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Trent’anni fa cadeva l’URSS e svaniva il progetto del comunismo d’Europa

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
13 Dicembre 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Trent’anni fa, in una fredda serata di fine autunno, l’8 dicembre 1991, i leader politici di Russia, Ucraina e Bielorussia sancirono lo scioglimento della CCCP, meglio conosciuta come URSS. Con l’ammainarsi della bandiera rossa sul Cremlino – il 25 dicembre successivo – il più grande Paese mai esistito si sgretolò sotto la pressione e il peso della storia. Mikhail Gorbaciov, l’ultimo Capo di Stato sovietico, firmò le sue dimissioni.

Lo scacchiere politico e geografico dell’Europa, da allora, è cambiato drasticamente. Tante delle nazioni che sottostavano al regime di Mosca hanno trovato l’indipendenza, per alcune si sono aperte le porte dell’UE; per altre regioni, invece, il disgregarsi dell’URSS è coinciso con un periodo di violenti conflitti. Il Paese più esteso al mondo, con oltre 22 milioni di chilometri quadrati di superficie (pari a un terzo delle terre emerse), ha lasciato non soltanto un’eredità inestimabile, ma un ampio patrimonio e diverse impronte di carattere politico e sociale che ancora oggi condizionano il Vecchio Continente e in alcuni casi – come anche l’Italia – ne costituiscono la filigrana.

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«La Costituzione italiana è di ispirazione sovietica». Era il 2003 quando Silvio Berlusconi, allora Premier, criticò la formulazione dell’articolo 41 della Carta Costituzionale con una battuta pronunciata in difesa delle imprese private, tuttavia non priva di fondamenta. La rivoluzione russa del 1917, infatti, aveva ispirato, nel dopoguerra, a una nuova maturità costituzionale diversi Paesi, tra cui l’Italia che, con l’articolo 1 – …è una Repubblica fondata sul lavoro – faceva il verso ai lavoratori come soggetto dello Stato sovietico.

Quella dell’URSS si era rivelata un’esperienza politica ricca di contraddizioni. Da un lato, il Paese era stato costantemente impegnato nella corsa allo sviluppo tecnologico, culturale e sociale, dall’altro il regime aveva spesso difeso quella propria identità tramite la soppressione dei fondamenti democratici che erano stati il motore della Rivoluzione d’ottobre.

Il rapporto della bandiera rossa con la cultura, ad esempio, era stato tra i più controversi. Instaurando una sorta di culto unicamente al realismo, l’URSS aveva trasformato un Paese di contadini – con un tasso di analfabetismo pari all’80% – in quella che è ancora oggi una delle nazioni più alfabetizzate del pianeta. Allo stesso tempo, aveva promosso generazioni di giovanissimi, focolaio di culture diverse – dalla musica all’editoria –, poi perseguito le libertà che avevano ispirato e chi se ne era fatto promotore. Era nata, così, una straordinaria esperienza di rete solidale tra artisti che aveva coinvolto presto la gente comune, anche oltre la paura. Ed è proprio alla pratica della censura che si lega il pregiudizio storico che ne ha costantemente accompagnato i racconti legati alla CCCP: uno Stato incapace di democratizzarsi.

Si dice, spesso, che la storia la scrivono i vincitori. Nel caso dell’Unione Sovietica, semmai, la storia è stata scritta dagli arroganti, in particolar modo per ciò che riguarda l’esito della Seconda guerra mondiale, di fatto ultimata con l’ingresso delle truppe rosse nei lager nazisti e, invece, attribuita da qualsiasi sussidiario scolastico alle forze armate statunitensi che vi si contrapposero negli anni subito successivi al 1945.

L’ideologia occidentale non ha mai guardato al punto di vista sovietico, tantomeno a quello dei suoi abitanti. Nella narrazione dei fatti non si fa mai menzione alle quattro invasioni subite da Ovest nel giro di appena cent’anni. Da Napoleone (1811) a Hitler (1941), fino ai recenti missili della Nato puntati verso il suolo di Mosca a soli 100 chilometri da Pietroburgo, il sentire orientale non è mai stato affare dell’Occidente votato al liberismo e, dunque, nemico giurato dell’unico laboratorio di politica comunista del Vecchio Continente. L’Europa che si prona alla Gran Bretagna e gli Stati Uniti si erige a giudice dicendosi giudicata. Così, la Russia reagisce, da ormai cent’anni, sentendosi minacciata. 

Nel momento in cui, nel 1991, trent’anni fa, crollò l’URSS, crollò l’ideologia comunista, tutto venne svenduto alle imprese private, soprattutto nel settore dell’energia. Si generarono così i grandi oligarchi, la grande promessa di democrazia si accantonò definitivamente assieme alla possibilità di un avvicinamento all’Europa che non avvenne per la spinta anti-russa voluta dallo zio Sam e l’inserimento in UE di ex Stati dell’Unione Sovietica tra i Balcani o nei confini più prossimi alla Russia.

Anche periodi a cui la stessa Europa aveva guardato con grande interesse – come nel caso del grande laboratorio di democrazia di Gorbaciov e la Perestrojka – hanno pagato la loro mancata evoluzione con ciò che porta alla situazione attuale, in cui l’unica forma di continuità con il passato resta nell’utilizzo dell’intelligence e le investigazioni a danno di uomini liberi, anche di giornalisti e intellettuali.

La diffidenza verso l’Europa, destinata a sparire, è invece aumentata e il tema su cui l’intera partita della Guerra Fredda si era giocato, la democrazia, oggi più che mai vive di enormi contraddizioni. Non serve voler giustificare l’ingiustificabile per ammettere che, come allora con l’URSS, anche oggi le sanzioni a danno della Russia non trovano coerenza con le punizioni comminate a Stati utili all’ideologia liberista occidentale. Per Mosca che ha pagato con l’esclusione dal G8 per l’invasione della Crimea, non è mai stato richiesto un provvedimento, ad esempio, contro Paesi che hanno utilizzato metodi simili a quelli del Cremlino se non anche più crudi, come nel caso della Turchia o gli stessi Stati Uniti d’America.

Cos’è dunque democrazia? E chi può arrogarsi il diritto di farsene portavoce? A trent’anni dalla caduta dell’URSS, sono tanti i temi che potrebbero interessare il dibattito, tuttavia è proprio questa grande domanda a tornare prepotente, più di ogni altra, l’unica a segnare davvero una continuità tra ciò che era ieri e ciò che, tristemente, è ancora oggi.

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