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Muro di Berlino: trent’anni dopo

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
7 Novembre 2019
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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Era il 9 novembre del 1989, trent’anni fa, il Muro di Berlino si sgretolava. Bastò un comunicato confuso del portavoce del governo della DDR, Guenter Schabowski, a innescare la serie di eventi che portò alla riunificazione della Germania e al capovolgimento più importante della storia moderna. Poche parole, un annuncio, si può oltrepassare il Muro, così migliaia di tedeschi dell’Est si riversarono in strada e scavalcarono l’agglomerato di cemento e paura che li aveva tenuti al buio per quasi tre decenni.  

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, lo scacchiere politico del Vecchio Continente era drasticamente cambiato. La conferenza di Jalta, nel 1945, aveva diviso Berlino in quattro settori, ognuno affidato al controllo di una delle potenze vincitrici del conflitto. Da un lato, quello occidentale, gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito, dall’altro, l’URSS e il regime comunista. Seguirono la Guerra Fredda e i rapporti sempre più tesi tra l’Ovest e l’Est, con l’indebolimento di quest’ultimo e il conseguente esodo degli abitanti della zona orientale della capitale tedesca verso il blocco composto dagli alleati del Patto Atlantico. Così, 2.5 milioni di persone, tra cui medici, professionisti e operai, presero casa sotto la bandiera a stelle e strisce. La mattina del 13 agosto 1961, una rete di filo spinato lunga 155 km – sostituita poi dal celebre muro – spezzò a metà la Germania, l’Europa, la storia del dopoguerra.

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Così cambiò volto la capitale tedesca, così amici, familiari, semplici concittadini vennero separati e sottoposti ai governi che insistevano su un territorio senza più geografia. Cosa era l’Ovest e, soprattutto, cosa era l’Est di Berlino a quei tempi è difficile da riassumere in un unico articolo, tuttavia, le differenze tra le due zone si riscontravano in qualunque aspetto della vita quotidiana, dai prodotti sugli scaffali dei supermercati, al lavoro, all’architettura di palazzi e monumenti, fino ai rapporti tra gli stessi abitanti, da un lato distratti dalla corsa al futuro promossa dalle campagne pubblicitarie dello Zio Sam, dall’altro solidali l’un l’altro, accomunati da una condizione di privazione.

Muro TrabantLa DDR mostrava i quartieri di sua competenza – dal Mitte passando per Friedrichshain, a Prenzlauer Berg – come il fiore all’occhiello dell’efficienza sovietica, con le conquiste in campo informatico e l’alta produttività di fabbriche e industrie chiamate a mascherare la mancanza di libertà non solo fisica, ma anche intellettuale che imponeva ai suoi residenti. Appartamenti identici per la maggior parte dei casi e la popolare automobile della Sachsenring, la Trabant, come unica scelta di trasporto privato completavano il puzzle di un’area ricca di contraddizioni.

Da quello storico giorno d’autunno sono trascorsi trent’anni e nulla è rimasto com’era. Di Berlino Est è stata cancellata quasi ogni traccia, non tanto nell’aspetto dei suoi sobborghi, quanto nell’essenza. Alex, la piazza rossa di Germania, oggi è la sintesi di ciò che il 9 novembre 1989 ha significato per il mercato globale, con la vittoria del capitalismo made in USA a fare a brandelli l’organizzazione societaria della Repubblica Democratica, ancor peggio, a cancellare il modello socialista da qualunque struttura politica di qualsivoglia Paese del Vecchio Continente. Le insegne luminose dei tanti McDonald’s e le altezze vertiginose dei grattaceli che offuscano la visuale sul Fernsehturm, la Torre della Televisione, dipingono il quadro della società odierna, legata esclusivamente alle ragioni del liberismo. Tanti ex impiegati presso gli stabilimenti sovietici – furono milioni i disoccupati generati dalla riunificazione – aspettano ancora un nuovo impiego promesso dalle luci scintillanti che si scorgevano oltre il muro di cemento, lì a Ovest.

Nacque, da allora, dai giorni successivi alla riconquista dell’unità cittadina e nazionale, un sentimento che sapeva e che sa di beffa, di promesse non mantenute, di un ritorno a ieri come un ricordo in grado di confortare nonostante i suoi tanti difetti. È il fenomeno dell’ostalgia, ossia la mancanza che gli abitanti di Berlino Est hanno cominciato a patire rispetto agli anni in cui il Muro teneva il mondo in tensione. Parlano di comunanza tra vicini di casa, di occupazione, di servizi accessibili a tutti, di prezzi bassi e abitazioni confortevoli. Somiglia, certo, alla negazione, alla convinzione che tutti – chi prima, chi poi – proviamo rispetto all’idea di essere stati felici nel passato più di quanto si riesca nell’affanno del presente. È per lo più memorabilia, ma non va sottovalutata, soprattutto oggi.

Se ha ancora senso nel 2019 parlare della Berlino divisa, infatti, va chiesto non solo ai nostalgici del comunismo, ai tanti delusi dall’Europa unita così come la conosciamo adesso – un libero regno dove la corona è saldamente poggiata sulla testa di chi controlla i mercati – ma ai risultati elettorali che, in maniera sempre più sorprendente, vengono fuori dalle cabine delle città dello Stato teutonico. Il ritorno in auge delle destre nazionaliste, con la AfD a strappare consensi come, dal dopoguerra, ai nazisti di nero vestiti non era ricapitato, è un dato non più trascurabile come un fenomeno legato a propaganda populista e istigazione all’odio e alla paura. Chi crede che il Muro poco c’entri con il ricorso alla storia più scura della Germania non ha, probabilmente, sufficiente coscienza delle dinamiche di sviluppo mai completatesi nell’aera che era della DDR. 

I socialdemocratici che hanno raccolto la staffetta della speranza hanno fallito, i partiti della sinistra radicale non sono mai riusciti a proporre un’alternativa credibile e concreta allo svilimento dell’uomo in quanto essere umano anziché un docile consumatore, il futuro è sinonimo di incertezza. Nella proposta dei sovranisti, anche tra quartieri dell’Est, vi è – a loro modo di intendere – l’efficacia che un popolo disilluso cerca nei momenti di appannamento, la promessa di uguaglianza sociale ispirata dal motto Proletari di tutti i Paesi, unitevi!. Come accade anche in Italia, la destra estrema si è fatta portavoce di quelle istanze che erano e dovrebbero essere dei gruppi che ancora governano e che, invece, hanno garantito autonomia e stabilità esclusivamente agli interessi di chi controlla moneta.

Berlino è unita, l’Europa è unita ed è chiamata a difendersi dai muri che, con sequenza sempre crescente, stanno tornando a soffocare i confini di troppi Paesi. Il ricordo di quel 9 novembre 1989, l’euforia di quella folla di giovani e anziani che ritrovavano luce, abbracci e un futuro al di là dei checkpoint, i festeggiamenti sparsi per ogni quartiere della capitale nel corso di questi giorni, devono farsi stimolo di un domani ancora da conquistare, un domani che metta al centro l’essere umano e ne valorizzi la vita, le peculiarità, l’indipendenza, un domani che deve tradursi con la stessa parola ispirata da quella notte: libertà.

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