

Gli spari lontani,

la valle atterrita,

dei morti ammazzati

dai cani in divisa.

Graziella, d’autunno,

fili d’erba tra i capelli,

seduta tra spire di nebbia,

nell’aria già acre di zolfo

del diavolo in ritirata.

Il secchio con l’acqua

si mischia del sangue

e tutta la terra si bagna

e tutto in un fosso si stagna.

Graziella, dieci anni,

fili d’erba tra i capelli,

papà non si cura di sè;

il suo corpo sui corpi,

il fango nel pugno,

ma è viva la foto

in mano al nemico.

La terra si tinge

di sangue e speranza,

di rosso si accende la sera.

Graziella, d’autunno,

fili d’erba rossi tra i capelli,

si stringe nel petto il dolore,

tra le mani il rancore.

Dalle gambe si toglie le spine,

corre e si batte,

si arrampica all’olmo,

con gli occhi già guarda lontano.

Papà oggi ho cura di te,

del campo violato,

della memoria scordata,

della foto sbiadita,

del secchio con l’acqua,

del tempo che urla la pace.

Graziella, d’autunno,

fili d’erba rossi tra i capelli.

A cura di Carlo Fedele

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