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Attualità

Delirio di gelosia: quanto conta usare le parole giuste

L’assoluzione da parte del Tribunale di Brescia di Antonio Gozzini, ottantenne che un anno fa ha ucciso sua moglie a coltellate, ha destato non poche polemiche poiché la vicenda è stata vissuta come l’ennesima negazione di un femminicidio. Ogni giorno, nel mondo vengono uccise più di cento donne, nella maggior parte dei casi da partner, conviventi o familiari, dunque persone di cui dovrebbero potersi fidare ma che, in realtà, esercitano su di loro forme di potere che partono da quella che comunemente viene definita gelosia o possessività – nella maggior parte dei casi sminuita – fino ad arrivare a forme di violenza fisica e psicologica gravissime e continuative. Un fenomeno dai contorni raccapriccianti, che ha la sua base nella concezione patriarcale della nostra società e che dovrebbe essere affrontato con urgenza e serietà, non limitandosi a vuoti slogan che ripudiano la violenza sulle donne mentre si nutrono quegli stessi modelli emblema della sottomissione femminile.

Eppure, quanto avvenuto a Brescia è stato ritenuto profondamente diverso, pur apparendo analogo. Antonio non è stato condannato non perché la Corte non abbia reputato il reato commesso abbastanza grave, né perché abbia voluto giustificarlo, bensì perché l’ha ritenuto incapace di intendere e di volere al momento della commissione del fatto in quanto in preda a un delirio di gelosia. Ed è proprio quest’ultima espressione che ha scatenato maggiori polemiche, provocando gli usi strumentali da parte di moltissimi giornali e mass media. In realtà, non stiamo parlando di un delitto d’onore o di un movente passionale, bensì di una patologia che comporta una radicale disconnessione dalla realtà tale da provocare uno stato di infermità. Come ben sappiamo, l’articolo 85 del nostro Codice Penale dispone che nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui l’ha commesso, non era imputabile. Aggiunge poi che è imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere.

Nel caso di Gozzini, le perizie mediche hanno ritenuto sussistente un’infermità mentale ossia un disturbo psichico che poggia su una base organica o che possiede caratteri patologici tali da poter essere ricondotti a un preciso quadro clinico-nosografico. Il delirio di gelosia è riconosciuto secondo il modello medico di infermità mentale: stiamo quindi parlando di un vizio totale di mente e non di uno stato emotivo di alterazione che in base al Codice Penale non esclude né diminuisce l’imputabilità. A riprova di ciò, la Corte non ha negato la pericolosità dell’uomo anche per il futuro e ha disposto che fosse internato all’interno di una REMS, applicando dunque una misura di sicurezza.

Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non è riuscito a rispondere alle polemiche che sono scaturite e ha demandato all’Ispettorato accertamenti sul caso, risposta a cui abbiamo già assistito in altri momenti, quando il titolare del Dicastero non ha avuto problemi a mettere in discussione le decisioni e l’autonomia dei giudici ogni volta che queste non risultassero gradite all’opinione pubblica e solo in certe occasioni. Chiaramente quanto appena detto non significa che non si possa riflettere su ciò che accade nelle aule di tribunale né che i giudici siano detentori di un potere o di una saggezza che non può essere messa in dubbio. Non significa neppure negare che ci sia moltissima strada da fare nell’ambito della violenza sulle donne e dei femminicidi né nascondere i meccanismi di potere e sottomissione che le colpiscono quotidianamente. Tuttavia, una cosa è certa: gli organi d’informazione e chi ha il compito di spiegare talune decisioni all’opinione pubblica hanno l’obbligo di usare le parole giuste e di non lasciarsi andare a reazioni dettate dall’impulsività.

Una corretta informazione – di cui purtroppo disponiamo ben poco nel nostro Paese – ci permette di conoscere a fondo i fenomeni e di affrontarli per quelli che sono, senza riportare sotto la stessa categoria fatti in realtà diversi e senza lanciarsi in accuse che rischiano di essere infondate o fraintendibili. Sia chiaro, qui non stiamo prendendo alcuna difesa: bisognerà leggere con attenzione le motivazioni e i contenuti delle valutazioni clinico-forensi della difesa e della procura e, solo una volta analizzati i fatti e le decisioni per quelle che sono, esprimere il proprio parere ed eventualmente farlo valere, dentro e fuori dalle aule di tribunale.

Non è raro, infatti, che i femminicidi vengano giustificati dagli avvocati difensori e poi anche dai giudici ricorrendo a categorie quali quelle del raptus o della tempesta emotiva, utilizzate fuori dall’ambito strettamente psichiatrico, e questo non può che considerarsi vergognoso e deplorevole. Ma se anche i successivi gradi di giudizio confermeranno la mancanza di autodeterminarsi dell’imputato e l’impossibilità da parte sua di comprendere il disvalore del fatto compiuto, allora la soluzione non potrà essere quella di chiedere a gran voce e con titoloni scandalistici delle pene esemplari per un soggetto non imputabile. Diversamente, dovrà farsi una riflessione di altro tipo, che riguarda innanzitutto la prevenzione di determinate vicende con significativi provvedimenti come l’implementazione della medicina mentale territoriale. Se così non fosse, dovremmo mettere in dubbio tutte le sentenze di assoluzione emanate in questi anni per infermità.

Il primo passo da compiere, però, resta la richiesta di competenza e professionalità non solo da parte di chi ci informa, ma anche di chi ci governa poiché senza queste è impossibile conoscere i fenomeni, capire le ingiustizie e affrontarle per quelle che sono.

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